Verso il 2015

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Di Luca Pardi

Il mese di novembre è stato estremamente ricco di spunti per il dibattito sul tema dell’energia. Come ogni anno di questi tempi è uscito il documento dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) intitolato World Energy Outlook 2014 (weo2014).

Ma l’evento che ha maggiormente colpito l’opinione pubblica ed ha avuto eco abbastanza vasta sui media, è la caduta quasi verticale del prezzo del petrolio (mentre scrivo il prezzo di Brent e WTI è leggermente risalito dal baratro in cui era piombato nelle scorse settimane, ma resta a livelli inferiori ai 70$/barile per ambedue i benchmark).

Numerose analisi sono state già proposte su questo argomento non mi dilungherò quindi su questo aspetto limitandomi a citare gli articoli che ritengo più centrati e/o dettagliati sull’argomento:

uno di Ugo Bardi, quello di Mirco Rossi sul nostro blog, quello di Antonio Turiel e quello di Gail Tverberg per limitarci ad alcuni di quelli scritti o tradotti (dal solito Massimiliano Rupalti) in italiano.

In genere però quello che il calo del prezzo evidenzia è un calo della domanda e l’inizio di una nuova fase recessiva sia per i paesi di cui si sbandierava la ripresa economica, sia per quelli che in vera recessione non sono mai stati. Un colpo del tipo di quello del 2008, ma in una situazione più grave. Ce lo aspettavamo. Non abbiamo mai pensato che la “rivoluzione dello shale” e il ricorso ad altre risorse a basso EROEI potessero risollevare l’economia petrolifera ormai in crisi a causa dell’insufficienza del petrolio a buon mercato determinata dal picco del convenzionale (o del legacy oil, o del petrolio dei grandi giacimenti in produzione dagli anni ’30 scegliete voi l’espressione che preferite).

Il flusso di energia facile e a buon mercato, principalmente sotto forma di combustibili liquidi, che ha alimentato ininterrottamente per tutto il XX secolo, e con una forte accelerazione nel secondo dopoguerra, l’economia mondiale, non è più sufficiente a supportare la domanda dei paesi di antica industrializzazione, e le aspirazioni di quelli in via di sviluppo. A questo flusso si è affiancato un flusso via via sempre più importante di altre risorse, di diversa natura, e, soprattutto, di diversa qualità. Lo shale, le sabbie bituminose, gli oli pesanti, i biocombustibili ecc. Tutti combustibili che solo apparentemente soddisfano l’uso che se ne fa. Quando vengono commercializzati essi svolgono, più o meno, la funzione di contenitori e dispacciatori di energia concentrata. Ma prima di renderli commerciabili, cioè prima che raggiungano il mercato, una grande quantità di energia deve essere spesa per produrli. Questo fatto, misurato da un basso indice EROEI, conferisce a questi combustibili non-convenzionali un contenuto energetico ridotto rispetto al vecchio petrolio. E inevitabilmente il mercato ne riconosce i limiti, magari con qualche ritardo dovuto a vari tipi di doping finanziario che, come il Quantitative Easing, non possono essere prolungati all’infinito.

L’uscita del weo2014 ha confermato l’incapacità dei tecnici di riferimento dei sistemi politici mondiali di capire correttamente il funzionamento del metabolismo sociale ed economico. Tutte le proiezioni dell’IEA partono da un modello sbagliato e non possono che essere sbagliate. Il modello è il World Energy Model (WEM) che assume la crescita economica come fattore esogeno, cioè indipendente dalle variabili materiali come l’energia. La crescita traina la domanda di energia e l’IEA fa le previsioni su quali debbano essere i prezzi delle diverse commodities energetiche e gli ammontari degli investimenti necessari da parte delle imprese estrattive, per soddisfare quella domanda.

Il fatto è che la crescita economica si è fondata nei due secoli e mezzo dalla rivoluzione industriale su un flusso di energia e risorse naturali a buon mercato (cioè fisicamente facili da estrarre, cioè, per quanto riguarda le risorse energetiche, ad alto EROEI) che è il vero fattore esogeno.

La crisi energetica rivela il nesso fra crisi ecologica e crisi economica. Gli ecosistemi spremuti sul lato delle sorgenti (le risorse naturali rinnovabili e non) e saturati sul lato dei pozzi (gli ecosistemi che riciclano i cascami delle nostre attività) sono sempre meno facili da sfruttare. Il declino dell’EROEI è un fatto fisico che nessuna cura tecnologica può curare. Tutt’al più ci vorrebbe un po’ di fortuna, tipo scoprire nascosto in qualche area inesplorata (ce ne sono?) un nuovo Ghawar che produca petrolio in grande quantità e a costi contenuti (cioè ad alto EROEI). Ma sarebbe un vero colpo di fortuna data la situazione ecologica plasticamente rappresentata dall’evoluzione continuamente allarmante del cambiamento climatico?

