Grazie al Tubero

Daniela Pietropoli, pubblicato anche su BlogDrome

Come si sfamavano gli Irlandesi nell’Ottocento, se l’agricoltura irlandese serviva a sfamare gli Inglesi che, fin dal Settecento, deforestavano l’isola per coltivare grano, orzo, allevare animali per la carne, il burro e il formaggio?

Con le patate.

L’Irlanda, com’è noto, è un’isola e le isole sono sistemi più delicati rispetto ai continenti (Jared Diamond dal libro “Collapse”) perché finiscono prima.

I Romani non trovarono attraente l’Irlanda (quindi non disboscarono o scavarono buchi nel terreno e nella roccia come erano abituati a fare ovunque) e così, quando arrivarono gli Inglesi, era un posto pieno di foreste. Così, gli Inglesi, salvarono le loro foreste ma a scapito di quelle irlandesi.

Gli abitanti dell’isola, maltrattati e ridotti a servi della gleba, per sopravvivere disponevano di un pezzetto piccolo di terra, dove coltivavano le patate e pagavano l’affitto con il lavoro. Le patate, introdotte in Europa dagli Spagnoli tra il 1560 e il 1564, erano già presenti in Irlanda dal 1588.

Ma non furono subito accettate come alimento. Pare che nel 1565 Filippo II di Spagna inviò al Papa un certo quantitativo di patate, che vennero scambiate per tartufi e quindi assaggiate crude, e immediatamente sputate con disgusto. In Europa la diffusione della coltivazione della patata per scopi alimentari fu lenta e condizionata dalla diffidenza europea nei confronti di tutto ciò che “cresce sottoterra”. Nell’Encyclopédie del 1765 si affermava che la patata potesse diffondere la lebbra se consumata, inoltre era chiamata “cibo flatulento”. In effetti, i tuberi, se lasciati al sole, puzzano da morire. Erano date come cibo ai galeotti, e occorre dire che questa non era una grande pubblicità al tubero. Migliore fu l’opera di diffusione della patata come cibo da parte dei frati che la usarono negli ospizi e negli ospedali. Ma per quasi due secoli in tutta Europa la patata venne considerata per lo più come una curiosità botanica o come una pianta d’appartamento: i suoi fiorellini delicati, stellati e di un bel colore violazzurro erano veramente graziosi.

Dalla seconda metà del Seicento gli Irlandesi cominciarono a nutrirsi con le patate e divenne il loro alimento principale. La patata è fenomenale: non ci sono altre colture alimentari che producano tanta energia e proteine, per ettaro coltivato, come le patate.

Molte patate, molta energia a buon prezzo e molta manodopera per gli Inglesi. Il primo effetto della patata fu la crescita quasi esponenziale della popolazione irlandese. Dall’epoca di Cromwell, prima metà del Seicento, alla prima metà dell’Ottocento, prima della Grande Carestia, la popolazione irlandese quadruplicò, passando da due milioni a otto milioni.

Quindi riassumendo si ha un’isola, una monocoltura che sosteneva una popolazione in crescita e, nella prima metà dell’ottocento, quando gli Inglesi se ne andarono avendo esaurito le risorse, un terreno impoverito.

Questo il preludio alla Grande Carestia, quella tra il 1845 e il 1849.

Un equilibrio molto instabile. Poche risorse energetiche ed eccesso di popolazione. Bastava poco e l’equilibrio sarebbe andato in pezzi. Gli inglesi impoverirono il terreno disboscando e la peronospora diede il colpo finale alla povera popolazione irlandese, provocando anni di carestia. Dalla carestia alla decimazione della popolazione il passo fu breve.

Ma per fortuna l’Irlanda non era un Pianeta.

Era solo una fragile isoletta, depredata delle sue risorse.

A seguito della grande carestia inizia l’emigrazione irlandese di massa verso l’America e la Gran Bretagna. Con qualsiasi mezzo, anzhe zattere di fortuna.

Gli Irlandesi dovettero transitare in un luogo dove ci fosse sufficiente scorta di materia ed energia.

Adesso, tutto il Mondo è Irlanda.

Non c’è un’America ad aspettarci, questo è il punto, siamo in piena crisi delle risorse, abbiamo inquinato, scavato, depredato e le fonti energetiche tradizionali sono in netto calo. La cucina Pianeta Terra è con la dispensa quasi vuota e gli ospiti a tavola (sette miliardi) sono tanti. Occorre specificare che “alcuni” ospiti mangiano troppo e altri un bel nulla, forse ricevendo qualche rifiuto. Manca l’equità sociale che, invece, l’idea della cucina e della tavola di solito rende. Meglio chiarire che così non è.

A dimostrazione della scarsità di scorte ricordo che il 22 agosto 2012 è stato l’Earth Overshoot Day, ovvero il giorno in cui il consumo di risorse naturali da parte dell’umanità sorpassa la produzione naturale annua della Terra. Nel 2011 fu il 27 settembre.

Siamo in debito con il Pianeta e con le generazioni future.

