Sui limiti del mainstream ambientalista

A che punto è il “movimento ambientalista” in Italia? Uno sguardo critico da un professionista dell’educazione ambientale.

greenwashing

Di Mirco Rossi

Compatibilità, ambiente, ecologia, natura, sostenibilità, biologico, biodiversità, verde, sono parole che, con svariate accentuazioni, hanno invaso ormai ogni campo, ogni settore, dalla politica all’economia, dalla pubblicità al gossip, dai notiziari alla ricerca, dalla produzione industriale al commercio, dall’accademia al populismo, dall’educazione ai giochi infantili.

Permeano buona parte della comunicazione e delle decisioni delle amministrazioni pubbliche. Impreziosiscono la progettazione del territorio, l’edilizia, il trasporto, l’alimentazione. Influenzano alcuni comportamenti quotidiani dei cittadini. Condizionano porzioni non trascurabili dell’agricoltura e del mercato.

Dimostrano in complesso l’esistenza di una sensibilità inedita, veicolata da una grande pluralità di soggetti rivolti, almeno in apparenza, nella stessa direzione. Lasciano quindi immaginare una tensione che, a una lettura frettolosa, mostra una grande potenzialità di cambiamento. Suggeriscono la possibilità che, in tempi non storici, emerga un equilibrio nettamente migliore tra la specie umana e l’ecosistema.

Quello che – con forse troppa sintesi e semplificazione – si può definire il “movimento ambientalista”, produce indubbiamente un positivo influsso sulle coscienze, sulla partecipazione, e fa sentire il suo peso in ambito locale.

Nel contempo esso viene percepito in genere come ben più decisivo e determinante di quanto sappia essere in realtà. In genere, chi aderisce a una delle tante articolazioni che lo costituiscono, pur conoscendo poco o nulla delle complesse tematiche e delle caratteristiche degli “attori” che le affrontano, ritiene di collocarsi, col proprio piccolo o grande contributo personale, a fianco di un meccanismo ben più influente e potente, capace nel suo insieme d’invertire, o perlomeno arrestare, in tempi accettabili uno o più dei grandi processi di deterioramento ambientale di cui è a conoscenza.

O perlomeno di partecipare alla costruzione di una resilienza forte, caratterizzata da comportamenti e adattamenti in grado di far fronte alle difficoltà già evidenti, al declino delle risorse, alle crisi senza sbocchi, ai cambiamenti climatici, all’incremento demografico, allo sterile inseguimento delle crescita materiale, alle sempre più insopportabili differenze sociali, eventi che combinati tra loro potrebbero concretizzare presto il collasso del sistema.

A un esame più attento risulta però che un così abbondante schieramento di sigle, iniziative e organizzazioni, fatta salva la positività dei successi locali, puntuali o individuali, ha sinora ottenuto risultati del tutto insoddisfacenti sul terreno delle questioni più importanti, quelle legate all’overshoot che caratterizza il ruolo svolto dalla nostra specie nei confronti degli altri viventi e delle risorse del pianeta. E la prospettiva non appare migliore.

Se si prendono in considerazione gli ambiti più ampi (regionale, nazionale, globale) risulta evidente che, a dispetto dello spreco di espressioni come “rispetto per l’ambiente”, ”mondo più verde”, “crescita compatibile”, di cui sono ormai disseminati perfino i pronunciamenti e i programmi politici, la distruzione del territorio, il depauperamento di ogni tipo di risorsa, l’inquinamento, l’aumento del global warming, i cambiamenti climatici, il degrado degli oceani, i pericoli per l’umanità intera, non solo non hanno invertito la rotta ma stanno velocemente aggravandosi.

La capacità d’incidere del “movimento ambientalista”, presenta quindi dei limiti che paiono andare ben oltre la sproporzione tra i rapporti di forza in campo e coprire uno spettro articolato, esteso sino alla dimensione politica della struttura sociale e al sistema economico dominante. Una problematica di grande ampiezza e complessità, non affrontabile in questo contesto.

