Nell’occhio del ciclone

Mirco Rossi, divulgatore scientifico

Sembra di stare nell’occhio di un ciclone.

Calma piatta.

Mentre là fuori crisi vorticose si avvitano nel corpo vivo della società: economia, finanza, produzione, occupazione, ambiente, energia.

Il controllo geopolitico di aree strategiche alimenta focolai di conflitto e morte. Squilibri sociali tentano di trovare soluzioni nel mutamento politico. Territori sconfinati perdono la fertilità o i ghiacci eterni.

La finanza internazionale si avventa affamata sugli Stati feriti. Le borse sembrano estranee al valore dei beni: malati in fibrillazione, attaccati ai fili dei microfoni del politico di turno. I parlamenti balbettano, indaffarati a non perdere consensi alla prima elezione.

In Italia, e non solo, il bollettino dalle fabbriche e dalle imprese ricorda la rotta di Caporetto. Sempre più uomini e donne sopravvivono mantenuti dalla famiglia o dalla Caritas. Moltitudini di giovani si aggirano spaesati alla ricerca dell’inafferrabile progetto di vita. Si taglia la ricchezza distribuita alla collettività per garantire maggiormente il profitto.

Il caldo africano si sposta a nord e rende tutti nervosi, fa seccare i raccolti, brucia i boschi, anticipa la vendemmia, scioglie i ghiacciai alpini. I condizionatori rimpiazzano gli impianti industriali nei consumi elettrici. Il prezzo della benzina nazionale e del petrolio in Europa non sono stati mai così elevati.

Molti negozi sono orbite vuote sotto i portici delle città o negli androni dei centri commerciali. Le ali degli aerei sono più che mai appesantite. Le località turistiche piangono le assenze.

Alcuni economisti dicono che è tutto chiaro, ma sanno sfornare solo ricette velenose. Altri non vedono chiaro, ma sfornano ricette analoghe.

L’Earth Overshoot Day ci conferma che continuiamo pervicacemente a consumare il capitale delle generazioni future. Mentre un continuo drill drill drill cerca a ogni costo nuovo sangue nelle viscere profonde della Terra per la bestia della crescita e del consumismo.

C’è o non c’è un nesso tra quanto sta accadendo e le crescenti difficoltà nel trovare ed estrarre ciò che ha permesso di arrivare a questo punto?

C’è o non c’è un nesso tra quanto sta accadendo e l’ovvia considerazione razionale che non può verificarsi una crescita senza limiti in un mondo caratterizzato dal concetto di limite?

La realtà è molto complessa e nel contempo fragile, di difficile lettura, ed è sbagliato immaginare che esista un legame di causa-effetto diretto tra l’insieme delle crisi e la crescente difficoltà a garantire la disponibilità di risorse primarie. Ma sembra molto probabile che vi sia un legame forte, robusto, tanto vitale e interattivo è il ruolo dell’energia nelle dinamiche sociali.

Pochi scienziati, pochi ricercatori, dedicano il loro tempo a tentare di chiarire gli aspetti di questo interrogativo essenziale. Con risorse inconsistenti, spesso derisi o emarginati dai contesti scientifici “paludati” e dal potere.

Mentre nel gigantesco Barnum del capitalismo moderno atleti, prestigiatori, pagliacci, domatori, acrobati, presentano in pista i loro numeri spesso affascinanti, prestigiosi. Tra loro si nasconde qualche consapevole ciarlatano, ma in gran parte si tratta di professionisti in buona fede. Alcuni cadono, falliscono o deludono, ma lo spettacolo in complesso rasserena, diverte, e il pubblico applaude e ritornerà anche domani. L’impresario conta soddisfatto le banconote mentre la folla sciama e si reimmerge nelle crisi della vita, “là fuori”.

Non si accetta nemmeno l’idea che la realtà del paese di Bengodi, della vita comoda, della ricchezza fluente, possa terminare. Le cause sono tutte individuate attorno al denaro: spread, deficit pubblico, speculazione, prezzo dei combustibili, tasse, evasione, costi della politica, inflazione, corruzione, scarsa circolazione monetaria, derivati, ecc. Su queste e solo su queste viene chiesto d’intervenire.

