Riduzionismo contro olismo in demografia

Luca Pardi

Nairobi_Slums_bar

Il 1 Agosto in una trasmissione relegata nel palinsesto di Radio Radicale alle 23:08 e intitolata Overshoot, incrociano le lame il professore di Demografia Massimo Livi Bacci e il professore di Urbanistica Aldo Loris Rossi.

Si parla dell’impatto dell’uomo sull’ambiente e, ovviamente, di demografia. I due non sono d’accordo sul concetto stesso di Bomba Demografica, a Livi Bacci (LB) sembra un termine “troppo aggressivo” e definitivamente fuori moda.

Loris Rossi (LR) lo trova adeguato (quanto chi scrive) nel descrivere l’evento storico che ha portato la popolazione umana dal miliardo circa all’inizio del XIX secolo ai 7 miliardi e spiccioli attuali.

LB conviene che ci siano rischi, ma ritiene che vi siano le condizioni umane, sociali, economiche e tecnologiche per superarli; secondo LR siamo su una china di autodistruzione che ha nell’esplosione (termine ricorrente) “megalopolitana” (cioè, per intendersi, delle megalopoli) il suo indice più evidente.

LR usa accenti piuttosto catastrofisti, LB si colloca nel campo degli ottimisti razionali, cioè quelli che spesso appaiono piuttosto autodefinirsi tali per cantare il loro “tutto va ben Madama la Marchesa” ecologico. Ci sarà, spero, tempo per affrontare i temi svolti nella trasmissione di Radio Radicale, magari anche di allargare il contraddittorio e/o riproporlo. Ma vorrei immediatamente proporre un aspetto del tema demografico che è certamente noto ai lettori di questo blog, ma sembra piuttosto ostico a quasi tutti coloro che per professione, o per passione politica si dedicano ai temi ambientali.

Ad un certo punto della trasmissione, nel parlare delle proiezioni demografiche, il prof. LB assume una posizione chiaramente riduzionista: “si devono prima analizzare le varie componenti, altrimenti non si capisce più nulla e si fa un gran minestrone”.

Come dargli torto. Il problema sta nel modo in cui i demografi affrontano questo importante obbiettivo. Questo tema fu affrontato in modo abbastanza chiaro due anni fa in un numero speciale di Science sul quale scrissi un commento.

La presentazione di questo numero speciale scritta da Ronald Lee era esplicativo del tipo di approccio al tema scelto dai demografi. Il prof. Lee ammetteva che i modelli demografici “ignorano in gran parte i vincoli economici e relativi alle risorse, per concentrarsi invece su altre forze che modellano la fertilità e mortalità” ma, nel giustificare questa scelta si appellava ad un fatto che, almeno a lui ed ai suoi colleghi, appare incontrovertibile e cioè che: “a partire dalla Rivoluzione Industriale la crescita della popolazione si è realizzata principalmente in una sorta di zona neutra in cui il progresso tecnologico, la crescita economica, e le migrazioni hanno permesso di crescere alla popolazione , evitando quella sorta di feedback negativo che avrebbe sostanzialmente alterato la fertilità o la mortalità.”

Questo è quello che potremmo definire riduzionismo forte. Consiste nell’attribuire valore predittivo ad eventi che si sono manifestati in un periodo storico limitato nel quale, uscendo dalla trappola maltusiana, le popolazioni di molti paesi hanno ridotto la mortalità lasciando per un certo periodo inalterata la natalità, e sono perciò aumentate in modo consistente (se non piace dire che sono esplose).

A questo fenomeno ha seguito, per le nazioni di vecchia industrializzazione, una fase di calo della natalità e successivo invecchiamento della società che dovrebbe portare ad un successivo calo della popolazione (in molti casi appena visibile e largamente compensato dall’immigrazione). A tutto questo definito Transizione Demografica è stato attribuito un valore predittivo ancora tutto da dimostrare. La causa della riuscita fuga dalla trappola maltusiana viene attribuito ad un insieme di cause: il grande aumento della produttività agricola e industriale ottenuto grazie allo sviluppo tecnologico e scientifico che precede ed accompagna la Rivoluzione Industriale.

Propongo una forma riduzionismo debole. Innanzi tutto diamo un connotato più concreto e limitato alla causa principale che ha fatto uscire dalla trappola maltusiana le popolazioni dei paesi di vecchia industrializzazione. La mia risposta è: i combustibili fossili. L’evoluzione scientifica e tecnologica dei secoli precedenti ha sicuramente determinato il modo in cui siamo stati in grado di sfruttare i combustibili fossili, prima il carbone e poi il petrolio, che erano conosciuti dall’antichità. Ma non è questo il punto.

Il punto è che sulla base di una immensa, ma finita, risorsa energetica l’umanità ha innalzato di molte volte la capacità di carico del pianeta. E’ bene sottolineare che per capacità di carico si intende, qui, la popolazione massima che un ecosistema è in grado di sostenere. Il flusso di energia costituito da carbone, petrolio e gas che costituisce oltre l’80% del totale dell’energia primaria prodotta e consumata nel mondo, è la CAUSA prima dell’innalzamento della capacità di carico per Homo sapiens su questo pianeta e ne ha determinato, come avviene per altre specie in presenza di risorse ecologiche abbondanti, un aumento vertiginoso della popolazione.

