La cattiva buona notizia

jekyll and hide

Ma che periodo è mai questo in cui anche tradizionali buone notizie sono segnali di fenomeni negativi!?

Di Mirco Rossi

I prezzi degli alimentari calano!

Finalmente vien da dire, ma ti spiegano subito che è il risultato della stretta sui consumi, la gente non spende, il mercato non “tira”.

Il tasso d’inflazione è zero!

Ottima cosa per i redditi fissi che non perdono potere d’acquisto, ma immediatamente chiariscono che la deflazione è l’inequivocabile segno della recessione in cui siamo impantanati.

Il prezzo del petrolio e dei carburanti scende!

Ecco, la più agognata delle notizie, quella più gradita. Gaudium magnum generale, il fronte del compiacimento è compatto. All’unisono giornali, tv, radio, non fanno che rimarcare la positività di quanto sta accadendo, sottolineano che l’evento insperato può finalmente offrire un po’ di fiato alle famiglie e all’economia. I più felici sono i possessori di bulimici SUV che spendono meno nel riempire le loro cisterne. I più “informati” ringraziano il miracolo dell’olio da fracking, che nel concedere una seconda chance ai petrolieri americani starebbe minando la supremazia dei tradizionali produttori medio orientali.

In questo caso nessun lato cattivo della notizia emerge: non c’è?

Purtroppo c’è, anzi ce n’è più di uno. A rafforzare alcune delle maggiori preoccupazioni per le prospettive globali.

Comportamenti lineari in un settore complesso come quello dell’energia da idrocarburi non esistono.

Occorre scrutare dietro le apparenze, superare i luoghi comuni ed entrare in un sistema dove la dura realtà fisica si mescola a grovigli di azioni e retroazioni politiche, economiche e finanziarie. E dove la verità ha sempre più sfaccettature, risultanze di relazioni incrociate nello spazio e nel tempo.

Una disamina approfondita di tale complessità richiederebbe un lungo lavoro di studio e di ricerca; tuttavia è possibile elencare qui alcuni aspetti, tra loro interagenti, per chiarire almeno i punti sostanziali del “cattivo” che sta dietro la notizia tanto attesa.

