Economia ed ecologia: le radici storiche di una incomprensione

Arnaldo Orlandini, Vice Presidente ASPO Italia

La relazione tra economia ed ecología è stata finora, in larga misura, quella di un dialogo tra sordi: la prima circoscrive il proprio discorso alla dimensione ristretta dei valori di scambio, la seconda ragiona su quella più ampia della biosfera e delle risorse, indenpendentemente dal fatto che a queste ultime si possa attribuire un valore monetario.

Tale incomprensione ha profonde radici storiche. E le sue conseguenze, indubbiamente perniciose, vanno molto al di là dell’ambito teorico o accademico, data l’enorme importanza pratica che il sistema economico e quello ecologico rivestono nella vita ordinaria di ognuno di noi.

In questo primo post cercherò di risalire alle origini del problema, affrontandolo dal versante economico. I due post che seguiranno saranno invece dedicati, il primo, alla inadeguatezza e ai limiti della risposta standard fornita dall’economia, la cosidetta economia ambientale (Enviromental economics); il secondo, ai fondamenti e alle prospettive di quello che è probabilmente il tentativo più promettente di superare la situazione sopra descritta: l’economia ecologica (Ecological economics), un’area di ricerca attualmente al margine dell’economia convenzionale.

Se, in via generale, conoscere la storia della propria disicplina è sempre utile, per l’economista ciò assume (o dovrebbe assumere) una rilevanza del tutto particolare, come sottolineava già Schumpeter nella sua classica Storia dell’analisi economica (1955). A dispetto dell’impressione che spesso i manuali universitari danno, presentando principi e risultati dell’economia in forma astorica, davvero poco nella evoluzione della disciplina ci autorizza a parlare di una continua, inequivocabile ascesa della scienza economica verso una sempre migliore comprensione della realtà.

Non solo le fondamenta della riflessione economica – i metodi di ricerca esplicitamente o implicitamente adottati, i concetti e gli strumenti analitici utilizzati – ma la stessa definizione del “problema economico” (cosa è economico) ha conosciuto notevoli variazioni nel corso del tempo e tra gruppi di economisti.

È possibile quindi che la soluzione ai problemi del presente possa incontrarsi, per lo meno in nuce, nelle teorie dimenticate di qualche economista del passato.

L’economia oggi considerata convenzionale o standard (1), nonostante la proliferazione di mille sub-discipline, si interessa essenzialmente solo di ciò che, essendo di utilità diretta per l’uomo, sia anche appropriabile, suscettibile di assumere un valore monetario e producibile (in senso ampio: la semplice estrazione di risorse naturali è considerata produzione in economia).

Non è sempre stato così. Prima di diventare classica con Adam Smith e poi neoclassica con la cosiddetta “rivoluzione marginalista”, l’economia fu ecologica ante litteram. Con qualche forzatura, possiamo dire che i classici hanno espunto dall’economia la componente fisica e i necoclassici la dimensione sociale (istituzioni e relazioni sociali) [vedi figura].

Esaminiamo, sia pure in modo sommario e con inevitabili semplificazioni, il percorso storico che ci ha portato a questa situazione.

Torniamo all’epoca pre-classica e segnatamente ai fisiocratici, che insieme ai mercantilisti (di cui qui non ci occupiamo, e non certo perchè le loro analisi siano di scarso interesse) rappresentano la principale scuola economica prima di Adam Smith.

Il punto di partenza di Quesnay, il principale esponente della scuola (il suo Tableau économique è del 1758), è la produttività fisica, ossia la creazione di cose, non di “valori”. Al di là dei palesi limiti dell’impianto teorico del Tableau(2), un aspetto risulta per noi particolarmente interessante: l’enfasi che l’autore francese pone sullo studio del sistema economico alla luce delle conoscenze fisiche, e non come corpo isolato. Ciò gli permette di distinguere chiaramente i beni-fondo dai flussi e di non confondere l’appropriazione di stock di ricchezza naturale (semplice estrazione o distruzione di materiali non rinnovabili) con la produzione, che a sua volta è soggetta alle restrizioni del sistema fisico.

Con la scuola classica (da Smith a Marx, passando per Ricardo: 1776-1867) si verifica, di fatto, la separazione della dimensione fisica dall’analisi economica. Al di lá delle differenze teoriche e delle aspre polemiche tra loro, tutti i classici sono interessati alle leggi di “comportamento ed evoluzione” dell’economia del loro tempo, il cui carattere capitalitisco, in Inghilterra e nei paesi più avanzati dell’Europa continentale, è ormai diventato evidente. Il motore del sistema è il surplus o eccedente sociale o, più precisamente, la sua accumulazione. Quest’ultima sta alla base della crescita economica e, a sua volta, dipende in larga misura da come il reddito viene suddiviso tra le classi sociali. Di qui la centralità che le relazioni sociali assumono nella elaborazione teorica dei classici; di qui la progressiva emarginazione degli elementi fisici (input materiali ed energetici) dal discorso economico(3).

