Kevin Anderson: “Non voglio far finta che sia facile”

a cura di Dario Faccini e Massimiliano Rupalti

Riportiamo un estratto di una recente intervista di Rob Hopkins a Kevin Anderson, Vice Direttore del Tyndal Centre ed esperto di tendenze delle emissioni di gas serra.

Colpisce, nelle parole di Anderson, la nota sconsolata con cui descrive quanto il suo lavoro sullo studio del riscaldamento globale gli abbia cambiato la vita. Se da un lato gli è stato quasi naturale adottare uno stile di vita più sobrio, dall’altro si è scontrato con l’indifferenza dei familiari, degli amici e persino degli stessi colleghi di lavoro nel fare altrettanto.

E’ una sensazione strana, quasi di tristezza, che fa sentire improvvisamente soli in mezzo a chi si pensava vicino. Ogni tentativo di discussione spesso innesca meccanismi di chiusura e di difesa psicologica, a volte sino all’irrigidimento dei rapporti personali. L’argomento diventa tabù, oppure viene liquidato con una battuta.

La stessa situazione capita a chi prova a parlare di picco del petrolio o in generale di picco delle risorse: quando evidenzia la necessità, o in alternativa l’ineluttabilità, dei cambiamenti del nostro stile di vita, le reazioni sono immediate e negative. Paradossalmente è molto più facile parlare in una conferenza che non tra amici e colleghi. Per chi ha provato o prova tutt’ora queste sensazioni, beh, questo post è dedicato a voi.

Trovate sul sito di Transition Culture l’originale in inglese, e sul nostro sito la traduzione in italiano di Massimiliano Rupalti.

[Rob] Passi molto del tuo tempo circondato da tutti quei modelli che descrivono scenari sempre peggiori. Come affronti questo da un punto di vista umanoe come ti influenza la tua vita professionale ?

[Kevin] Devo dire che diventa sempre più difficile, ha condizionato la mia vita personale in modo considerevole durante gli ultimi anni. Trovo faticoso impegnarmi nella scienza senza collegarla a quello che noi individui, società e decisori politici stiamo facendo.

E’ stato molto impegnativo per me interagire su questo con alcuni colleghi di lavoro, meno all’interno del gruppo più ristretto nel quale sono coinvolto qui a Manchester.

Sicuramente è particolarmente difficile col gruppo più allargato di colleghi coi quali lavoro sul cambiamento climatico, i quali, mi pare, non hanno alcun riguardo per ciò che le loro ricerche gli indicano. Per molti, pur con eccezioni significative, il proprio lavoro sembra essere poco più di qualcosa che serve a pagarsi il mutuo. Lo trovo molto difficile.

Sono dell’avviso che incomba su di noi come scienziati e cittadini il fatto che dovremmo cambiare le nostre vite e penso che la gente prenderebbe molto più in considerazione la nostra analisi se decidessimo di vivere in accordo con la nostra scienza.

Ma trovo anche sempre più difficile confrontarmi amici e famiglia, che spesso sembrano ignorare completamente gli impatti delle loro azioni. Sono arrivato a pensare che, emettendo in modo dissoluto, stiamo consapevolmente danneggiando la vita e le prospettive delle persone più povere della nostra comunità, sia nel Regno Unito sia, più significativamente, a livello globale.

Ciononostante continuiamo oscenamente a farlo. Siamo felici di mettere pochi centesimi in una ciotola, al centro della città, per aiutare la gente che vive nelle zone più povere del mondo, ma non siamo preparati a cambiare modo in cui viviamo. Eppure la scienza è molto chiara sul fatto che la gente vulnerabile nelle aree più povere del mondo soffrirà ripercussioni terribili da ciò che stiamo facendo ora e da quello che abbiamo già fatto.

Trovo riprovevole che gli scienziati siano in grado di ignorare un messaggio tanto chiaro; sappiamo per esempio che la gente che vive nella fascia costiera del Bangladesh soffrirà significativamente del nostro comportamento, come accadrà a molti altri poveri del mondo. E noi, collettivamente come società e spesso come individui, non dimostriamo nessun interesse o compassione.

Ho abbandonato molte delle mie attività precedenti. Come scalatore, per esempio, viaggiavo molto in aereo durante le festività. Ho amici stretti, del periodo in cui lavoravo per l’industria del petrolio, che pensano che il cambiamento climatico sia un problema serio ma che non sono preparati a fare nessun cambiamento nel proprio stile di vita.

Mantenere alcune relazioni personali è diventata una sfida. Non voglio far finta che sia facile. Non credo che il futuro, per coloro che hanno la fortuna di vivere in occidente, sia pieno di opportunità.

La gente che ha sfruttato bene, che ha ricavato molto dal nostro sistema occidentale e vive consumando molto carbonio, affronterà sfide dure. Non possiamo fingere il contrario.

Penso che la transizione da dove siamo oggi ad uno stile di vita a basso impatto di carbonio sarà sia difficile sia impopolare. Ma in fin dei conti non vedo alternative. Riduzioni rapide e profonde delle emissioni potrebbero non essere facili, ma un cambiamento delle temperature atmosferiche medie da 4 a 6°C in più sarebbe molto peggio.

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3 risposte a “Kevin Anderson: “Non voglio far finta che sia facile”

  1. L’umanità non merita di continuare ad esistere su questo pianeta. Alla fine, si darà da se stessa la giusta ricompensa.

  2. Mezz’ora fa, a Torino, ritornando a casa, ho dovuto fermarmi io, persona anziana che cammina col bastone, in mezzo a Via Nizza sulle strisce pedonali, per dar modo a un papà con un bambino in carrozzina di attraversare la strada. Diversamente nessun automobilista si sarebbe fermato e quel signore sarebbe ancora là. Figurarsi cambiare lo stile di vita !! Fantascienza.
    Leo

  3. Si è vero è la stessa sensazione che provo ancgh ‘io quando parlo di questi problemi a parenti ed amici. In sostanza la gente non vuol sentirsi dire che dovrà vivere peggio è che non c’è alternativa anche se fosse la verità, preferiscono vivere in qualche modo il presente nell’illusione e domani si vedrà

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