  1. Il prezzo del petrolio è legato al rapporto di domanda/offerta a livello mondiale, su cui agiscono necessariamente anche azioni puramente speculative e scelte politiche
  2. Più si abbassa il prezzo dei carburanti alla pompa più tendono a crescere i consumi, si liberano maggiori quantità di carbonio in atmosfera aggravando la situazione ambientale giunta già a un livello di alta criticità. Contemporaneamente si scoraggiano gli investimenti per lo sviluppo delle energie rinnovabili.
  3. In alcune settimane il prezzo del barile di greggio ha perso circa il 20% del valore, portandosi attorno agli 80 dollari dopo essere rimasto per 3-4 anni attorno ai 100 dollari (figura1). (al momento in cui scrivo il WTI è sceso sotto gli 80 dollari)prezzopetrolioottobre2014
  4. Il prezzo del barile è influenzato anche dal valore della moneta di scambio. Nello stesso periodo il dollaro si è apprezzato di circa un 10% sulle più importanti monete mondiali (euro, yen, sterlina). Il rublo da parte sua ha perso circa il 10% del valore rispetto alla media delle altre monete.
  5. Oggi l’offerta potenziale complessiva di greggio è superiore alla domanda globale perché Stati importanti sono in stagnazione o recessione (Paesi europei, Russia), in altri il tasso di crescita si è significativamente ridotto rispetto a periodi recenti (Paesi emergenti come Cina, Brasile, Sudafrica) e ci sono timori che si profili all’orizzonte una nuova recessione mondiale, con un’ulteriore calo della domanda petrolifera.
  6. L’offerta è composta da “petroli” diversi (“convenzionali” e “non convenzionali”) provenienti da estrazioni e/o produzioni che determinano costi del barile molto differenziati. Ad esempio, in figura 2 sono riportati i costi di estrazione delle diverse aree geografiche in funzione del volume di produzione di petrolio che ciascuna area può fornire al mercato globale: ciascun rettangolo ha quindi per altezza il costo di produzione e per base il volume di petrolio, in barili per giorno, che può produrre. Pur essendo un grafico di qualche anno fa, mostra chiaramente che quando il prezzo scende al di sotto del costo di estrazione, il volume di petrolio interessato è suscettibile di sparire dal mercato in tempi più o meno rapidi.costomarginalebarile
  7. I sistemi economici, il livello di vita e il welfare di alcuni dei principali produttori (paesi del Golfo Arabo, Russia, Norvegia) dipendono sostanzialmente dall’esportazione del loro greggio. Sono quindi spinti a conservare invariata la loro quota di mercato anche in presenza di una domanda mondiale in diminuzione. Per il Paese produttore l’obiettivo è tanto meglio perseguibile quanto più basso è il costo di estrazione rispetto al prezzo stabilito dal mercato, tenendo conto del rapporto di cambio della moneta locale con il dollaro.
  8. Sino ai primi anni di questo secolo il prezzo restava stabilmente sotto i 40 dollari. Sul mercato c’era petrolio abbondante estratto a costi più bassi, che garantiva profitto ai produttori e facilità di approvvigionamento ai consumatori. Poi è cominciata una fase di declino della produzione del petrolio convenzionale a basso costo legata dal processo di progressivo esaurimento della risorsa. Per mantenere l’offerta i produttori hanno dovuto affrontare forti incrementi di costi per la ricerca di nuovi giacimenti e predisporre i pozzi per l’estrazione. Mano a mano che passano gli anni la ricerca e l’estrazione diventano più onerose perché i prelievi di greggio continuano ad esaurire i giacimenti mentre le tecniche diventano sempre più sofisticate e costose. Il petrolio non è esaurito ma tirarlo fuori diventa sempre più difficile e costoso.
  9. Oggi circa il 10% del petrolio mondiale presenta un costo d’estrazione superiore a quello che i compratori possono o sono disposti a pagare. La quota di questo olio “marginale” è sostanzialmente composta dallo sfruttamento delle sabbie bituminose canadesi e dal greggio pesante venezuelano, a cui credibilmente si aggiungono quello offshore ultra-profondo e l’olio da fracking. Il prezzo di vendita di quest’ultimo viene artificiosamente tenuto più basso del costo reale di produzione per continuare ad alimentare la bolla finanziaria che caratterizza questo tipo di estrazioni. Sul petrolio leggero da rocce compatte ottenuto dalle tecniche di fracking (tight oil) ASPO Italia ha pubblicato un position paper dedicato.
  10. Estrarre con un costo vicino agli 80 dollari al barile oggi garantisce scarsa o nulla redditività. In questa fase un certo numero d’imprese è costretto a lavorare in perdita, ma non potrà proseguire a lungo. Esse presto saranno spinte a ridurre o bloccare la produzione rischiando di fallire. Tuttavia non si può escludere che, poiché la maggior parte dei costi d’estrazione viene sostenuta per cercare, costruire e mettere in produzione il pozzo, alcune di esse vengano assorbite da altre più grandi, finanziariamente più solide, che continuano a produrre.
  11. Già quando il prezzo del barile fluttuava stabilmente attorno ai 100 dollari le maggiori imprese petrolifere avevano deciso di ridurre drasticamente i loro investimenti per la ricerca di nuovi giacimenti (figura 3), a causa della crescente divaricazione tra lo sforzo finanziario necessario e la redditività dei risultati (ve ne avevamo parlato a suo tempo, qui e qui)
  12. capex2Con il prezzo del barile stabile intorno a 80 dollari, o addirittura più basso, le criticità sul lato dell’offerta mondiale, determinate dalle estrazioni con costi fuori mercato, si aggraveranno ulteriormente anche a causa della progressiva riduzione delle attività di esplorazione e ricerca di nuovi giacimenti. I costi troppo elevati mettono in discussione i profitti e azzerano le iniziative per la ricerca di nuovi giacimenti da sfruttare. Nel caso la domanda in futuro dovesse riprendere la capacità produttiva non saprà rispondere adeguatamente.
  13. E’ probabile che per un certo periodo la situazione evolva in un andamento a “denti di sega”: il prezzo cala, cala la produzione, il prezzo basso favorisce un certo aumento della domanda, il prezzo torna ad aumentare, riprende la produzione, il permanere delle situazioni di crisi del sistema industriale limita la domanda, il prezzo scende, diminuisce la produzione, e avanti così.
  14. E’ possibile che, per un determinato periodo, la serie di variazioni in su e in giù si muova entro un certo range a cavallo di un plateu produttivo, determinato, dal lato della domanda, dai prezzi massimi sopportabili dai sistemi industriali (o dei più importanti tra essi) e dal lato dell’offerta dai costi minimi di estrazione in grado di garantire profitti alle aziende petrolifere.
  15. L’aumento inevitabile dei costi di produzione (l’efficienza della tecnologia estrattiva è già arrivata a livelli difficilmente superabili nella realtà fisica data!) trascinerà all’insù anche il prezzo del barile e le capacità del mercato nell’assorbire greggio più costoso diminuiranno. La quantità offerta dovrà adeguarsi avviando un processo di declino, quasi certamente irregolare, ma irreversibile della produzione.
  16. Per alcuni l’avvio di questa fase è già iniziato. Comunque sia, in quel momento il petrolio rimasto nel sottosuolo sarà ancora molto ma i costi per estrarlo risulteranno insopportabili per parte crescente dell’economia mondiale. Il progressivo avvicinarsi dei limiti fisici del greggio esistente sarà preceduto dal limite economico incarnato dai costi di estrazione sopportabili dal sistema, con conseguenze dirette sulla sopravvivenza del modello petrolio-dipendente.