Che questo fatto possa apparire aggressivo e fuori moda, o poco umanistico, è un dato scientificamente irrilevante. Non è più aggressivo della constatazione che l’esplosione della popolazione di cavallette provoca periodicamente disastri immani all’agricoltura in molte zone del pianeta. In effetti se noi guardassimo la dinamica della popolazione umana come quella di una qualsiasi altra specie la definiremmo un flagello.

Tale innalzamento della capacità di carico non è sostenibile per molte ragioni oltre quella della limitatezza delle risorse energetiche e materiali, innanzi tutto per la limitatezza del sistema naturale di assorbire e riciclare i cascami del nostro metabolismo sociale ed economico. L’accumulo di CO2 in atmosfera e il conseguente cambiamento climatico è solo un esempio, quantunque probabilmente il più grave, di tale limitatezza. Altri esempi sono stati elencati altrove.

Va anche aggiunto che il timore di non cogliere la complessità del sistema umano a causa del riduzionismo, manifestata dal prof. LR, mentre mi sembra giustificata nell’approccio classico della demografica accademica, non ha in questo caso motivo di essere. E’ infatti proprio l’aumento del flusso di energia che attraversa il sistema sociale ed economico umano a determinare il progressivo aumento di complessità del sistema stesso.

Ed è alla luce della comprensione della finitezza delle molte risorse, non solo energetiche, che tale flusso ha messo a disposizione (si pensi alla gamma di risorse minerali che possono essere estratte solo grazie alla disponibilità di macchine che funzionano grazie ai combustibili liquidi e dunque al petrolio) che si può cercare di capire la direzione che il sistema prenderà al momento in cui tale flusso inizierà a decrescere.

Se infatti la complessità è promossa e sostenuta da un flusso energetico e materiale intrinsecamente finito, e se i sintomi della finitezza si fanno già sentire appare inevitabile una più o meno radicale semplificazione del sistema.

Appare chiaro, almeno a chi scrive, che l’adesione della demografia accademica a modelli nati e cresciuti nell’ambito delle scienze economiche e sociali non è più in grado di spiegare e prevedere gli eventi che si stanno compiendo e matureranno nei prossimi decenni su questo pianeta.

Non si tratta di proporre una guerra culturale contro la cultura umanistica, si tratta però di integrare conoscenze e metodologie in modo genuinamente interdisciplinare, uscendo da quella retorica dell’interdisciplinarietà nella quale ogni affermazione specialistica di un campo di ricerca viene suffragata da altre affermazioni altrettanto specialistiche di altri campi contigui senza mettere in discussione né questo né quelli.

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3 risposte a “Riduzionismo contro olismo in demografia

  1. Solo per ragioni semantiche e senza voler entrare nel ginepraio del calcolo della capacità di carico di un sistema ecologico riferita ad una specie (che dipende dalle risorse esistenti e dall’utilizzo pro-capite delle stesse, da parte della specie in questione) mi pare che il concetto di “capacità di carico” dovrebbe essere indipendente dal tempo. Semplificando, una popolazione erbivora non può raggiungere un numero superiore alla produzione annua d’erba diviso il consumo medio annuo a capo. Potrebbe quindi essere più appropriato parlare di capacità di utiizzo, di sfruttamento della capacità di carico del sistema ecologico. Questa capacità di utilizzo dipenderebbe dal consumo medio per individuo e non dall’ecosistema e, nel caso dell’uomo, potrebbe evolversi nel tempo, in base ai progressi tecnologici. Ne deriva una riduzione della popolazione sostenibile, ma dovuta a una variazione deii consumi pro capite e non ad una variazione della capacità di carico del sistema… secondo me!

  2. Il tentativo di uscire dal sistema di pensiero della cultura umanistica, che io definirei sinteticamente “antropocentrismo”, è difficile e minoritario. Il pensiero antropocentrico è bipartisan: di destra e di sinistra. Viene richiesta una rivoluzione copernicana che ponga al centro della cultura non più l’uomo con le sue esigenze e i suoi diritti assoluti, ma il pianeta, la natura, tutte le specie viventi (di cui l’uomo è una parte). In filosofia molti cominciano a discutere del problema (Jonas, Habermas, Lovelock per citarne solo alcuni).

  3. A naso, tutto quello che è stato fatto in passato – e fino ad oggi – consisteva in buona parte in estrapolazioni lineari: traccio una riga sui punti dati, e poi la allungo all’infinito. Ci cascano in molti. Ci comportiamo così quando immaginiamo di veder crescere linearmente la popolazione di Haiti, o quando immaginiamo che il costo di una commodity possa andare su in eterno. Gli uomini sono per istinto poco adatti ad afferrare le non linearità di tanti fenomeni: anche la loro percezione della demografia è per forza di cose molto semplificativa.

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