La fine del petrolio a buon mercato ha un significato semplice: rappresenta anche la fine dell’economia che abbiamo conosciuto nei secoli scorsi. Prendete voi il riferimento storico che preferite. Sicuramente la fine della crescita economica di cui abbiamo goduto nel XX secolo.

La fase di declino che ci aspetta non sarà facile, ma è inutile essere pregiudizialmente negativi. Jacopo Simonetta ha scritto post, come sempre fenomenali, su come la situazione può evolvere. (si vedano i post di Simonetta 1, 2 e 3) L’analisi è, secondo me, molto corretta. Il sistema è acefalo e la prima risposta del sistema capitalistico contemporaneo è quella di riassorbire la ricchezza accumulata nel ceto medio dei paesi sviluppati, trasferendola ai piani alti della scala sociale.

Finché il sistema cresceva costantemente anno dopo anno era possibile un certo livello di trasferimento verso il basso della ricchezza. Il famoso 1% dei ricchissimi si arricchiva sempre di più, ma una parte della ricchezza serviva ad ingrassare un ceto medio che via via ha visto il corpo e la mente catturata dal sogno americano. Con la fine della crescita le classi dominanti, quelle che detengono la maggior parte della ricchezza e, quindi, controllano anche i governi, non accettando di crescere meno di quanto facevano prima, assorbono (o riassorbono) ricchezza dal basso. Il significato dell’austerità è questo. L’austerità per noi ceti medi. Tutti a lavorare per due soldi e zitti.

Naturalmente questa politica può portare a diversi esiti e non condivido le conclusioni un po’ desolanti del post di Jacopo Simonetta. Il futuro resta aperto, una risposta politica e sociale adeguata può sempre evitare il massacro delle guerre civili e mitigare gli effetti di un inevitabile declino. In ogni caso è questo l’obbiettivo per cui vale ancora la pena di impegnarsi. E’ abbastanza ovvio che un forte conflitto sociale è in atto e che le cose non potranno che acuirsi nel tempo man mano che scendiamo lungo una china che nessuno vuol ancora ammettere abbiamo già imboccato.

Fare in modo che il maggior numero di persone capisca la natura e le ragioni di questo snodo storico è il nostro compito. Non corrisponde esattamente all’organizzazione della rivoluzione che abbatterà il capitalismo (che comunque, in questo senso, sta già facendo un buon lavoro senza l’aiuto di nessun Lenin), ma è almeno qualcosa che possiamo fare senza chiedere troppo a noi stessi.

Il 2015 sarà un anno in cui verranno al pettine i molti nodi che sono stati dimenticati e la molta polvere spazzata sotto il tappeto. Ognuno di noi ha un momento di risveglio dal torpore indotto dal sistema dell’informazione- intrattenimento- spettacolo. Per me fu un seminario di Colin Campbell organizzato a Firenze da Ugo Bardi nel settembre del 2003. Spero che per molti l’anno che viene possa essere quello in cui capiranno che

1) il nodo climatico deve essere affrontato e subito, il COP21 di Parigi sarà l’ultima occasione globale per metter mano alla questione in modo concertato.

2) La fine del petrolio facile ci invita e forza ad un cambio di paradigma energetico.

3) la crisi ecologica in atto forza l’umanità a ridurre la propria impronta ecologica che è essenzialmente composta da due fattori di uguale importanza: Popolazione e Consumi. Ogni riduzione di questi due fattori deve essere vista come un fatto virtuoso. Quindi il conflitto fra economia ed ecologia non potrebbe essere più grave. Prenderne atto è rivoluzionario.

4) Non esiste una soluzione tecnica al problema di un overshoot ecologico. Esiste solo un adattamento che implica ovviamente anche un adattamento tecnologico, ma è principalmente di carattere sociale.

Anche se ancora non sappiamo quale forme possa prendere questo adattamento e quanto sia possibile mitigare gli aspetti più drammatici e potenzialmente tragici di questa transizione, il nostro impegno per il 2015 non può certo essere quello di osservare con distacco accademico il dissolversi della società e lo sviluppo della catastrofe. Militanti siamo e tali restiamo, razionali, ma militanti.

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