Sfuggenti segnali dal buio

Mirco Rossi

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Senza riscaldamento, senza luce in casa e per le strade, semafori spenti, frigoriferi, elettrodomestici, tapparelle, serrature, campanelli, ascensori, non funzionanti, pompe di carburante inattive, telefoni muti (batterie dei cellulari e dei ripetitori scariche), senza internet, cucine di ristoranti e pizzerie spenti, pompe per l’acqua potabile ferme, impianti di risalita immobilizzati, banche, bancomat, forni per il pane chiusi.

Questo e altro è accaduto per qualche giorno tra Natale e Capodanno in alcune valli dolomitiche a causa di una nevicata intensa durata alcune ore.

Case fredde (le caldaie a gas e le moderne stufe a pellet funzionano con l’elettricità), buie, isolate in diversi paesi del Cadore e dell’Agordino, difficoltà a rifornire le frese e le ruspe per liberare le strade da quasi un metro di neve e dai numerosi alberi caduti, mancanza d’acqua e impossibilità di cucinare in molte abitazioni.

Un po’ meglio si sono difesi coloro che possedevano il generatore a gasolio, la vecchia stufa a legna, le cucine a gas, ma non erano certo la maggioranza, visto che in pieno inverno gran parte degli abitanti in queste zone è rappresentata da turisti che vivono in seconde case, costruite di recente e spesso senza tener conto di antichi criteri di prudenza e di flessibilità propri di chi, come la gente di montagna, sa che bisogna essere pronti ad affrontare tutte le evenienze.

Si è assistito a paurosi ingorghi su strade impraticabili e, appena è stato possibile, a precipitose fughe verso la pianura. Chi restava era freneticamente a caccia di candele, lumini (da cimitero) e fiammiferi, merci che poco mancava si scambiassero a “borsa nera”. A piedi, spesso nella neve alta, hanno cercato di arrivare a casa di amici più fortunati provvisti di una buona riserva di legna e di una stufa tradizionale. I più si sono adattati vivendo vestiti pesantemente in casa e potendo contare su una bombola per cuocere il cibo.

La neve non ha trattato in modo differente Cortina e una qualunque piccola e sconosciuta frazione spersa in qualche vallata. Ma quest’ultima, come i centri abitati più vecchi, pensati e costruiti da sempre per affrontare in solitudine le avversità della natura e del meteo con i mezzi semplici della cultura contadina e montana, hanno meglio saputo reagire all’evento.

Perché una nevicata, pur abbondante ma largamente prevista, ha causato tanto disastro?

La cause sono molteplici e di diversa natura: neve molto umida, pesantissima; impianti di trasporto e di distribuzione elettrica costruiti mezzo secolo fa; da allora pochi investimenti per lavori di ammodernamento e di miglioria; mancata autorizzazione alle modifiche e alle nuove realizzazioni che in qualche caso erano state progettate; politiche di riduzione incentivata del personale che hanno privato questi territori di tecnici e operai che conoscevano perfettamente l’articolazione della rete elettrica, i suoi punti deboli e avevano grande confidenza con le caratteristiche del terreno; scarsa manutenzione programmata, strumento indispensabile per ridurre al minimo le minacce della natura alla continuità di funzionamento degli impianti.

Durante la nevicata, sotto il peso degli accumuli che progressivamente andavano formandosi, cavi, alberi, rami, tralicci, pali, hanno ceduto interrompendo linee di trasporto e di distribuzione. In brevissimo tempo il carico elettrico richiesto dalle utenze ha messo in difficoltà il sistema di rete in più punti, impedendo il ripristino del servizio per molte ore e in alcune zone per due o tre giorni.

A quanto si sa erano stati preavvertiti una settantina di tecnici ma questo livello di allerta è risultato del tutto insufficiente per affrontare la gravità di quanto accaduto. Con ogni probabilità oltre alle difficoltà obiettive (meteo che impediva il volo degli elicotteri, strade impercorribili, prati e costoni carichi di neve), può aver giocato un ruolo negativo anche il fatto che gran parte delle squadre operative era composta da personale che di norma lavora in zone diverse da quelle in cui si trovava ad operare. Molti provenivano dalla pianura, e pur tecnicamente addestrati, possono essersi trovati nell’impossibilità di esprimere preparazione tecnica ed esperienza in un territorio con caratteristiche molto diverse e su impianti sconosciuti.

