L’insostenibile leggerezza dell’essere (umano)

Di Ludovico Pernazza e Francesco Aliprandi

prospettivaumana

Da “Limits to growth”, 1972 [1]

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L’impatto sull’ambiente e sulla popolazione della produzione industriale o di un gesto di vita quotidiana è espresso di solito in termini di energia o di spazio (“servono 100 kWh”, “ci servirebbe un pianeta e mezzo”), ma così passano in secondo piano i limiti che dovremmo imporci in un’altra dimensione: quella del tempo. Il problema è molto più attuale di quanto potrebbe a prima vista sembrare: in un certo senso ne sono una manifestazione le polemiche circa gli “esodati”, lo “spazio da fare ai giovani” e le “baby-pensioni”.

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È plausibile che nella storia dell’umanità ogni generazione abbia cercato di migliorare le proprie condizioni di vita e abbia sperato che la generazione successiva avrebbe goduto di un livello di benessere uguale al proprio, se non superiore; questa considerazione pare ragionevole anche al livello dei singoli individui, per lo meno nei confronti dei propri discendenti diretti. In alcune zone e in alcuni periodi storici, e nel nostro in modo spettacolare, la prospettiva di miglioramento si è potuta concretizzare, anche grazie a circostanze fortunate. Ma questo non può che far nascere un dubbio: dovendo confrontare un progetto che porti a noi, e in pochi anni, vantaggi che però non potremo trasferire alle generazioni future, e uno che ne porti solo ai nostri discendenti ma non a noi, che approccio è giusto adottare? Quale “peso” bisogna assegnare a costi e benefici nei due casi?[2] E più in generale, quali azioni abbiamo realmente il diritto di compiere, come specie e come individui? È possibile “chiudere il cerchio” della nostra presenza nella natura, attribuendoci “diritti” in modo che sia possibile non distruggere il nostro ambiente lasciandolo in buono stato ai posteri e nel contempo vivere in modo soddisfacente?

Questi interrogativi etici sono sul tappeto da centinaia di anni, in versioni più o meno analoghe, posti da filosofi e da tradizioni religiose. In questo post non ci porremo però dal punto di vista etico: vogliamo se mai parlare delle difficoltà che incontrano alcuni tentativi quantitativi (a volte a causa delle scelte qualitative alla loro base, naturalmente). Questi strumenti, sviluppati principalmente negli ultimi decenni, stanno guadagnando importanza perché, a meno di posizioni estreme, la decisione dipenderà caso per caso da una valutazione quantitativa degli effetti, dei vantaggi e dei danni.

Da un lato esistono gli studi che si prefiggono di valutare l’impatto di una attività tramite la tecnica denominata LCA (Life Cycle Assessment); essa cerca di calcolare il costo economico ed energetico e i consumi di materiali legati alle attività analizzate. Uno dei problemi più ardui in questo caso è stabilire dove si debba porre il confine dell’attività stessa: quali sono i costi che vanno inclusi e quali sono da trascurare? Supponiamo che si parli di un prodotto: esso va considerato alla partenza dalla fabbrica, sullo scaffale o a casa del consumatore? O si deve includere anche il suo riciclaggio quando diventa un rifiuto? (Il dibattito è aperto e ci sono molte diverse posizioni; un sito in inglese sulle analisi LCA si trova qui.)

Dall’altro lato ci si appoggia alla definizione e ai metodi di calcolo dell’impronta ecologica dell’umanità nel suo insieme, che sono volti a dare una valutazione sintetica del rapporto tra le attività umane e l’ambiente. In questo caso il problema del confine non esiste, visto che si eseguono analisi globali, ma le stime sono giocoforza molto meno precise che nel caso della LCA.

Ma se anche si fosse raggiunto un accordo soddisfacente su come misurare l’impatto sul mondo circostante, mancherebbe ancora almeno un’altra valutazione da fare: quanto tempo è necessario perché la variazione che abbiamo apportato venga riassorbita dall’ambiente, e in che unità di misura va calcolata?
Ad esempio, costruiamo un’acciaieria su un appezzamento di terreno e sfruttiamo la produzione per 100 anni; nel calcolo dell’impatto dell’acciaio (per la LCA dell’acciaieria o per tutta l’umanità) va considerato il fatto che anche dopo la chiusura della fabbrica quel terreno non si potrà ancora utilizzare a lungo per l’inquinamento prodotto? Si noti che anche dopo la bonifica dei suoli (ammesso che la si sappia e voglia fare) i materiali inquinanti da qualche parte dovranno pur essere: ciò che conta è quanto ci vuole perché la natura riesca a rimetterli in circolo in modo “sano”, non il fatto che li spostiamo da un luogo ad un altro!
Oppure, uccidiamo tutte le balene tranne qualche decina per farne cosmetici e per mangiarle: dobbiamo tenere in conto che magari per 100 anni la loro popolazione sarà molto ridotta a causa di ciò e i nostri figli e nipoti dovranno fare senza? Come si calcola questo danno?
O ancora, bruciamo “quasi tutti” i combustibili fossili conosciuti che permettono di ricavare più energia di quanta ne serva per estrarli (tecnicamente, quelli con EROEI>1): come valutiamo il fatto che non si potrà più utilizzarli per almeno qualche milione di anni?