Una emarginazione che con gli autori neoclassici (1870-1930) diviene completa e si accompagna inoltre all’astrazione da ogni specifico assetto sociale e istituzionale. Come la meccanica razionale deriva le proprie proposizioni da alcune proprietà elementari dei corpi, così l’economia pura deduce le sue a partire dai principi, suppostamente universali, che reggono il sistema economico e dalle leggi che regolano la condotta umana razionale. Punto focale dell’analisi è l’equilibrio che si raggiunge nel mercato come incontro tra domanda e offerta, a sua volta conseguenza del comportamento soggettivo e razionale degli agenti economici (consumatori e imprese individuali, non classi sociali), che agiscono in base uno schema ordinato di preferenze.

La dissociazione del discorso economico dal suo contesto ambientale e sociale è ormai completa. Così l’economia ha smarrito la dimensione ecologica dell’esistenza.

A partire dagli anni ’60 del novecento, il prepotente imporsi all’attenzione pubblica di problemi ambientali quali il sovra-sfruttamento delle risorse naturali e l’inquinamento – che, per la prima volta nella storia dell’umanità, raggiungevano una scala autenticamente globale – ha in certa misura obbligato l’economia convenzionale a confrontarsi con temi per lungo tempo dimenticati o considerati esterni al proprio oggetto d’indagine, pena cedere il campo ad altre discipline. Nasceva così una delle mille sub-discipline sopra citate: l’economia ambientale. Nel prossimo post vedremo in che forma e con quali risultati ciò si è realizzato.

(1)  La teoria economica oggi dominante – sebbene ripetutamente e da diverse posizioni messa in discussione a partire dagli anni ’70 del secolo scorso – si può definire neoclassica a livello microeconomico e della sintesi neoclassica-keyenesiana a livello macroeconomico (una sintesi che inserisce nella struttura neoclassica elementi della teoria di Keynes). A sua volta, il paradigma neoclassico (affermatosi con Jevons, Menger e Walras a partire dal 1870), impose in economia l’individualismo metodologico (partire sempre dagli agenti economici individuali), la concezione soggettiva del valore, il concetto analitico di utilià marginale e la centralità dell’equilibrio di mercato nell’analisi (per chi voglia approfondire consiglio: Napoleoni e Ranchetti, Il pensiero economico del novecento, Einaudi).
 
(2) Ad esempio, per i fisiocratici l’agricoltura è l’unico settore produttivo dell’economia, il solo dove si produce surplus.
 
(3) Naturalmente, si tratta di una semplificazione. A puro titolo di esempio, non si può dimenticare il contributo di Malthus sul concetto di “limite naturale” e l’analisi di Ricardo sulla produttività (fertilità) decrescente delle terre messe a coltivo.

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13 risposte a “Economia ed ecologia: le radici storiche di una incomprensione

  1. Brillante sintesi di 250 anni di storia del pensiero economico.
    Luca.

  2. Ma quindi dobbiamo tornare ai fisiocratici?

    • Beh, in certo senso, sì. Chiaramente non intendo dire che bisogna riportare la teoria e gli strumenti d’analisi dell’economia allo stato in cui li lasciarono i fisiocratici, ma recuperare la consapevolezza della dimensione ecologica dell’esistenza, e quindi anche dell’agire economico, questo sì. Un recupero che può avere, tra le altre cose, una sua efficace e moderna traduzione sul piano della teoria economica.

  3. Finalmente un intervento da parte di un vero economista!

    Trovo interessante la riduzione di scopo, o forse dovrei dire di interesse, raffigurata all’inizio nel passaggio da una scuola alla successiva; ancora più notevole è forse la totale assenza di riferimento all’energia, probabilmente LA risorsa fondamentale.

    Per i fisiocratici la cosa è perdonabile, in fondo le risorse dipendevano sostanzialmente dai prodotti della fotosintesi (e i “ricchi” erano quanti avevano alle proprie dipendenze molti lavoratori della terra), ovvero i concetti di risorsa ed energia erano in larga parte coincidenti; al tempo dei classici però gli economisti si concentrarono sull’incremento della produttività, ottenibile grazie ai nuovi macchinari e all’accresciuta disponibilità energetica. Solo nel momento in cui siamo stati in grado di sfruttare e incanalare nuovi enormi flussi di energia a costo praticamente nullo (o in termini più tecnici, ad elevato ERoEI) il paradigma economico è riuscito a svincolarsi anche dalla dimensione sociale.

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  5. “Troppo poco, troppo tardi.” Anonimo contemporaneo

  6. Un post encomiabile per profondità, autorevolezza e passione. I miei applausi sinceri.

  7. Concordo pienamente con quanto scritto, ed aggiungo solamente che dobbiamo ricordarci di tributare a Georgescu-Roegen – un economista – il merito di aver dischiuso dalla follia economicista la via della decrescita.

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