Una rivolta contro l’apparato energetico dominante

Luca Pardi

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Jeremy Leggett è tutto quello che, in termini professionali, vorrei essere: appassionato, ma pragmatico, ricco di spirito imprenditoriale e privo di autocompiacimento accademico, pieno di idee forti che non scadono mai nell’idealismo inconcludente. Ma soprattutto capace di interagire ad ogni livello della società per diffondere quell’idea di rinascimento di cui abbiamo bisogno oggi e che, in breve, si concretizza con una diffusione rapida e generalizzata delle fonti rinnovabili di produzione dell’energia, accoppiata con una altrettanto rapida e generalizzata diffusione di comportamenti sostenibili di produzione e consumo.

“Come creatura del capitalismo moderno, un capitano dell’industria energetica sostenuta dal venture capital, un investitore di private equity, e ex-credente nella magia, sono convinto che in questo momento il capitalismo come noi lo conosciamo oggi sta silurando la nostra prosperità, uccidendo le nostre economie e minacciando di lasciare ai nostri figli un mondo invivibile. Questo capitalismo ha necessità di essere riprogettato e ristrutturato da cima a fondo”.

E’ quanto Jeremy scrive nell’ultima pagina del suo ultimo libro: The energy of nations: risk blindness and the road to renaissance. (L’energia delle nazioni: cecità al rischio e la strada per il rinascimento).

Il libro si apre con un’enunciazione dei cinque rischi sistemici di cui l’autore è maggiormente preoccupato dei quali la società globale con le sue classi dirigenti non vede la gravità e l’alto grado di interconnessione:

  • un nuovo shock petrolifero
  • il clima
  • un nuovo collasso finanziario
  • la bolla degli assets basati sul carbonio
  • la bolla degli scisti, sia quelli del gas che quelli del petrolio.

Nel mezzo, cioè nelle 229 pagine del libro, c’è una storia dell’ultimo decennio visto dal punto di vista di chi si preoccupa della sostenibilità dell’andamento attuale, ha una visione sistemica e coglie la stretta relazione dinamica fra i tre corni della crisi: quello energetico, quello economico e quello ambientale. Infine, negli ultimi capitoli c’è un tentativo di disegnare un possibile percorso di uscita, il rinascimento.

C’è un avversario potente sulla strada del rinascimento: l’apparato energetico dominante e i suoi clienti (the Big Energy Incumbency la chiama Jeremy). La narrativa di questo apparato di potere permea la nostra società al di là della nostra immaginazione ed è costruita sulle qualità intrinseche della mente umana, per come essa si è evoluta in un ambiente totalmente diverso dalla società industriale.

La storia ripercorre tutto quello che, come ASPO-Italia, abbiamo visto accadere dal 2003 ad oggi. Gli allarmi inascoltati durante la salita impetuosa del costo del barile fino al crollo finanziario del 2007-2008, e dopo la caduta dei consumi dei paesi industrializzati in recessione, la crisi finanziaria che maschera quella delle materie prime e del clima fino a cancellarle dal radar dell’informazione.

La nuova “narrativa” degli shale raccontati come nuovo rinascimento delle fonti fossili. Ma anche la costante catena di allarmi che vengono da istituzioni e ambienti che nulla hanno a che vedere con l’industria delle rinnovabili o dai circoli ambientalisti e che passano inosservati dai grandi mezzi di informazione e dalla politica, che pure dovrebbero essere costantemente mobilitati in un decennio in cui i segnali di stress sistemico si moltiplicano su tutti i fronti.

Ci sono tutti: l’esercito della Germania, il Pentagono, i Lloyd di Londra, il Fondo Monetario Internazionale, e la stessa IEA. Ma nulla riesce a scalfire la faccia di bronzo degli esperti di pubbliche relazioni della Big Energy Incumbency. Volete vedere una galleria di facce di bronzo? Non perdetevi quella che Jeremy ci propone nel capitolo 16: a new era of fossil fuels.

La nota 11 di questo capitolo ci rimanda ad un video on line sul sito del Financial Time da titolo significativo “Are we entering a new fossil fuel era?”. Questo forum rappresenta, forse, il climax della rappresentazione della Big Energy Incumbency.

C’è la bionda accattivante carica di autostima mal riposta, rappresentante della Exxon Mobil, che con sicumera degna di miglior causa e sorrisino compiaciuto recita: i combustibili fossili rappresenteranno ancora l’80% delle fonti di energia nel 2040 perché ci sono, sono utili e convenienti.

C’è il burocrate che snocciola Giga tonnellate di carbone come fossero noccioline, e il più raccapricciante di tutti, Tony Hayard, l’uomo che visse il disastro della Deep Water Horizon nel Golfo del Messico dalla poco invidiabile posizione di CEO della BP e che, mentre oltre ai morti (11) si profilava un disastro ecologico, non ebbe di meglio da dire che: “non c’è persona al mondo che desidera più di me la fine di tutto questo, rivoglio indietro la mia vita”.

Una frase che suonò quantomeno stonata di fronte alla morte di undici lavoratori, la cui responsabilità fu attribuita alla cattiva gestione di un progetto ad alto rischio.

Tony Hayard ha evidentemente riavuto la sua vita indietro al momento in cui, nel settembre 2012 si svolge questo summit sull’energia organizzato dal Financial Times.

Ci arriva infatti rilassato e abbronzato e annuncia senza pudore che gas, petrolio e carbone sono infiniti. A meno che non ci siano interventi a limitarne la produzione.

Fortunatamente c’è il controcanto di Jeremy. A meno di interventi che ne limitino la produzione, il problema è tutto qui. E qui si tocca il rischio n. 4 enunciato all’inizio. Se ad un certo punto nei prossimi lustri, gli eventi climatici ed ecologici, spingeranno i paesi a mettere in pratica politiche serie di contenimento delle emissioni, si concretizzerà uno dei rischi più inquietanti che l’apparato energetico dominante ha preparato.

Se si vuole restare ad un aumento della temperature inferiore o uguale a 2 °C, una grande quantità di carbonio che oggi figura negli attivi dei bilanci delle grandi compagnie energetiche dovrà essere semplicemente cancellato e questo è un ulteriore rischio che aleggia su un sistema finanziario già traballante. Il tema del carbonio non-bruciabile e della bolla del carbonio è un argomento troppo importante per essere affrontato brevemente, ci torneremo.

Intanto il mio consiglio: se l’inglese ben scritto non vi spaventa leggete il libro di Jeremy Leggett, altrimenti dovrete sperare nella rapida pubblicazione di una sua traduzione. Speriamo che post come questo possano spingere l’editore italiano a prendere l’idea in considerazione.

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3 risposte a “Una rivolta contro l’apparato energetico dominante

  1. bell’articolo, ma ingenuo. Nella storia dell’umanità il potere è stato fermato solo da rivolte innescate da fame e morte, non certo da rischi sistemici. Meadow è stato chiaro: bruceranno tutto quel che c’è da bruciare entro il 2050, infischiandosene di Kioto, di noi, di loro e di chi verrà, se potranno.

    • “…tutto quel che c’è da bruciare…” è il vero oggetto del contendere. Cosa possiamo davvero estrarre? Cosa resterà sottoterra perché non rende niente? Continuo a sospettare che le riserve siano del tutto sopravvalutate.

  2. Pingback: Ottimismo e realtà | Risorse Economia Ambiente

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