Il secolo del petrolio

di Luca Pardi

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Il prof. Vaclav Smil è un’autorevole studioso di energetica, verrebbe voglia di dire il più autorevole. Studiare i suoi libri, ed in particolare il suo testo più esteso: Energy in Nature and Society: General Energetics of Complex Systems, [1] è un’esperienza di grande crescita e piacere intellettuale, soprattutto per il necessario olismo con cui l’autore ci accompagna nel cammino attraverso l’intricato reticolo di flussi energetici che interessano le Terra facendoci vedere sotto un punto di vista unitario la dinamica del nostro pianeta.

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Nell’ultimo numero di Le Scienze Smil si esercita per convincere il lettore che la transizione fra fonti fossili e fonti rinnovabili sarà lenta.[2] Per quanto opinabile questa posizione può anche essere corretta e non è questo il punto principale di questo articolo. Quello su cui mi voglio concentrare brevemente è una delle affermazioni che Smil fa e che gli serve per “dimostrare” la lentezza delle transizioni energetiche. In breve Smil argomenta come segue: l’ottecento non fu, come molti credono, il secolo del carbone, ma (ancora) quello della legna, parimenti il novecento non è stato il secolo del petrolio, ma quello del carbone. Le sostituzioni sono sempre state lente e quella delle rinnovabili non farà eccezione (vedi grafico seguente, da cliccare per ingrandire).

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Normalizzazione delle crescita di varie fonti di energia: l’anno zero è quello in cui ogni fonte arriva a coprire il 5% della domanda globale. Si noti come le nuove rinnovabili (eolico, solare, geotermico, biocombustibili) attualmente non coprano ancora il 5%, ma si fermino al 3,4%. Fonte: Vaclav Smil in Le Scienze, Aprile 2014.

 

Ci sono almeno due motivi per mettere in discussione queste affermazioni: il primo è che è opinabile parlare di sostituzione in quanto le diverse fonti fossili si sono affiancate per soddisfare la domanda crescente di energia.

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Il secondo, e secondo me più importante, riguarda la prevalenza delle diverse fonti nei diversi periodi storici. Se l’affermazione di Smil è vera per quanto riguarda i valori assoluti, non lo è sul piano dell’importanza relativa.

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Quest’ultimo punto può apparire più formale che sostanziale, ma in realtà non lo è. E’ vero che in valori assoluti il peso del carbone è minoritario in tutto il XIX secolo, ma il carbone rese possibile le prime fasi della rivoluzione industriale che esordì nell’isola Britannica dove le foreste erano finite. Lo sviluppo della macchina a vapore e la crescita del settore siderurgico non sarebbe stata possibile con la legna e il carbone di legna. Il XX secolo è il secolo del petrolio non nella quantità assoluta, ma, ancora, nella centralità che questa fonte gioca fin dall’inizio del secolo, soprattutto a partire dalla meccanizzazione dell’agricoltura e dallo sviluppo della mobilità di uomini e merci. E’ vero che nel XX secolo il carbone resta a lungo la fonte fossile dominante soprattutto per la produzione di energia elettrica. Ma nei paesi industrializzati e con l’accelerazione della globalizzazione economica in tutto il mondo il petrolio diventa in modo crescente la condizione necessaria per ogni altra produzione, inclusa l’estrazione del carbone e del gas, la loro distribuzione, la costruzione e la manutenzione degli impianti. La questione non ha dunque un valore puramente accademico, ma una profonda valenza geopolitica, sociale ed economica.

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La lotta per il controllo e la messa in sicurezza delle aree di produzione del petrolio sono intimamente connesse con l’origine, gli sviluppi e l’esito delle due guerre mondiali e degli altri confronti e scontri internazionali, che, non a caso, hanno come principale palcoscenico il Vicino Oriente sede dei maggiori giacimenti petroliferi conosciuti.[3,4] Sono le tensioni sul fronte della produzione petrolifera che innescano le principali crisi economiche nella seconda metà del secolo scorso, ed è una crisi che gioca un ruolo, a mio parere centrale, nell’innesco e nello sviluppo di quella iniziata nel 2007 con la cosiddetta crisi finanziaria dei “subprime”. Il fatto è che qualsiasi perturbazione del mercato petrolifero manda le sue onde attraverso il sistema economico globalizzato creando inedite e imprevedibili, almeno secondo le scuole classiche di economia politica, figure di interferenza.

