Siria ed Iraq: sogni fossili (terza parte)

Di Dario Faccini (l’ultima parte è disponibile qui)

IMG1Dopo aver visto, nella seconda parte di questo viaggio, l’attuale guerra civile in Siria, passiamo a descrivere la storia post-Saddam dell’Iraq sino al 2013, in cui affondano le radici gli avvenimenti di questi ultimi mesi.

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Iraq: dalla Seconda Guerra del Golfo alla guerra civile permanente

Prima dell’attacco nel 2003 da parte delle forze della Coalizione guidate dagli USA, l’Iraq è un paese virtualmente libero dal terrorismo di matrice islamica. Con la caduta di Saddam Hussein, il partito Ba’ath che permea la struttura istituzionale ed è composto dalla minoranza sunnita, viene sciolto dall’Autorità Provvisoria della Coalizione. Ciò provoca l’immediato collasso dell’organizzazione statale e al conseguente stato di anarchia. Peggio, viene sciolto anche l’esercito iracheno, forte di quasi 400.000 soldati [3]. Ritrovandosi senza un’occupazione, molti ex-soldati entrano nei ranghi dei nascenti movimenti di opposizione armata.
L’effetto diretto sono gli attacchi della resistenza alle forze di occupazione, soprattutto nelle provincie a forte presenza sunnita. A fine 2003, con la cattura di Saddam Hussein e dai suoi vertici, sembra che la situazione vada risolvendosi. Purtroppo, il vuoto lasciato dalla caduta del regime e non riempito dalla Coalizione, riaccende la contrapposizione tra Sciiti e Sunniti, le rivalità tribali, la questione dei Curdi a nord e permette la penetrazione nel paese dei movimenti jihadisti (sunniti) affiliati ad Al-Qaeda. Le violenze si riaccendono in molte zone del paese.
Il periodo 2004-2006 vede l’affermarsi mediatico di un leader jihadista in grado di attrarre alla sua causa molti combattenti fondamentalisti stranieri, Abu Musab Al-Zarqawi, tristemente famoso anche in occidente per la diffusione di video in cui esegue brutali esecuzioni. Nonostante la sua uccisione ad opera delle forze della Coalizione, il movimento da lui guidato, tra alterne vicende, sopravviverà e si espanderà, cambiando nome più volte, sino a diventare l’attuale ISIS o ISIL (lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria o del Levante). La strategia attuata dal gruppo subito dopo l’attacco della Coalizione è di una tale violenza, anche sui civili, da alienarsi col tempo parti importanti della stessa opposizione sunnita irachena, oltre che a provocare frizioni continue con gli stessi vertici di al-Qaeda.
Sino al 2006, la tattica militare anglo-americana, che si rifà a schemi classici e prevede un controllo non completo del territorio, si rivela progressivamente fallimentare, lascia grandi spazi ai ribelli e porta alla rivolta nella provincia sunnita di al-Anbar, che comprende l’intero Iraq occidentale, da Bagdhad sino al confine siriano. Inizia una sorta di guerra civile, caratterizzata dalla lotta tra milizie Sciite e i ribelli Sunniti, oltre che con le forze della Coalizione. Nel 2006 il livello di violenza raggiunge apici mai visti prima, la situazione finisce progressivamente fuori controllo.

IMG2Fig 6. Decessi documentati di civili in seguito ad azioni violente. Fonte: Iraq Body Count

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Gli Usa prendono atto che la precedente strategia di pacificazione è fallita e cambiano approccio: rinforzano con 20.000 nuovi soldati il contingente in Iraq, distribuiscono le forze militati sfidando il controllo del territorio dei ribelli e, soprattutto, decidono di agire politicamente sulle forze meno estremiste in gioco. Tra queste, i leader tribali sunniti della provincia di al-Anbar che dopo aver sopportato, e in qualche caso supportato, gli estremismi delle formazioni jihadiste, si ritrovano ora, per loro mano, a subire attacchi, uccisione di famigliari e perdite di influenza nei loro stessi territori. Gli USA si fanno avanti come interlocutori in grado di garantire i loro interessi, di assistere la popolazione e di fornire armi e denaro. Nasce così l’Anbar Awakening, una coalizione formata da molti sceicchi sunniti che finirà per contare circa 90.000 miliziani, molti dei quali hanno combattuto in precedenza a fianco delle stesse formazioni jihadiste. La conoscenza del territorio e della logistica dei milizie fondamentaliste, uniti al supporto della popolazione, ha presto ragione delle formazioni affiliate ad al-Qaeda che devono lasciare il campo all’Anbar Awakening. Nel 2008 le violenze e gli scontri nelle province sunnite ritornano ai livelli precedenti al 2006-2007.

al-Anbar-Iraq

Fig 7. La provincia di al-Anbar con evidenziata la distribuzione etnico-confessionale.