L’occasione per proporre un contributo di approfondimento al riguardo, limitato a uno dei tanti aspetti da prendere in considerazione, mi è stata offerta dalla richiesta di preparare una breve relazione sulla Formazione Ambientale da presentare a un Forum organizzato dal Comune di Treviso nei giorni scorsi.

Si tratta di una lettura personale, basata sulle innumerevoli esperienze di divulgazione e sul gran numero di persone “ambientalmente sensibili” incontrate nell’arco degli ultimi due decenni.

La presentazione in Power Point e una breve sintesi scritta del mio intervento sono liberamente accessibili dal sito di ASPO Italia.

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4 risposte a “Sui limiti del mainstream ambientalista

  1. Grazie, molto interessante il concetto di “formazione integrata”, che è quello che veramente manca. Alla lista dei fattori limitanti dell’ambientalismo ci metterei anche le grandi difficoltà in alcuni paesi, come in Italia, dell’ambientalismo politico, che si è tradotto nella scomparsa delle formazioni dei verdi dalle sedi decisionali. Per quanto importante, inoltre, la formazione integrata sui problemi dell’ambiente e dell’economia, non ha possibilità di attecchire rispetto a modelli di educazione e sviluppo cognitivo focalizzati sulla competizione e sulla creazione della figura del nemico, che poi vanno a formare la base dell’azione e dei comportamenti nella nostra società. Il modello economico prevalente si fonda sulle pulsioni tipiche dell’uomo nella sua età più infantile (fra cui il desiderio che muoiano o il padre, o il fratello, o il coetaneo, o l’avversario, o lo straniero o l’azienda concorrente), e finchè stiamo in guerra, non credo che si possa prefigurare alcun passo nella direzione di un modello economico sostenibile. E non credo di dire cose che lei non sappia benissimo.

    Joe Galanti

  2. Qualche cenno all’aspetto politico lo si trova nell’intervento a cui il post rinvia. Più che alle pulsioni umane (argomento vasto e controverso) il modello economico risponde all’ingannevole idea di un libero e salvifico mercato, che peregue la crescita costante della produzione di merci e l’accumulo dei profitti, favorendo lo sfruttamento, la competizione, e l’aumento delle diseguaglianze sociali.
    Mirco Rossi

  3. A che punto è il movimento ambientalista in Italia? Bella domanda, sinceramente non credo neanche sia mai esistito (io ho 30 anni), almeno nel corso dell’esperienze vissute personalmente.
    Ho vissuto 4 anni intensi in Spagna, lì credo di aver conosciuto davvero un movimento ambientalista pro rinnovabili, ovvero FV ed eolico (vedi attivismo legato a Som Energia).
    In Italia gli ambientalisti (Italia Nostra?? Legambiente??) sono contrari alle pale eoliche, ma a favore degli elettrodotti. Esce il Decreto Sblocca Trivelle, e non si sente volare una mosca. Per questo ribadisco, è mai esisitito un movimento ambientalista in Italia?

    Ing. Federico Tarantino, classe 1983, ex WWF, ex Greenpeace, ex Legambiente, Som Energia, Aspo Italia.

  4. Beh Federico, capisco che gira ben poca reazione nei confronto dello SbloccaItalia tra i media italiani, e che la crisi dei mondo ambientalista italiano è innegabile, ma prima di fare certe affermazioni almeno controlla e informati sul lavoro che al riguardo ha svolto Aspo Italia. Ospitati in RaiTv, chiamati in parlamento, pubblicato un libro dedicato alle trivellazioni italiane, iniziative sul territorio, un comunicato inviato alla stampa, alle autorità e inserito nel blog e nel sito.
    Non siamo ancora andati in prima serata TV ma nonostante le nostre miserrime forze non escludiamo d’arrivarci.
    Non basta, certo, ma se ognuno facesse ciò che può …invece di restare solo ex …
    Mirco Rossi

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