A distanza di alcuni giorni ora tutto (o quasi) è ritornato alla normalità, anche se un certo senso d’incertezza e d’inquietudine traspare ancora nelle parole e nei dialoghi delle persone e le prossime nevicate vengono attese con qualche lieve preoccupazione, sconosciuta in passato.

Se l’evento scatenante (quantità e qualità della neve) può considerarsi abbastanza inusuale, emerge chiaramente che l’insieme delle moderne realizzazioni, pubbliche e private, esterne e interne alle abitazioni, non ha retto alla prova. Non ha saputo reagire positivamente e, fatto ancor più grave, in molti casi non prevedeva alcun “piano B”.

Si è ancora una volta dimostrato quanto le strutture abitative e urbane siano sempre più dipendenti dalla disponibilità costante di energia, in questo caso elettricità, e sostanzialmente collassino quando la fornitura s’interrompe o perde la caratteristica di continuità.

Realizziamo abitazioni che non possono garantire “passivamente” (cioè con energia scarsa o mancante) un livello decente di funzionalità. Progettiamo e costruiamo paesi, agglomerati urbani, impianti, totalmente dipendenti da fonti energetiche di origine fossile, legate a un sistema di approvvigionamento e produzione sempre più articolato e complesso.

Il tutto dimostra l’elevata fragilità che hanno raggiunto i “sistemi” in cui viviamo a fronte di eventi appena fuori dalla norma.

Anche dal punto di vista culturale e psicologico la preparazione dei cittadini ad affrontare la situazione è sembrata più che scarsa, pressoché nulla. Ho visto alcune persone attonite, incredule, totalmente spiazzate e spaesate. Stavano subendo qualcosa di impensabile; dal loro punto di vista persino illogico e ingiusto.

La mancanza dei moderni agi, delle comodità, della facilità di trasporto e di comunicazione o, per breve tempo, dei servizi di base, le ha confuse, limitando oltre misura la seppur parziale possibilità di reagire positivamente.

Non credo che quanto successo sia servito ad aumentare in molti la consapevolezza della loro impreparazione agli scenari che si stanno profilando, sia dal punto di vista dei profondi cambiamenti climatici, che per la progressiva difficoltà nel garantire la crescente domanda di energia fossile che proviene da una civiltà basata su politiche consumistiche.

Pochi si rendono conto che la civiltà che abbiamo realizzato risulterà sempre più esposta a crisi di varia origine, non più limitate a qualche ora o pochi giorni, ma ben più consistenti in quantità e tempo. Non siamo pronti ora e non dimostriamo alcun interesse per esserlo in futuro. Spero non risulti indispensabile passare attraverso la pedagogia delle catastrofi per cambiare atteggiamento.

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9 risposte a “Sfuggenti segnali dal buio

  1. Grande Mirco !!!
    Leo

  2. Analisi molto interessante; condivisibili le considerazioni finali sulla consapevolezza di pochi. Mirco, hai provato ad inviare questo testo a qualche giornale locale? Nei siti dei giornali esiste in genere una sezione dedicata a brevi interventi dei lettori. Se il capo redattore viene incuriosito può proporre la pubblicazione sul cartaceo di un intervento più articolato. Talvolta funziona, a me è accaduto. Magari solo per quella volta.
    dario

  3. ricordo una bellissima nevicata nel dicembre di tre anni fa a Firenze..
    per me un’emozione unica..per molti colleghi una maledizione..c’era qualcuno che non capiva come potesse essere successo..”la neve deve cadere in montagna..non in città'”..come se la neve seguisse regole urbanistiche o di mercato..
    conosco persone che non riescono a vivere al di fuori della propria autovettura..gente che non ha mai preso (o due, tre volte in vita sua) un mezzo pubblico..gente che non sa che fare se salta la luce e alcuni che non saprebbero mai come far capo ad un emergenza meteo abbastanza semplice da affrontare come una nevicata prevista da giorni..
    qualcuno si è addirittura scordato che a piedi si possono coprire distanze notevoli, o che in bus o in tram/metro, molto spesso si spende meno e si risparmiano minuti preziosi rispetto all’auto..
    parlo di gente giovane ovviamente..
    un saluto.

