Scozia saudita e bispensiero petrolifero

Forse la parola più neutra è ‘bispensiero’. Quando si afferma che un fenomeno naturale è un paradosso, oppure che un danno è un’opportunità di sviluppo, non vengono in mente definizioni diverse altrettanto ‘politically correct’.

Ma andiamo con ordine. Il contesto è il referendum per l’indipendenza della Scozia.

uk oil fieldsFigura 1: Principali pozzi di petrolio e gas in Regno Unito, con evidenziato il possibile limite delle acque territoriali scozzesi in caso di vittoria dei SI al referendum sull’indipendenza. L’area più scura ipotizza un’ulteriore distacco delle Shetland dalla Scozia. Fonte: The Spectator.
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Di Dario Faccini

Ormai mancano pochi giorni al 18 settembre, quando gli scozzesi decideranno se rimanere o meno nel Regno Unito. Nel testa a testa tra i due schieramenti contrapposti, Better Togheter(meglio insieme) e Yes Scotland (Si Scozia), la principale vittima pare essere la lucidità di pensiero: nel mirino è finita infatti anche la questione del controllo dei giacimenti di petrolio e gas, ed è iniziata così una guerra di cifre che viene ripresa in modo acritico dai principali media.

Circa il 90% delle produzione di petrolio e il 50% di quella del gas del Regno Unito si trova infatti nel Mar del Nord a largo delle coste scozzesi, ed è nell’interesse del fronte indipendentista mostrare che una Scozia “libera” avrebbe accesso a ricche rendite petrolifere. E fin qui, non ci sarebbe neanche niente di male, se non fosse che l’operazione “petrolio abbondante” è sfuggita di mano e ormai si sta scendendo nel ridicolo.

Capita così che il Ministro dell’Energia del governo scozzese affermi di fronte alla stampa che rimangano da sfruttare ancora metà delle riserve petrolifere. Di più, un nuovo studio dell’Università di Aberdeen in corso di pubblicazione predice un radioso futuro estrattivo per il Mar del Nord, con centinaia di nuovi campi petroliferi messi a “coltivazione” entro il 2050. Non da meno sono le rendite dirette per il futuro Stato della Scozia, che vengono favoleggiate dalla stampa in circa 57 miliardi di sterline, salvo il fatto che vanno divise per i 6 anni fiscali su cui sono calcolate, e quindi vanno considerati non più di 11 miliardi di euro all’anno.

La realtà però, come spesso siamo costretti a rilevare, è un po’ diversa.

Innanzitutto è bene ricordare che nel Regno Unito la produzione di petrolio è in calo, tanto che dal 2005 è scesa al di sotto dei consumi interni nazionali (figura 2).

UK petroleum_production_consumptionFigura 2: storico consumo e produzione di petrolio in Regno Unito. Fonte: EIA.
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Quanto possa poi essere brillante il futuro petrolifero dei giacimenti inglesi del Mar del Nord, viene mostrato dallo storico delle scoperte riportato in figura 3, tratta dall’Atlante del Petrolio e del Gas di Campbell (aggiornato al 2011), dove le colonne nere si riferiscono alla dimensione dei nuovi giacimenti scoperti ogni anno. Il trend sembra abbastanza chiaro.

UK scoperte-produzioneFigura 3: Scoperte di petrolio (in nero) e produzione (in rosso) in Regno Unito. Fonte: Campbell Atlas of Oil and Gas Depletion.
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Come sempre vengono scoperti all’inizio i giacimenti più grandi, poi è sempre più difficile trovarne di nuovi. E’ un effetto del principio dei ritorni decrescenti. Chissà se questo semplice fatto è stato incluso nella “modellizzazione finanziaria dettagliata” svolta dagli autori dell’Università di Aberdeen. Non essendo ancora pubblicata è impossibile per ora verificare.

Con queste premesse come dovrebbe evolvere la produzione inglese-scozzese di idrocarburi nel Mar del Nord? Ancora una volta ci viene in soccorso l’Atlante di Campbell (figura 4). Il picco del gas britannico è stato nel 2000, quello del petrolio nel 1999, il trend è ancora chiaro (ed inclemente).