Così, per restare aderente al pensiero maggioritario (quasi unico !?), nessuna opzione politica s’interroga sui limiti, sulle risorse primarie in progressivo esaurimento. C’è la scienza, la tecnologia. Il progresso non può fermarsi. La Terra è grande e se non basterà andremo sugli altri pianeti a prendercele.

Sono tanti i movimenti, le associazioni, che in buona fede si pongono il problema dell’ambiente, della natura, del global warming, della biodiversità, ma quasi sempre con un punto di vista ristretto, centrato sul loro “particulare” che non sa leggere olisticamente la complessità della situazioni. Le relazioni di fondo tra le diverse evidenze critiche.

Ci sono stati nel recente passato periodi in cui la scuola trovava modi e spazi per favorire la diffusione di qualche serio approfondimento, aprendosi a contributi esterni. Da un bel po’ fatica a sopravvivere.

Si sono presentati momenti in cui l’attenzione, stimolata dalla necessità di affrontare problemi puntuali (es: la crisi del greggio nel 2008, la questione nucleare e quella dell’acqua nel 2011), permetteva di allargare la discussione a contenuti più ampi, coinvolgendo un discreto numero di persone.

Da alcuni mesi, sopraffatti dal susseguirsi di fatti “imprevisti”, da un accavallarsi di eventi sempre più difficili da controllare, quasi tutti sembrano attoniti. Immobili. Incapaci di dar vita a occasioni in cui scambiare conoscenza, pareri, impressioni, dati, valutazioni, su aspetti che sono alla base di tutto quanto sta succedendo.

Non c’è luogo in cui discutere, confrontarsi. Sembra quasi che il successo delle recenti campagne contro la costruzione di qualche centrale nucleare abbia anestetizzato tutti coloro che nutrivano interesse per questo tipo di argomenti.

Se escludo la benemerita attività che Luca Mercalli, forte dell’autorevolezza e della fama raggiunta in anni di presenza qualificata in video e sulla stampa, continua a fare, non trovo, tra chi come me svolgeva una certa attività di divulgazione, grande attivismo.

Qualcosa si riesce a fare, ma le occasioni sono rade, distanziate nel tempo. Le scuole sono pressoché impenetrabili, le associazioni divise e in crisi d’identità e di obiettivi, gli organismi culturali e locali in asfissia, le istituzioni commissariate dalla spending review.

E intanto la fuori turbini ingovernabili cominciano a travolgere città, abitazioni, fabbriche e persone.

Abbiamo problemi giganteschi. Non possiamo permetterci di lasciarli nascosti sotto il tappeto dell’indifferenza o dell’impotenza.

Né di trasformarli in lai disperati, capaci solo di far girare lo sguardo per qualche istante a chi li ascolta; oppure sminuirli diffondendo ipotesi di soluzioni ormai a portata di mano, concretamente e razionalmente infondate.

In Aspo, anche su questo si sono aperte discussioni accese che, purtroppo hanno portato a divisioni.

In estrema sintesi alcuni hanno ritenuto che in questi anni Aspo non sia stata in grado di depositare elementi di fondata consapevolezza, che la sua attività sia stata praticamente azzerata da un recente lavoro che vorrebbe dimostrare l’esistenza di una nuova frontiera per gli idrocarburi.

Altri erano e sono di parere contrario e, pur riconoscendo difficoltà e insufficienze, ritengono d’aver sparso semi durevoli e intendono mantenere e sviluppare la vecchia strada, per capire di più e meglio, allargando l’attività di ricerca, offrendo spazio alla interazione con discipline (economia e scienze sociali, per cominciare) che sinora erano state tenute ai margini.

Lavorare per smuovere, con informazioni sensate e rigorose, l’apatia e l’apparente rassegnazione del variegato mondo potenzialmente sensibile ai temi ambientali e sociali, si presenta come obiettivo affascinante.

Così come riuscire a individuare nuovi e più avanzati punti di contatto tra coloro che in vari modi ritengono sia meglio prepararci ad affrontare la tempesta piuttosto che subirla per paura o esorcizzarla.

