Petrolio: la prossima crisi.

Di Dario Faccini

capex

Fra qualche anno il 2014 verrà probabilmente ricordato come l’inizio di una nuova crisi petrolifera. Le principali Compagnie Petrolifere stanno riducendo gli investimenti per evitare di andare in perdita. E gli investimenti che non vengono fatti oggi, saranno il petrolio che ci mancherà domani. Ma perché sta succedendo questo? Con il barile ad oltre 100$ non hanno abbastanza margine? Il prezzo deve crescere ancora?

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La risposta a questa domanda si trova nel grafico sopra (cliccare per ingrandire), che mostra come la maggior parte della Compagnie Petrolifere abbia bisogno di un prezzo del barile ben superiore a quello attuale per essere profittevole.

Il grafico è estratto da una presentazione commentata da Gail Tverberg sul suo blog, e adesso tradotta in italiano da Massimiliano Rupalti, che potete trovare sul nostro sito, appena ritornato operativo. E’ un articolo molto interessante che vi invitiamo a leggere perché mostra in termini economico-finanziari come sia finita l’era del petrolio a buon mercato: le Compagnie Petrolifere vendono e disinvestono proprio quando sarebbero necessari maggiori investimenti, un chiaro esempio di effetto post-picco.

Diciamolo chiaro: il petrolio ci sta via via abbandonando. Lo avevano previsto Campbell e Laherrère,‎ i padri di ASPO, già nel 1998.

Cosa fare allora? Ce lo indicava Campbell 14 anni fa:

Gli economisti dicono che alti costi del petrolio non hanno importanza perché l’energia è solo una piccola frazione del PIL – ma non si può mangiare l’Internet. [All’epoca si stava gonfiando la bolla delle Dot-com]

I geologi trovano il petrolio, gli ingegneri lo estraggono, ma non vi fidate degli economisti che vi dicono quanto ce ne è rimasto!

Alla fine dei conti, Il petrolio è controllato da eventi nel Giurassico, che sono immuni dalla politica.

Una crisi del petrolio è male per i politici. Dare la colpa all’OPEC o alle compagnie petrolifere non funzionerà molto a lungo. Sarebbe meglio fare un’analisi corretta delle vera situazione e informare il pubblico. Nessuno da la colpa al governo per i terremoti. Allora la gente non gli darebbe la colpa nemmeno per una crisi petrolifera se si rendessero conto che è un fenomeno naturale “se non ti occupi della realtà, la realtà si occuperà di te”

Cerchiamo di non essere troppo allarmisti. Non casca il mondo al momento del picco. Quello che cambia e la percezione, quando la gente si accorge che la crescita del passato diviene il declino del futuro. Potrebbe portare a un declino dell’egemonia culturale e economica degli stati uniti – che non tutti vedrebbero come una cosa cattiva.[…] Ma utilizziamo le nostre attuali riserve di petrolio con intelligenza per facilitare la transizione.

Il picco della produzione del petrolio è un punto di transizione per l’umanità. La transizione verso il declino sarà un periodo di grande tensione. Le priorità si sposteranno verso l’autosufficienza e la sostenibilità. Alla fine, può darsi che sarà un mondo migliore!

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12 risposte a “Petrolio: la prossima crisi.

  1. di sicuro la % di spocchia e superbia abbasserà notevolmente, ma che sia una transizione così dolce e fatta con ragionevolezza sarà impossibile, visto il livello di astuzia e di competizione egoistica classica di una società come la nostra.

  2. Faccio presente che Cambell ammonisce di non fidarsi degli economisti, quando il grafico presentato in capo a questo articolo (su cui si regge tutto il pezzo) viene dagli economisti di Goldman Sachs.

  3. “Alla fine, può darsi che sarà un mondo migliore!”, già, ma proprio alla fine. E’ il prima quello che fa davvero paura.

  4. @ Filippo.

    Cosa intendi con “il prezzo del petrolio dipende pochissimo dell’EROEI e tantissimo dai futures finanziari” ?
    Intendi il prezzo nel breve periodo?

    Lo chiedo perchè proprio l’articolo sul tuo blog si conclude con:
    “Questo non è dovuto certo alla speculazione ma è l’effetto della crescente scarsità di petrolio facilmente estrabile unita alla mancanza di alternative valide al nero combustibile”.

    “Scarsità di petrolio facilmente estraibile” è sinonimo di calo dell’EROEI.
    Il prezzo quindi sale per il calo dell’EROEI. Di certo nel medio/lungo periodo. Poi sicuramente nel breve è un altro discorso.

    • Credo che Filippo stia equivocando tra due concetti:
      1) L’affermazione molto frequente tra gli economisti che “basta che il prezzo del petrolio salga perché diventino convenienti le tecnologie e le risorse più care”. Questa è stata in effetti contestata ampiamente da ASPO Italia, e in questo articolo si dimostra come adesso stia avvenendo il contrario.
      2) L’ipotesi marginalista, spesso citata da ASPO Italia proprio per spiegare l’aumento dei prezzi: sul medio termine è il costo dell’ultimo barile venduto a fare il prezzo del BRENT o del WTI. Altrimenti se fosse una media, avremmo ancora il petrolio a 40$/barile visto che l’Arabia Saudita estrae a 20$.

      Nel breve termine giocano anche aspetti speculativi, è innegabile. Ma ormai il petrolio è attorno ai 100 dollari da anni, e in questo la speculazione, semmai ha giocato, lo ha fatto a favore dell’aumento, non contro. Ed è un fatto che a questi alti prezzi le compagnie non producano abbastanza utili per fare investimenti.

      Inoltre, sino a quando l’EROEI è alto può non manifestarsi nella formazione del prezzo, ma quando scende sotto alcune soglie, non c’è incentivo/defiscalizzazione statale che tenga: prima o poi il prezzo deve schizzare alle stelle. Ora, si può discutere se questo sia il caso attuale o meno, però mi piacerebbe sentire quali sarebbero le teorie alternative. L’aumento dei costi di produzione sarebbe un complotto delle compagnie petrolifere? Una congiuntura economica? Insomma: quali spiegazioni alternative ci sono?

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