UK gas-oilFigura 4: Produzione di petrolio (in verde) e gas (in rosso) in Regno Unito. Fonte: Campbell Atlas of Oil and Gas Depletion.
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Si osservi come questo narrazione sia alquanto diversa da quella presentata dai media (e dal governo scozzese). Qualcuno se ne è accorto e ha, coraggiosamente, definito il fenomeno come un paradosso: nonostante negli ultimi anni gli investimenti siano a livelli altissimi, 14 miliardi di sterline nel solo 2013, l’efficienza di produzione (il rapporto tra quanto effettivamente prodotto e quanto potrebbe essere possibile produrre) è scesa al 61% (2012).

Scambiare per paradosso, un fenomeno naturale, è… paradossale. Ne abbiamo parlato diffusamente: con il passare del tempo si mettono in coltivazione giacimenti sempre più “difficili”, gli investimenti necessari per mettere in produzione nuovi giacimenti sono proibitivi e le compagnie gettano la spugna, solo quando il prezzo del barile sale nuovamente le compagnie tornano ad investire. Il risultato finale è un settore petrolifero che aumenta di dimensioni a spese degli altri settori produttivi, un meccanismo che sul lungo termine rischia di portare al collasso.

Forse sarà anche possibile ottenere nel Mar del Nord un limitato incremento temporaneo della produzione, come ipotizzato dal governo scozzese, ma è indubbio che gli anni d’oro dell’avventura petrolifera anglosassone siano alle spalle.

Inoltre, ulteriore beffa, la fortuna petrolifera della Scozia è stata in gran parte venduta durante il periodo 1986-2003, esattamente il periodo compreso tra i due picchi di figura 4, quando il prezzo del barile sul mercato(aggiustato per l’inflazione) è rimasto praticamente sempre sotto i 40$ (figura 5).

oil pricesFigura 5: Prezzo storico del barile di petrolio (in grigio) e aggiustato per l’inflazione (in nero). Fonte: Parlamento UK.
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In nessun caso comunque una Scozia Indipendente potrà estrarre ancora metà delle riserve petrolifere: nella figura 6 è possibile osservare come circa i tre quarti del petrolio britannico (e quindi scozzese) sia già stato estratto.

UK curve di esaurimentoFigura 6: Rispettive frazioni di petrolio già estratte, scoperte da scoprire in Regno Unito. Se si traccia un segmento verticale a partire da un dato anno, si individuano tre valori in ciascuna area. Fonte: Campbell Atlas of Oil and Gas Depletion.
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Il Ministro scozzese dell’Energia evidentemente spera in qualche miracolo. E’ comunque in buona compagnia, gran parte degli indipendentisti ripongono le speranze in eventi altrettanto improbabili: i 57 miliardi di rendite che vengono da loro favoleggiati derivano dallo scenario più ottimista tratteggiato nel Bollettino del Petrolio e del Gas della Scozia del marzo 2013, che però è già stato disatteso dai dati reali degli ultimi due anni fiscali (tabella seguente).

uk table revenues

Solo nello scorso anno fiscale le entrate sono state quindi quasi la metà rispetto alle previsioni utilizzate dagli indipendentisti e riprese dai media. Curioso come nessuno si sia preso la briga di verificare i dati.

Finiamo con una vera chicca di bispensiero petrolifero. Nell’ultimo Bollettino del Petrolio e del Gas della Scozia si afferma orgogliosamente che:

il decomissioning [delle infrastrutture di estrazione e trasporto] deve ancora svolgere un ruolo significativo nel Mare del Nord. D’altra parte l’associazione del Petrolio e del Gas in UK stima un costo totale di decomissioning nel Mare del Nord pari a 40,6 miliardi di sterline (prezzi 2013). Questo rappresenta di per sé una significativa opportunità per le imprese della catena degli approvvigionamenti e per l’economia scozzese a terra.

In pratica, l’istituzione deputata al bene collettivo vede un’opportunità di sviluppo nazionale in un’operazione di smantellamento in cui, sinora, non è ancora stato messo via nemmeno una sterlina (le compagnie attendono un legge per lo sgravio fiscale di questi accantonamenti) e che, a detta della Banca Mondiale:

solleva questioni complesse, tra cui l’impatto che questa fase può provocare sull’ambiente, sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori, l’impatto economico sulle comunità, i costi coinvolti e la tecnologia necessaria in particolar modo nella rimozione di grandi strutture offshore.

Costi messi a bilancio come entrate. Se non è bispensiero questo…

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