 

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5 risposte a “Nell’occhio del ciclone

  1. Mirco sei sempre molto bravo, sono pienamente d’accordo con la tua analisi, hai ragione a essere preoccupato e denunciare che bisogna tentare di scuotere di piu’ l’opinione pubblica x arrivare nella testa dei politici e alla politica, a mo’ dei grillini se necessario, senza doversi per forza schierare a destra o a manca, il come sta a noi trovare un modo condiviso al prossimo convegno Aspo. Grazie per il tuo costante ed importante contributo. Giovanni

  2. Aspo ha gridato: “Acqua alle corde!” per anni e ha fatto bene,anzi benissimo.
    Ma chi non è ancora convinto che il picco del petrolio o la diminuizione del ghiacchio planetario siano emergenze reali, non verrà convinto da calcoli e dalle interpretazioni degli stessi.
    Anche perchè quasi sempre non è in grado di capirli.
    Non parliamo poi del riscaldamento globale.
    Saranno dei fatti a fare proseliti in massa e necessariamente appassionati di nuovi paradigmi.
    La siccità di quest’anno pare sia un fatto ancora troppo insignificante per molta gente.
    Chissà se la carestia sarà più convincente.
    Ma i convinti della necessità e impellenza del cambiamento, cioè quella “moltitudine inarrestabile” animata da “benedetta irrequietezza” non sono disposti all’autodafè, in cambio di qualche insulso privilegio o inutile gingillo.
    L’occhio del ciclone, con la sua sinistra e surreale calma, si sta chiudendo.
    Possiamo affrontare la tempesta, che potrà anche diventare un uragano.
    Ma possiamo far sì che diventi un diluvio universale.
    A noi l’onere e l’onore della scelta.

    Marco Sclarandis

  3. Grazie Marco dei tuoi commenti.
    Mi preme solo mettere in luce che oltre a quelli che sinora non si sono convinti che il picco e il global warming siano emergenze reali, sono moltissimi di più coloro che ancora non ne hanno mai sentito parlare con un minimo di serietà.
    Le persone non si convincono di questioni di questa portata leggendo di sfuggita qualche titolo di giornale, ascoltando un commento in video di 30 secondi o attivando un contatto con un sito dove leggere tre, o dieci o cinquanta righe.

  4. Ce ne fossero, di divulgatori del tuo livello su questi temi, Mirco ! Spero tanto che tu abbia allievi all’altezza. Comunque tieni duro !!
    Leo

  5. Sono ora nell’aria
    Che libera infrange
    Regole ferree od insulse
    Tutti i fiati esalati
    Nel produrre cupidige e speranze
    Non che questi non vi fossero prima
    Ma da radi si sono fatti più fitti
    Sono trama di sudario pesante
    Sulla terra ovunque son sparsi
    Sebbene con iniqua abbondanza
    Ogni sorta di grumi scarti poltiglie
    Congegni inerti infidi infingardi
    Attendenti mani che inermi
    Li sfiorino e si sparpagli tortura
    Le acque da tutti raccattano
    Fedeli alla loro natura
    Con flutti invadenti e imparziali
    Rigurgitano quanto raccolto
    Facendo sempre minimo sforzo
    Anche il cielo è ingombro di cose
    Che non avremmo creduto
    Mai vi sarebbero ascese
    Noi qui stranamente
    Perseveriamo nel computo
    Degli spazi fra astri e molecole
    Siamo occupati in un luogo
    Ignorando se sia
    Il nostro posto davvero
    Potesse un’inpirazione profonda
    Un affondo calcato nel fango
    Un sorso sorbito con flemma
    Indicarci quale gloria inseguiamo.

    Questi versi mi vennero in mente sotto un’acquazzone già quattordici anni fa in Val d’ Aosta.

    Ora so che si cercava quel quarto d’un ora
    che ci rendesse immortali nella memoria degli altri
    che facesse di noi un’icona per profani rituali
    una gloria sgargiante di un di tutto e di più
    trascendente nel troppo dilagante nel sempre
    adesso m’accorgo si trattò di maligna cuccagna
    di boria malsana di baldoria non nutrita da gioia
    oggi mi basta una brocca d’acqua un po’ fresca
    due foglie tritate di menta per far tremare la sete
    per sapere che la Storia si sazia di quiete e d’ignoti
    i desideri grandiosi di pochi li esaudisce con parsimonia

    Questi, oggi, come parziale risposta.

    Marco Sclarandis

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