In estrema sintesi, oggi un barile a 80 dollari (o meno):

  • spinge fuori mercato una quota significativa di estrazione/produzione, lasciando un po’ di petrolio disponibile sotto terra
  • scoraggia gli investimenti e lascia petrolio da scoprire per il futuro, determinando condizioni di pericolosa strozzatura per la tanto attesa (ipotetica) ripresa dell’economia mondiale
  • lascia intravvedere un possibile picco originato dalla combinazione tra difficoltà produttive e livello di costo sopportabile dal sistema economico
  • incoraggia la crescita del consumo di carburanti (che libera più carbonio in atmosfera) e aumenta la velocità di sfruttamento dei pozzi meno costosi.

Conseguenze contraddittorie, comunque tutte interne alla logica di una società petrolio-dipendente.

Una logica che non sa e/o non vuole accettare la realtà incontrovertibile delle limitatezza delle risorse e dei disastri che il perseguimento della crescita materiale e dello sfruttamento dei combustibili fossili stanno ormai evidenziando.

L’immaginario collettivo, la politica del facile consenso e l’impostazione capitalistica dell’economia seguono incantate il richiamo delle sirene dell’innovazione tecnologica e della salvifica potenza del mercato. Manca la lucidità necessaria per sganciarci da un modello che non ha futuro e che rischia di collassare sia dal lato delle risorse disponibili che, forse ancor prima, a causa di devastanti crisi ambientali.

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6 risposte a “La cattiva buona notizia

  1. “Una logica che non sa e/o non vuole accettare la realtà incontrovertibile delle limitatezza delle risorse”

    Ritengo che la maggior parte è al corrente ed è consapevole del problema dell’approvvigionamento degli idrocarburi e della questione del global warming; ma vi sono inerzie, interessi, menefreghismo, conformismo.

    Ad esempio su questi temi, Torino e la regione Piemonte organizzano convegni, dibbbbattiti, esposizioni , poi però devono sottostare al diktat degli interessi del cemento e della finanza, e quindi danno via libera alla costruzione di grattacieli, TAV, inceneritori, capannoni ovunque.

    Vediamo che l’Italia frana sotto la pioggia, Genova e la Liguria soprattutto , ma i lavori per il terzo valico vanno avanti.

    LA società è come quella persona che fuma, beve e mangia troppo, e sa che gli fa molto male, ciononostante non riesce a smettere.

  2. Teniamo anche presente che stando fuori è facile criticare, ma poi quando si va nella stanza dei bottoni, o si sente l’odore dei soldi (pecunia olet), si viene risucchiati in un vortice irresistibile: è capitato anche a persone insospettabili, cari compagni.

    Prendete ad esempio quello che scriveva Mercedes Bresso prima di diventare presidente della regione Piemonte : “La velocità … è una delle principali origini dei danni all’ambiente e dello spreco delle risorse. Per risparmiare tempo umano si spreca sovente il tempo della natura” (Per un’Economia Ecologica, ed. Carrocci, 1993, pag 345) E poi un voltafaccia clamoroso, e lo stesso è capitato ad Antonio Ferrentino.

    Occorre fare massa critica soprattutto con azioni sul territorio, con le associazione locali, unendo le forze, le intelligenze ecc. Non si tratta di cercare di svuotare il lago o il mare col bicchiere o il cucchiaino.

    Ivan Illich: “Coloro che parlano di crisi energetica credono in una particolare idea dell’uomo e continuano a propagarla. Secondo questa concezione l’uomo nasce, e resta per tutta la vita, dipendente da
    schiavi che deve faticosamente imparare a dominare.”

    “Gli indirizzi di politica energetica che verranno adottati nel decennio in corso determineranno la portata e il carattere delle relazioni sociali che una società potrà avere nell’anno 2000. Una politica di bassi consumi di energia permette un’ampia scelta di stili di vita e di culture. Se invece una società opta per un elevato consumo di energia, le sue relazioni sociali non potranno che essere determinate dalla tecnocrazia e saranno degradanti comunque vengano etichettate, capitaliste o socialiste. “

  3. Bello l’articolo e belle le citazioni in commenti. Non credevo che la Bresso avesse manifestato un simile spessore culturale in passato. D’ora in poi sarò meno cattivo quando racconto le sue gesta!

  4. Appunto “in passato” perché la sua trasformazione e il suo cambio di pensiero, che in pubblico non è stato spiegato (in privato pensiamo di conoscerlo) lascia sgomenti, e fa riflettere sui pesanti condizionamenti a cui siamo tutti soggetti

  5. Il capitalismo è alimentato dal consumismo, quando i consumi calano va in crisi, perciò bisogna reinventare uno sviluppo economico che tenga presente le risorse a disposizione che non sono per chi ha il denaro per comprarle e bruciarle ma per il mondo intero che ne ha bisogno. Mirco, condivido appieno il tuo pensiero.
    orlando ciprian

  6. Pingback: Il picco non esiste e le mele cadono verso l’alto | Risorse Economia Ambiente

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