  4. Oltre naturalmente ai vecchi sistemi low-tech, mi chiedo se una diffusa presenza di fotovoltaico ad isola (o velocemente convertibie ad isole) potrebbe rendere il tutto più resiliente. Certo, una nevicata del genere ti copre anche i pannelli, e l’elettronica si guasta facilmente. Ma magari quel livello minimo di energia che serve a far funzionare il resto te lo può dare.
    Noto poi due cose, tra le cause, che mi colpiscono perché tragicamente vere
    – La burocrazia assurda, presente dappertutto ma qui patologica, per cui non riesci a fare nulla, neppure se hai risorse ed idee progettuali
    – la perdita di esperienza, dovuta ad un mercato del lavoro in cui la trasmissione del sapere diventa impossibille
    Temo che queste due cose saranno quelle che ci uccideranno, prima della effettiva mancanza di risorse

  5. Pingback: Segnali « Il blog di Marco Boschini

  6. Bellissimo post.

  7. Post vuoto di contenuti e scientificamente penoso. Prende un caso particolare – se c’e’ brutto tempo si rischia che vada via la corrente, ma vah? – e lo estende a monito generale facendo leva su ideologie e paure inconscie come manco legambiente. Inutile. Se questo e’ il livello, e lo e’ da un pezzo ormai, un consiglio: chiudete il blog e ASPO-Italia con esso.

  8. Un post preveggente – come sa sempre esserlo la banale constatazione della realtà materiale. Ora che nel modenese siamo sommersi dall’acqua e volano insulti ed accuse, posso dire che abbiamo perso l’ultima virtù che ci era rimasta: la capacità di reagire alle emergenze. Una perdita grave per un popolo che non sa pianificare nemmeno a medio termine.

    Una piovuta invero sopportabile – unica stranezza i temporali a gennaio, ma sorvoliamo. Un argine probabilmente indebolito dal terremoto, in un’area critica che per natura produrrebbe una cattura fluviale. Forse qualche buca prodotta da animali, ma non ci credo molto. Ingredienti eccezionali: nessuna sorveglianza, la falla aperta nell’argine destro del Secchia ha potuto operare indisturbata per tutta la notte. E nessun intervento immediato.

    Nei prossimi mesi, forse, sapremo com’è andata: quali tagli alla sorveglianza gestita su base provinciale siano stati determinanti. Quali strutture ed apparati dismessi o destrutturati abbiano fatto pesare di più la propria mancanza. Sarà molto interessante ragionarci sopra a riflettori spenti.

  9. Aggiornamento alluvione.

    Ok, al momento a Modena si scatena la cerca del capro espiatorio. Dopo nutrie, tassi (qui estinti) e volpi (grazie a Dio riapparse a dare qualche legnata alle nutrie) l’assalto è ad ulteriori soggetti che non possono rispondere. Nello specifico, pare che l’argine sia caduto per colpa degli animalisti, degli ambientalisti, dei verdi, degli alberi…..

    Degli alberi: la colpa sarebbe degli alberi. Delle loro fetenti radici che scavano buchi. La proposta è abbattere tutti gli schifosi, inutili alberi (che però in realtà non c’erano davanti al tratto di argine dissoltosi). Non so se capite in che situazione ci troviamo. Un delirio allucinatorio con tinte veramente sinistre.

    Per chi di voi vuol sapere com’è andata racconto una sola cosa: la sorveglianza dell’intero sistema fluviale modenese è affidata a ben 5 (avete letto bene, CINQUE) dipendenti di Aipo. La spending review ha causato la sua prima alluvione.

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