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Il tempo presente è il tempo degli idrocarburi e, in particolare, del petrolio, per il semplice fatto che senza i suoi prodotti, i diversi tipi di combustibili liquidi, non esiste praticamente nessuna struttura del sistema industriale e non esistono le sue connessioni, il petrolio è la linfa vitale della civiltà attuale. Possiamo essere d’accordo sul fatto che la sua sostituzione con le rinnovabili possa essere un processo lungo, ma si deve ammettere che il discorso allora si sposta sulla questione dell’esaurimento degli idrocarburi e sui loro effetti ambientali, sull’inesorabile caduta dell’EROEI[5,6] del petrolio e del gas, sull’imminenza del picco[7,8], sull’entità dei suoi effetti [9] e sulla difficoltà delle classi dirigenti globali di vedere il problema a causa della narrativa economica corrente che informa visioni del mondo, a mio modo di vedere, del tutto irrealistiche.[10]

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In questo frangente gli scienziati si trovano nella difficile situazione di non poter essere catastrofisti, pena il rischio di essere ignorati, e di non poter nemmeno, come molti, fanno suonare il ritornello del “tutto va ben madama la marchesa”. Il punto è che se si immagina il mondo andare avanti in configurazione Businnes As Usual (BAU) per tutto il XXI secolo si può anche esercitarsi, come fa Smil, a disegnare il decollo delle nuove rinnovabili secondo una curva di apprendimento analoga a quella seguita dalle altre fonti in passato. Ma se questo non è realistico, se si conviene sul fatto che il BAU non sia sostenibile, allora il problema è come accelerare il processo di sviluppo delle rinnovabili, di come trovarne di nuove e più efficienti, di come affiancarle a opportuni mezzi di accumulazione e immagazzinamento. Insomma di come creare un’infrastruttura energetica sostenibile che, va da se, si dovrà sviluppare all’interno di strutture sociali altrettanto sostenibili. Il secolo XX sarà ricordato come il secolo del petrolio, il XXI, in assenza di una transizione sostenibile, rischia di essere ricordato come quello del collasso della civiltà. E’ arrivato il tempo in cui gli scienziati si devono rendere utili per tutti. Molti lo hanno capito e questo ci da qualche speranza.

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Note Bibliografiche.

[1] Energy in Nature and Society: General Energetics of Complex Systems. Vaclav Smil. MIT. 2008.

[2] La lunga, lenta ascesa di solare ed eolico. Vaclav Smil. Le Scienze. Aprile 2014

[3] Pétrole, une guerre d’un siècle: l’ordre mondial anglo-américain. William Engdahl. J.-C. Godefroy, 2007.

[4] The Prize: The Epic Quest for Oil, Money and Power. Daniel Yergin. Pocket Books, 1991.

[5] Si veda: http://it.wikipedia.org/wiki/Ritorno_energetico_sull%27investimento_energetico

[6] The Implications of the declining energy return on investment of oil production. David J. Murphy. Phil. Trans. Roy. Soc. A. Volume 372. Articolo numero 20130126. Anno 2014.

[7] The future of oil supply. Richard G. Miller. Steven R. Sorrell. Phil. Trans. Roy. Soc. A. Volume 372. Articolo numero 20130179. Anno 2014.

[8] Campbell’s Atlas of oil and gas depletion. Colin J. Campbell. Springer 2013.

[9] Le 10 conferme del Quinto Rapporto IPCC. http://www.climalteranti.it/2013/09/27/le-10-conferme-del-quinto-rapporto-ipcc

[10] Ci sarebbero innumerevoli riferimenti da fornire:

il libro di Recchi http://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/3171808/nuove-energie
quello di Maugeri commentato dal prof. Bardi http://aspoitalia.blogspot.it/2012/07/smentito-il-picco-del-petrolio-il.html
il ritorno periodico di queste profezie in campo liberista http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/ricerche/3816-la-rivoluzione-ergetica-prossima-ventura.html

 

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3 risposte a “Il secolo del petrolio

  1. per raggiungere l’obiettivo del piano europeo 20 20 20 entro il 2020 non ci vogliono gli scienziati, ma cambiare la società consumistica in una di sostentamento. Vi pare possibile? Hanno tolto il lavoro al 40% dei giovani, ma non l’avidità e la pensione a milioni di lavoratori, ma non la vita e non è servito a nulla. L’obiettivo sarà raggiunto solo se toglieranno il lavoro e la pensione a tutti, anche a chi ce l’ha. Vi pare attuabile? No, davvero. E allora continuate a sperare nell’E-cat o in qualche altra impossibile fonte energetica. E’ doloroso dire queste cose, ma la realtà non è quasi mai come ce la immaginiamo. L’immaginazione inganna (e anche l’apparenza).

  2. No, io non spero in una soluzione tecnica, quello che mi aspetto dai miei colleghi è proprio il contrario, che contribuiscano a far crescere la coscienza delle persone sul fatto che non ci sono soluzioni tecniche al problema dell’oveshoot ma solo soluzioni politiche.

  3. ma se le persone sono inferocite coi politici, perchè non hanno ciò che vogliono, ossia la luna. Ti pare possibile convincerle a rinunciare a lavoro e pensione che assicurano loro una vita di comodi consumi per una vita di privazioni, con il solo argomento dell’esaurimento delle risorse. Mi sembra che l’ultimo superstite del club di Roma, Meadow, da persona realista, abbia previsto che il mondo consumerà senza ritegno tutte le risorse da qui al 2050, senza che crisi, fame o peggio possa fermare lo scempio, perchè così è la natura umana, che neppure i politici possono cambiare. Certo, un bel governo totalitario potrebbe imporsi al popolo, ma ti ricordo che anche in Cina, la regola del figlio unico fu imposta in tempi di fame nera e fintanto che ci sarà abbastanza da consumare, dovrai sopportare questa falsa democrazia.

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