Sarebbe interessante conoscere le opinioni sul tema di persone di vario tipo: un economista, un governante di un paese ricco, un’industriale, un bambino italiano, un’indiana pellerossa, un contadino della Somalia in guerra, un’operaia cinese. Forse si capirebbe a quale parte dell’umanità dobbiamo appellarci se vogliamo sperare di smentire le previsioni di J.Randers, e cioè che l’umanità farà “sempre ciò che costa meno a breve termine” (vedi J. Randers, “2052“).

Da un certo punto di vista la questione potrebbe riportarsi alla necessità di elaborare una teoria estesa del tasso di sconto, che si applichi sia nella dimensione temporale sia in quella spaziale (in economia si insegna a scontare il valore futuro in base ad un tasso costante: se devo pagare 1000 e li pago oggi, questo mi costa effettivamente 1000; se invece pago tra un anno, oggi la spesa la calcolo come 995, perché ad esempio una banca potrebbe prendere i miei 995 e dopo un anno restituirmene 1000 all’interesse circa dello 0.5%).

Ora, non c’è dubbio che gli effetti delle nostre azioni su ciò che è a pochi metri da casa vengono sentiti più rilevanti di quelli a centinaia o migliaia di chilometri di distanza, tanto che noi ci comportiamo quasi sempre come se ogni costo da sopportare oltre un certo orizzonte – nel tempo e nello spazio – fosse di fatto nullo; questo ha verosimilmente una radice nella percezione intuitiva che la nostra vita è soggetta a tanti imprevisti che non vale la pena di preoccuparsi di ciò che accadrà tra dieci anni, o lontano da noi. Ma questa leggerezza con cui il singolo essere umano guarda alle conseguenze delle sue azioni non è più sostenibile se estesa a tutta l’umanità, sia perché per l’umanità 5 o 10 anni sono un intervallo molto piccolo e l’unico limite spaziale è ormai il mondo intero, sia perché i costi diventano così alti da non potersi più trascurare.

Chiudiamo quindi con un appello: è necessario che al più presto venga elaborata, accettata e adottata da tutta l’umanità una visione politica, economica e individuale che integri anche il carico imposto da ciascuno al di fuori del suo vicinato e sulle generazioni future, se non vogliamo rischiare che il conto ci venga presentato improvviso, ineludibile e probabilmente salatissimo.

Note

[1] La figura sotto il titolo è tratta dall’edizione statunitense di “Limits to Growth” del 1972. Si tratta di un diagramma concettuale in cui i punti nei riquadri rappresentano le percentuali della popolazione che considerano come ampiezze massime dell’influenza delle proprie scelte e delle proprie preoccupazioni quanto descritto sugli assi, rispettivamente nel tempo (in ascissa) e nello spazio (ordinata).

[2] Per alcuni tentativi in questo senso e uno spaccato del dibattito odierno sul tema, vedere ad esempio qui.

 

 

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2 risposte a “L’insostenibile leggerezza dell’essere (umano)

  1. Non in tutte le culture l’orizzonte temporale è breve. Ne sono testimonianza le antiche sistemazioni fondiarie e le alberature i cui frutti sono andati ai nipoti di chi le ha fatte. E questo ha riguardato sia le elites che i lavoratori.. Distinzioni fatte con l’accetta sarebbero sbagliate, ma comunque l’orizzonte spazio-temporale: individuo-immediato è una delle peculiarità della nostra civiltà.
    Jacopo

  2. Ragionare sul lungo termine è tipico degli agricoltori, che usano come unità base l’annata agraria. Se quella è la particella di base del tempo, si capisce bene che pochi multipli rappresentino un arco temporale piuttosto grande.

    Paradossalmente, la società industriale ha accorciato nuovamente il tempo ai mesi o alle settimane; in un certo senso il ceo di una fabbricone ragiona più o meno come un raccoglitore nomade del neolitico. Entrambi vivono come se non ci fosse un domani, e questa cosa fa giustizia in un momento di tanti luoghi comuni sbagliati sulle comunità rurali.

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