L’orso sulla punta del naso

Di Mirco Rossi

 

orso sulla punta del naso

I quotidiani, i notiziari, i talk show, da sempre riservano attenzione alle sorti di gattini rimasti sui tetti, cagnolini abbandonati, cavalli in difficoltà, delfini smarriti, uccelli feriti, ecc. Notizie che sembrano soddisfare la sensibilità popolare per eventi di questa natura.

In quest’ultimo periodo tutti i media fanno a gara nel riservare spazio e tempo, tra i titoli di testa o in prima pagina, alla fine della povera orsa Daniza e alle sorti dei suoi due piccoli orfani, all’anonimo orso morto avvelenato in Abruzzo, ai capodogli spiaggiati a Vasto, condannando o lodando, a seconda del caso, i comportamenti delle persone coinvolte in quei tragici eventi e sottolineando la necessità di salvaguardare la vita animale e l’importanza della presenza delle specie selvatiche sul territorio nazionale (il lupo, l’orso, i cervidi, ecc.).

Si promuovono dibattiti accesi, durante i quali, in proporzioni e con origini geografiche diverse, emergono pareri e reazioni variegate e contrastanti. Con il sostanziale consenso di gran parte della popolazione, in più realtà, amministrazioni pubbliche e organismi istituzionali, nel recente passato hanno voluto investire significative risorse per il ritorno e l’espansione di alcune specie animali in quello che un tempo era il loro habitat naturale, legiferando in loro difesa e tentando, con maggiore o minor fortuna, di gestire gli inevitabili conflitti con interessi ed esigenze contrapposte.

Sull’opportunità di queste scelte e sulla positività dei risultati raggiunti nei singoli casi, talvolta inferiori o così superiori alle aspettative da creare problemi imprevisti, si potrebbe discutere a lungo, ma non certo in questa sede.

Mi limito a constatare che la maggioranza dei cittadini sembra nutrire positivi sentimenti di simpatia per il mondo animale in genere, in primis per gli animali di compagnia, per quelli addomesticati (quando esposti in apposite “vetrine” agresti, ma in realtà allevati a milioni per il nostro nutrimento lontano dagli sguardi e in condizioni vergognose) e per alcune specie di animali selvatici. Questi ultimo di solito sono percepiti come parte integrante ed essenziale di ambienti naturali da salvaguardare, in pericolo a causa della progressiva antropizzazione e dell’invasività degli inquinanti, fermo restando che “il selvatico” non deve invadere e condizionare la sicurezza e “l’armonia” dei territori abitati, né limitare le sempre primarie esigenze umane.

Se resta quindi il dubbio che, mescolato a genuini sentimenti animalisti, sia presente in molti un certo effetto “Bambi” di disneyana memoria, si registra una sensibilità apprezzabile che tuttavia si ritrova poi in misura molto, molto più limitata, nei comportamenti quotidiani e nei concreti stili di vita delle persone, dei gruppi e della collettività, mettendo così in evidenza una generale profonda separatezza tra il dichiararsi e il comportarsi con sufficiente coerenza di molti se non dei più. Schizofrenia che risulta palese e pressoché inconciliabile quando le decisioni o le aspettative investono la sfera economica, il denaro, il profitto. Ambito all’interno del quale pochi riescono ad individuare un opportuno livello di mediazione o sanno dare priorità all’interesse generale nemmeno quando l’egoismo personale punta alla ridondanza del superfluo o del voluttuario.

Tale dissociazione appare evidente anche quando si “dimentica” che l’abnorme consumo di carne e l’allevamento di animali da macello è una delle principali cause di produzione di gas serra o quando l’informazione offre con grande evidenza notizie pietose e addolorate sulla morte di questo o quell’animale selvatico mentre, subito prima o dopo, presenta come indispensabile alla crescita del PIL l’invasione e la devastazione di nuovi territori con la distruzione dell’habitat originale.

Un esempio di grave dissociazione informativa ci viene offerto proprio in questi giorni quando, all’ampia e approfondita attenzione riservata per le sorti di alcuni esemplari di fauna selvatica, si contrappone una trattazione sbrigativa e distratta dei dati e delle notizie drammatiche che investono il presente e il futuro prossimo dell’intero pianeta, su cui vivono tutte te specie e – con una punta di egoismo antropocentrico – gli umani in particolare.

Pochi titoli e qualche mezza pagina sono stati dedicati in un solo giorno per rilanciare e commentare l’ultimo bollettino della WMO (World Meteorological Organization’s annual Greenhouse Gas Bulletin) in cui l’organizzazione meteorologica mondiale rende noto che la concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera è cresciuta nel 2013 al ritmo più rapido da quando sono iniziate le rilevazioni e che

“Le emissioni di CO2 del passato, quelle di oggi e del futuro si accumuleranno e avranno un impatto globale sia sul surriscaldamento che sull’acidificazione degli oceani. Le leggi della fisica non sono negoziabili”.

Il metano (gas serra molto più potente del CO2) e l’ossido di azoto sono rispettivamente il 253 e il 121% rispetto ai livelli prima del 1750. “Sappiamo con certezza che il clima sta per cambiare” si legge sul Bollettino. Si sta verificando un’acidificazione “senza precedenti” degli oceani, tanto da mettere in pericolo la loro capacità di assorbire i gas, il regolare sviluppo del plancton e di conseguenza il mantenimento dell’equilibrio nell’ecosistema marino, base dell’ecosistema globale.

Gli scenari catastrofici che se ne ricavano sono sovrapponibili a quelli che da anni ormai vengono messi sempre più in risalto dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). In tempi per nulla storici, che vanno da qualche lustro a mezzo secolo o poco più, alcune conseguenze si possono prefigurare: i processi di desertificazione interesseranno latitudini sempre più a nord; l’aumento già iniziato del livello dei mari, proseguirà tanto da determinare centinaia di milioni di profughi ambientali; aumenterà ulteriormente la velocità di scioglimento dei ghiacci polari e delle catene montuose; l’impoverimento dei fiumi e il crollo delle produzioni agricole determineranno scarsità d’acqua e di cibo per intere popolazioni, nelle città e in particolare nelle megalopoli.

Non si sta parlando di quanto accadrà tra migliaia di anni, ma di eventi già accaduti o che stanno accadendo riconducibili a questi scenari, cioè di quanto sta condizionando e condizionerà la vita dei nostri figli e dei nostri nipoti sull’intero pianeta.

Esistono persone e gruppi ben consapevoli di questa realtà, ma sono organizzazioni minoritarie, forze limitate, che non possono e/o non sanno trascinare masse verso obiettivi di questa natura e livello o determinare un sapere collettivo sufficiente a modificare l’indirizzo delle scelte politiche.

Purtroppo quella che si può definire la “popolazione permeata dalla cultura della crescita”, cioè la maggioranza degli oltre sette miliardi d’individui del pianeta, italiani compresi, soffre di un gravissimo strabismo e non sa vedere oltre l’orso seduto sulla punta del proprio naso.

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