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Nel nord dell’Iraq, il periodo 2007-2008 vede il sorgere di tensioni tra i Curdi con entrambi i paesi confinanti, Turchia ed Iran. Alcune formazioni terroristiche curde trovano rifugio nel Kurdistan iracheno e lo usano come base per attacchi oltreconfine: sia la Turchia che l’Iran reagiscono con attacchi in territorio curdo iracheno. A Mosul, grande città sunnita con elevata presenza di milizie arabe affiliate ad al-Qaeda e combattenti curdi, un’ampia operazione delle neocostituite forze armate irachene non riesce a riportare la sicurezza e ad abbassare il livello di violenza.
Al Sud invece, l’esercito iracheno affronta le milizie sciite a Baghdad nel distretto di Sadr City e nella provincia di Bassora. Alla fine la pressione militare e la mediazione dell’Iran inducono le milizie sciite alla negoziazione e alla trasformazione delle loro istanze in senso politico. Non vi è comunque un vero disarmo.
L’Iraq nel frattempo è diventata una Repubblica Federale Parlamentare Islamica, con una Costituzione, un parlamento eletto, una ripartizione in governatorati, tre dei quali raggruppati nella Regione del Kurdistan Iracheno. L’economia è fortemente incentrata sulla produzione petrolifera (in lento aumento grazie al ritorno delle compagnie straniere) e viene approvato un imponente piano d’acquisto di armamenti dagli USA.
Il periodo 2009-2011 vede il progressivo sganciamento delle forze della Coalizione e la presa in carico delle rispettive competenze da parte dell’esercito e della polizia irachena. Anche la milizia sunnita dell’Anbar Awakening passa dal libro paga USA al governo iracheno, espressione della maggioranza sciita e curda. Il primo ministro Nuri al-Maliki, non mostra però volontà nell’integrare i miliziani sunniti nell’esercito regolare e questa, insieme a molte altre scelte infelici del governo, avrà come effetto quello di marginalizzare la comunità sunnita dalla vita economico-politica del paese e ad esasperarne l’insoddisfazione. Lentamente molti combattenti dell’Anbar Awakening e diversi leader tribali passano dalla parte dei Jihadisti ormai raggruppati sotto un unico coordinamento, l’ISI, lo Stato Islamico dell’Iraq.
Il Governo Regionale del Kurdistan(KRG) si scontra con quello Federale di Baghdad su questioni territoriali, sul passaggio delle milizie curde (Peshmerga) sotto il controllo dell’Esercito regolare e, soprattutto, sullo sfruttamento delle risorse petrolifere locali, che i Curdi stanno sviluppando in concerto con compagnie petrolifere occidentali. La funzione anti-jihadista e anti-sunnita che i Curdi giocheranno negli anni successivi, unita all’avvio di esportazioni petrolifere, permetteranno un forte riavvicinamento all’Iran e soprattutto alla Turchia.
Nel 2012 e 2013 la guerra in Siria rigalvanizza le attività dei gruppi combattenti in Iraq. Alcuni miliziani siriani sunniti che combattono in Iraq ritornano in patria dove formano il Fronte al-Nusra. Nel frattempo, l’ISI si riorganizza e con il coinvolgimento nella guerra civile siriana cambia nome (ISIS o ISIL) oltre ad attrarre nuovi finanziamenti e combattenti dai paesi terzi.
Il successo dell’ISIS in Siria accelera ulteriormente il flusso di nuove reclute alla causa jihadista mentre nuove fonti di finanziamento, come le rendite dal controllo da alcuni pozzi petroliferi siriani, si uniscono alle vecchie (furti, riscatti di rapimenti, donazioni dal Golfo Persico). Inizia la radicazione territoriale, con l’imposizione della Sharia nelle comunità rurali del nord della Siria che resisterà alla scomunica da parte di al-Qaeda all’inizio del 2014 e al conseguente conflitto con i “fratelli” del Fronte al-Nusra.
L’ISIS sembra ormai inarrestabile: attacca postazioni dell’esercito in Turchia e fa scoppiare autobombe a Beirut nei quartieri controllati da Hezbollah. A tutti gli effetti mette in ombra al-Qaeda e si impone come la prima forza jihadista internazionale.

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L’ultima parte è disponibile qui.

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Note

[3] Pfiffner P.J., “US Blunders in Iraq: De-Baathification and Disbanding the Army

3 risposte a “Siria ed Iraq: sogni fossili (terza parte)

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