La popolazione cresce, se non in Europa, di sicuro negli altri Continenti. Da sempre il risultato di una crescita della popolazione è l’urbanesimo, e quindi il processo dell’urban sprawl avanzerà, trasformando il Pianeta in una città globale, dove ci sarà più caldo, in aggiunta al caldo del global warming. É dimostrato che nelle aree urbane, ovvero quelle grosse agglomerazioni di cemento e metallo, possa esserci un microclima fino a 4 gradi in più rispetto alle aree verdi circostanti. Il fenomeno è chiamato urban heat island, ovvero “isola di calore urbano”, dovuto principalmente ai materiali con cui la città è costruita, come cemento e asfalto che accumulano caldo.

Avremo l’effetto Trantor o peggio avremo la New York di “2022: i sopravvissuti”?

Oppure saremo inconsapevoli abitanti del pianeta Matrix?

Appena cresce la civiltà, dovrebbe crescere la consapevolezza dei limiti del Pianeta, e non a caso le donne dei Paesi ricchi fanno meno figli. Dovremmo capire che non possiamo, come stiamo facendo adesso, tenere pulito il nostro giardino, a discapito di quello del vicino povero (stiamo usando l’Africa come una pattumiera da troppo tempo), ma al contrario dovremmo capire che il giardino è uno solo.

Un giardino possibilmente, non una pattumiera.

Un giardino dove l’unica scappatoia è combattere l’ingiustizia sociale (quella che spazzò via l’Irlanda dell’Ottocento) e garantire un livello minimo di benessere a tutti gli abitanti del pianeta.

Un esempio freschissimo: Il Sudafrica.

I minatori del Sud Africa sono neri, i poliziotti che gli sparano sono neri, l’apartheid è finito (o quasi) ma le ingiustizie sociali no.

Ripenso al libro La moltitudine inarrestabile di Paul Hawken, solo per credere che esista una via di fuga, un qualcosa che ci faccia cortocircuitare, ma che non sia una catastrofe come invece si annuncia.

Ma i pecuniocefali continuano a parlarci di borse e di rating, e, da manzoniana memoria (due volte nella polvere, due volte sull’altar- Cinque maggio) pare che l’Italia, per esempio, sia un giorno sia su e il giorno dopo giù.

L’Italia, l’Europa, i ricchi ed energivori paesi occidentali si stanno dimenticando l’aspetto fisico dei numeri finanziari. Si credono Civiltà ma stanno realizzando solo il deserto come apice di questa civiltà (Luis Sepulveda – Il vecchio che leggeva romanzi d’amore).

Sembra che l’Umanità si voglia estinguere con le sue proprie mani. Il Pianeta, con i suoi tempi geologici, rimarginerà le ferite e farà sparire tutte le tracce umanoidi. Abbiamo già un esempio di questo evento, guarda caso un’altra isola, l’isola di Hashima, in Giappone, dal sinistro profilo di nave da guerra. Abbandonata alle forze della Natura è un monito che dovremmo avere ben chiaro nella memoria.

Advertisements

5 risposte a “Grazie al Tubero

  1. Splendido !

  2. Bellissimo articolo, ma ….. “Appena cresce la civiltà, dovrebbe crescere la consapevolezza dei limiti del Pianeta, e non a caso le donne dei Paesi ricchi fanno meno figli.” Non mi pare proprio che le donne dei paesi ricchi facciano meno figli per la consapevolezza dei limiti del pianeta!! La natalità è più bassa è solo per motivi socio-economici, questo è chiaro a tutti e non mi sto a soffermare oltre !!

  3. Credo che sia per motivi socioeconomici che le donne occidentali non vogliano mettere al mondo figli. La consapevolezza “ambientale/sistemica” è una cosa che non tutte le donne hanno, ma nessuna donna occidentale vorrebbe, consapevolmente, dare di meno ai propri figli rispetto a ciò che ha avuto lei medesima. Ovviamente parlo da donna, occidentale.

  4. Tre patate vedo nel mio piatto
    ma cento nella cesta ce ne sono
    mille nell’orto stanno maturando
    un miliardo nei campi sulla Terra
    non le vedo ma miliardi di miliardi
    sonnecchiano acquattate su pianeti
    tanto lontani quanto immaginabili
    mi chiedo se il galattico ortolano
    che insiste nel propagare tuberi
    sappia del limite fissato invalicabile
    affinchè di patata non s’impantani tutto
    o forse è nell’ufficio bulbi tuberi rizomi
    che litigano sulle quote ultime assegnate
    e intanto clandestine solanacee
    perse da carriole in mondi non censiti
    incuranti di destino lesso o fritto
    germogliano con beatitudine ineffabile

    Daniela Pietropoli conosce l’autore di questi versi
    e quindi non sono di anonimo.
    un saluto

  5. Ieri ho visto una donna con il passeggino con un bambino dentro. Probabilmente sarà il suo unico figlio ma con se aveva tre cani. Ma poi chissà quanti interventi di chirurgia estetica avrà fatto, chissà quante decine di paia di scarpe e di borsette avrà in casa, chissà quanto consuma in vestiti, profumi, e quant’altro.
    Gli stessi discorsi ovviamente si possono fare verso gli uomini (variando le preferenze nell’acquisto di beni).
    Penso che una persona sia cosciente dei limiti del pianeta quando aumenta, col proprio comportamento concreto, il tempo di vita dell’umanità e, indissolubilmente, del pianeta di cui fa parte.

    Ciao
    Armando

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...