“Effetto serra” fa rima con “effetto guerra”

di Dario Zampieri

arca noe

Nel periodo di Natale 1983 feci un viaggio in Tunisia con la mia futura moglie. Il giorno del volo di rientro tornammo a Tunisi in un clima di grande incertezza. L’aumento del prezzo della farina aveva incendiato una situazione già precaria dando avvio alla “rivolta del pane”. Dal centro città si levava una colonna di fumo nero, mezzi militari occupavano le strade, mentre il suono acuto delle sirene faceva da colonna sonora allo scenario di guerriglia urbana.

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Nella Medina ci rifugiammo dietro un porta, aperta per noi due turisti da un commerciante compassionevole. Riuscimmo a raggiungere l’aeroporto grazie all’iniziativa di un improvvisato taxista, che sfruttava l’occasione per guadagnare qualcosa. Alla fila per il check-in del volo per Roma italiani sgomitavano quasi venendo alle mani nel tentativo di guadagnare qualche posizione, temendo di rimanere bloccati a Tunisi. Attendemmo il nostro turno con rassegnazione, ma anche disgusto. È soprattutto questo episodio che mi è rimasto impresso di quell’esperienza di panico collettivo. Nel momento del pericolo l’istinto di sopravvivenza individuale (persona, gruppo o stato) può portare a calpestare gli altri.

Appurato che la situazione climatica si sta deteriorando molto rapidamente, è possibile che gli squilibri ambientali siano causa della guerra? Cercando di rispondere a questa domanda il diplomatico di carriera italiano Grammenos Mastrojeni si inserisce nel dibattito sul cambiamento climatico con il libro L’Arca di Noè, dedicato al grande pubblico.

L’autore prevede che lo scioglimento dei ghiacciai himalayani provocherà un aumento delle inondazioni e delle frane dei versanti destabilizzati e inciderà sulla disponibilità di acqua che , distribuita dai fiumi a India, alcune pianure cinesi e Sudest asiatico, dà da mangiare a oltre un miliardo e mezzo di persone. Si prospettano tensioni e disordini in un’area dove quattro stati detengono armi nucleari. L’Occidente ricco dispone dei mezzi politici, economici e sociali per far fronte (si spera, l’inciso è mio) all’adattamento al clima che cambia. Varie agenzie governative e non prevedono che entro il 2050 duecento milioni di persone, definite rifugiati climatici, saranno costrette a lasciare le proprie terre per stabilirsi nelle pianure alluvionali e nelle aree urbane dell’Africa e dell’Asia. Continenti come l’Africa sono più vulnerabili perché l’agricoltura dipende dalle precipitazioni e i governi sono incapaci di assistere le popolazioni nell’emergenza. Aumento dei prezzi dei cereali come conseguenza di siccità prolungata, conflitti per l’acqua che scarseggia, collasso della catena alimentare marina per acidificazione degli oceani, esaurimento delle fonti di energia a basso costo combinati con la crescita demografica provocheranno migrazioni verso l’Europa, mentre è prevedibile che i diseredati dell’Asia si riverseranno su Russia, Giappone ed Australia e i popoli latini del centro America premeranno sugli Stati Uniti. Ma oltre ai costi della macchina militare necessari per tentare di arginare le migrazioni, bisogna tener conto di quelli per mantenere aperti e accessibili i mercati esterni, di cui l’occidente non può fare a meno sia come accesso alle materie prime sia come sbocco per le merci, pena il collasso dell’economia di mercato. D’altra parte, Mastrojeni rileva che una fase espansiva basata sulla costante crescita dello sforzo militare avrebbe anche un costo non monetizzabile, cioè il definitivo addio ai sogni che hanno reso l’Occidente un modello, con l’utopia della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

ambiente geopolitica

Global Interconnection Map relativa alle categorie Ambiente e Geopolitica. Il centro di gravità corrisponde all’insuccesso dell’adattamento al cambiamento climatico. La linea più marcata corrisponde alla connessione scelta dal maggior numero di partecipanti all’indagine. (http://reports.weforum.org/global-risks-2013/section-seven-online-only-content/data-explorer/)

Sulla scorta di diversi studi citati Mastrojeni ricorda che è tardi, il tempo stringe, ci restano appena 20/30 anni prima che la situazione ci sfugga di mano se continuiamo sulla strada del Business as usual (BAU). Il superamento della soglia dei 2°C della temperatura media del pianeta sta già avanzando in aree specifiche. Tra il 2030 e il 2040 avverrà nei paesi del bacino mediterraneo, tra cui l’Italia, in India e in Cina. In questo senso, e qua la riflessione è mia, il recente pubblico appello rivolto ai leaders mondiali da parte di James Hansen, Ken Caldeira, Kerry Emanuel e Tom Wigley, eminenti scienziati del clima e dell’energia, per lo sviluppo dell’opzione nucleare nella produzione di energia elettrica al posto dell’uso dei fossili, appare irrealizzabile. Ciò se si pensa che, per assurdo, per far fronte alla richiesta mondiale di energia (potenza usata attualmente 16 TeraWatt, in uno scenario BAU 40 TeraWatt nel 2050) occorrerebbe costruire due centrali nucleari al giorno (24.000 centrali) per i prossimi 36 anni. Mentre Michael Dittmar dell’ETH di Zurigo avvisa che la produzione di uranio a basso costo avrà un picco nel 2015, dopo di che declinerà irrimediabilmente e sarà insufficiente per alimentare le centrali esistenti e in costruzione nei prossimi 20 anni, con prevedibili effetti di blackout ma non solo.

Una relazione tra le variabili climatiche e i conflitti è già stata ipotizzata dagli storici, che vi hanno visto anche la causa del collasso di alcune civiltà. Questa ipotesi è stata ora supportata statisticamente relativamente al periodo 1950-2004, analizzando l’oscillazione meridionale El Niño (ENSO), che si origina nel Pacifico tropicale, ma si irradia in tutta la fascia tropicale rendendo bruscamente più calde e secche le aree continentali. Ebbene, i conflitti civili aumentano di circa il 20% relativamente ai periodi dominati dalla rapida oscillazione verso periodi umidi conosciuta come La Niña (doi:10.1038/nature10311).

5 rischi

I 5 principali Rischi espressi in una scala da 1 a 5 per Probabilità di accadimento nei prossimi 10 anni ed Impatto.

Jorgen Randers, alla conclusione del rapporto al Club di Roma “2052 Scenari globali per i prossimi quarant’anni” fornisce 20 consigli individuali, tra i quali quello di non investire denaro in società che saranno influenzate negativamente dall’imminente ondata di disordini sociali. Questi saranno causati dalla crescente iniquità delle società capitalistiche, dalla distribuzione ineguale delle risorse e degli impatti del cambiamento climatico.

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