Letture della crisi finanziaria – seconda tappa

Arnaldo Orlandini

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Nel frattempo, anche altrove, gli economisti mainstream più disponibili all’autocritica e meno condizionati dal “fondamentalismo di mercato” – rappresentanto in primo luogo, a livello accademico, dalla scuola di Chicago e dai suoi imitatori – si interrogavano sulla sistematica incapacità della teoria economica convenzionale di spiegare e, ancor più, prevedere quel fenomeno storicamente ricorrente che sono le crisi.

Tra le riflessioni più significative ed interessanti vi è senz’altro il paper collettivoThe Financial Crisis and the Systemic Failure of Academic Economics”, pubblicato nel febbraio 2009 da un gruppo autorevoli accademici (Colander et al.).

Gli autori partono dalla considerazione che la crisi finanziaria globale non solo ha rivelato la necessità di ripensare profondamente il modo in cui i sistemi finanziari sono regolati, ma ha anche decretato il sostanziale “fallimento” della professione economica. Le radici profonde, culturali, della crisi risiedono, a loro giudizio, nell’insistenza degli economisti su modelli che, per costruzione, escludono elementi essenziali della realtà economica.

Alla base dei modelli macroeconomici standard vi sono infatti una serie di assunzioni particolarmente irrealistiche, tra le quali spiccano l’ipotesi delle aspettative razionali e quella dell’agente rappresentativo. La prima afferma che gli individui usano tutte le informazioni disponibili in modo efficiente, senza compiere errori sistematici nella formazione delle loro aspettative sulle variabili economiche.

La seconda consente al modellista di prescindere completamente dall’eterogeneità degli attori economici, basandosi sul comportamento di un “attore medio”. Non possiamo qui esaminare i dettagli tecnici delle due ipotesi, ma non sarebbe certo difficile dimostrare che più che a semplificazioni teoriche, siamo qui di fronte a semplicismo tout court, per sanare il quale a poco vale la sofisticatezza matematica con cui i moderni modelli economici vengono rivestiti.

Come rilevano gli autori, introdurre tali ipotesi equivale ad assumere a priori che i mercati e le economie sono intrinsecamente stabili e possono “uscire dall’equilibrio” solo temporanemante e per fattori esogeni. In tal modo, i modelli macroeconomici standard non offrono alcun effettivo aiuto per la comprensione e la gestione di quel fenomeno ricorrente nelle economie reali che sono le crisi. In altri termini, l’agenda accademica, di fatto, ha escluso alla radice ogni ricerca sulle cause intrinseche delle crisi (4).

Note:

4. Il paper prosegue poi con una pars costruens che, pur presentando spunti di spessore teorico, presta il fianco a critiche non molto dissimili da quelle rivolte ai modelli standard. Su questo punto, pur non condividendone appieno le tesi, consiglio la lettura della penetrante analisi di Tony Lawson (2009)

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7 risposte a “Letture della crisi finanziaria – seconda tappa

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  2. Guardate il film Inside Job, è una ricostruzione di come alla base della crisi ci sia un lucroso gioco delle tre carte sia in cui le banche d’affari e agenzie di rating hanno svolto il ruolo di conduttore e di compare.
    Il peggio è che cambiano zona e mazzo di carte ma sono ancora in circolazione senza che nessuno li possa fermare.
    Nel film si vede come anche le istituzioni accademiche che si occupano dello studio dell’economia siano parte di questo sistema e non dei semplici osservatori come loro sostengono.

  3. Beh, è piuttosto ovvio che sia così. Mi ricorda un po’ il sistema che spesso si utilizza per i giovani artisti: un pittore non può far strada se non c’è un critico disposto a dir bene del suo operato. Basta ungere gli ingranaggi, ed anche un mediocre imbrattatele può diventare il Picasso del 2000.
    Così, le agenzie di Rating fanno il loro gioco, speculano, suggeriscono quel che è bene e quel che è male: fanno politica economica in senso concreto.

    I “docenti” ovviamente danno pareri, rivestiti di autorevolezza. Perché c’è chi è disposto a ritenere autorevoli quei pareri…

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  6. In effetti, come sottolineato da rbarba e Nico S., anche gli economisti accademici sono parte del sistema.
    In un senso oggettivo ed “innocente” : a differenza di quelle meteorologiche, le previsioni (e, più in generale, le teorie) economiche possono influenzare, attraverso vari canali e meccanismi, l’economia reale.
    Ma spesso sono parte del sistema anche in un modo tutt’altro che “innocente”: a parte coloro che hanno uno specifico interesse diretto (in un titolo, in un fondo, in un settore d’investimento, ecc.), frequentemente il “successo accademico” (con quello che ne deriva in termini di prestigio e carriera) delle teorie e dei modelli economici dipende da quanto essi sono funzionali agli interessi dell’industria, e di quella finanziaria in primo luogo; l'”ipotesi dei mercati efficienti” ( http://en.wikipedia.org/wiki/Efficient-market_hypothesis) ne è un esempio chiarissimo.

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