Autunno arabo

Luca Pardi, Dario Faccini, Mirco Rossi

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A partire dal 2011 si è parlato delle rivolte nei paesi arabi come primavere arabe.

La rivolta veniva in parte descritta come tentativo del popolo di Egitto, Tunisia e Siria, i principali paesi interessati a vere e proprie rivolte (la situazione in Algeria e Libia appare diversa), di liberarsi di regimi dispotici guidati da rais sostenuti dai militari.

Le principali componenti della società che si opponevano al dispotismo laico dei regimi nati dalla decolonizzazione, sono quella liberale filo occidentale e quella islamica ciascuna percorsa da divisioni interne particolarmente profonde nella componente religiosa islamica.

Su un piano diverso però, ci sono aspetti materiali che hanno profondamente modificato le società nei paesi del Nord Africa e in Siria che sono raramente analizzati e messi in relazione con queste cosiddette primavere arabe.

Il primo aspetto importante è che tutti i cinque paesi che vedono le maggiori turbolenze nel mondo arabo, i quattro nord africani: Egitto, Algeria, Libia e Tunisia e la Siria sono produttori di idrocarburi.

Quantità che nel caso di Siria, Egitto e Tunisia non sono enormi, ma sufficienti, fino a pochi anni fa, a garantire un certo livello di esportazioni e a sussidiare l’energia da parte dello stato. Una rendita che serviva ai regimi per comprarsi, almeno in parte, il consenso.

Vediamo l’evoluzione temporale di produzione e consumi di questi paesi.

I dati sono presi nel database dell’EIA (Energy Information Agency del governo degli Stati Uniti). Per facilitare la lettura, il gas naturale è riportato con la stessa unità di misura del petrolio, in migliaia di barili equivalenti al giorno.

La Libia è il paese con la maggior produzione petrolifera dell’area, in grado di soddisfare il consumo dell’intera Francia. Dal 2003 in poi la Libia è riuscita ad aumentare sia la sua produzione petrolifera che quella di gas naturale, con un aumento dei consumi interni piuttosto modesto, realizzando così un aumento importante dell’export.

Il calo di produzione del 2011 è conseguente alla guerra civile che ha visto la caduta di Muammar Gheddafi, avvenimento che messo in crisi l’intero comparto energetico, sia sul fronte della produzione che su quello dei consumi interni. Una situazione di grave crisi da cui il paese stenta a risollevarsi.

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L’Egitto ha raggiunto un massimo di produzione del petrolio negli anni 90′ ad un livello di picco di poco meno di 1 milione di barili al giorno. Dal 2009 le importazioni hanno superato, sebbene di poco, le esportazioni a causa della continua crescita dei consumi nonostante una leggera ripresa produttiva nel decennio scorso.

Analogo destino potrebbero a breve seguire le esportazioni di gas naturale. con consumi più che raddoppiati dal 2000 e una produzione che negli ultimi anni non riesce più a crescere.

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Come nel caso dell’Egitto la Siria della dinastia alauita degli Assad ha superato il picco produttivo alla metà degli anni 90′ ad un massimo di 600mila barili al giorno e, mentre il consumo interno aumentava regolarmente negli anni, la produzione ha continuato a declinare. Il crollo degli ultimi anni è da attribuire alla guerra civile.

La produzione di gas naturale è dedicata interamente al mercato interno, con i consumi che ne seguono fedelmente l’andamento, portando il bilancio import-export sostanzialmente a zero.

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Naturalmente la principale forza che ha guidato l’aumento dei consumi è quella demografica.

L’Egitto ha quadruplicato la propria popolazione nel giro di 60 anni da poco più di 20 milioni a quasi 80 milioni di abitanti.

Nello stesso periodo la Siria l’ha moltiplicata per un fattore 7.

Appare abbastanza evidente che i vincitori delle guerre civili ora in atto avranno il problema di gestire la fine della rendita petrolifera come i loro predecessori. Mi chiedo se le classi dirigenti di quei paesi e quelle internazionali abbiano capito il problema.

Per esempio, il ministro Bonino, profonda conoscitrice dell’Egitto, ha almeno azzardato a mettere in fila di dati presenti in questo post e che sono ovviamente disponibili per chiunque?

Posta questa domanda si va al passo successivo.

Cosa è possibile pensare guardando le prossime figure dell’Algeria? Detto per inciso, questo paese fornisce una percentuale importante di gas all’Italia e all’Europa. Qualcuno potrebbe far notare che c’è in progetto la TAP (Trans Adriatic Pipeline, il gasdotto per pompare gas azero verso l’Europa) …. si, ma quando?

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9 risposte a “Autunno arabo

  1. per me siamo nell’estate o parafrasando il nostro passato recente, nell’autunno caldo. Quella è gente che non scherza, mentre noi siamo per il buonismo, che nasconde l’incu……Non so fino a quando se lo potranno permettere i vari Letta, Napolitano e Francesco, ma il futuro è sicuramente nelle mani dei militari.

  2. toufic.elasmar@gmail.com

    La vostra analisi considera uno o meglio due dei problemi che affliggono il modno arabo o meglio Mediorientale. Tuttavia è una analisi menomata perché non considera tutt’un altra serie di problemi altrettanto importanti se non fondamentali.
    Prima di tutto contesto la frase “ministro Bonino, profonda conoscitrice dell’Egitto,” il fatto di avere vissuto per qualche anno (o meno) in Egitto on in uno qualsiasi dei Paesi Arabi non fa di nessuno un vero e profondo conoscitore della realtà Arabo – Islamica del Medioriente. Si tende a guardare soltanto l titoli o le situazioni di base dimenticandosi le realtà intime storiche – sociali ed ambientali.
    La guerra in Siria non nasce dalla mancanza di Petrolio (non esiste una storia più falsa di quella che vuole che sia il Petrolio la causa di tutti i mali di quel Paese), le rivolte in Tunisia ed Egitto possono forse essere in qualche modo anche legate al Petrolio, ma esistono altre causa non meno importanti. Per quanto riguarda la Libia, esiste un problema dovuto al petrolio, ma la guerra in Libia non è terminata, non se ne parla più, eppure le lotte interne sono ancora in corso. Per quanto riguarda l’Algeria, non dimentichiamoci che questo Paese è ed era in guerra da oltre 15 anni.

    Saluti

    Toufic

  3. A dire il vero mi convince di più la rivolta nel Nord Africa, legata al prezzo del grano, salito bruscamente nel 2010 per le perdite cerealicole in Russia a seguito degli estesi incendi. Il petrolio, a mio avviso, ha colpito indirettamente per i gas serra emessi.
    S. Molfese

  4. L’affermazione sulla Bonino è irrilevante. E’ ovvio che non basta un anno per conoscere un paese, ma molti ministri degli esteri non ci hanno passato nemmeno un giorno. Nell’articolo non si afferma che tutti i problemi vengono dal petrolio. Ma è un fatto che le rivolte contro i regimi si sono manifestate nel momento storico in cui i consumi hanno superato la produzione. Ci vuole un’analisi non una mera negazione della nostra tesi. Grano, acqua, idrocarburi vengono prima delle fumisterie ideologico-religiose su cui si esercitano i nostri opinion makers. E grano, acqua e idrocarburi servono alla popolazione e se la popolazione passa da 20 milioni a 80 milioni in mezzo secolo … beh salafiti e copti c’entrano poco, o sono semplicemente il veicolo ideologico attraverso cui si manifesta un fenomeno di ecologia umana.

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