Il fondo del barile #5

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Picco del petrolio e Cigni Neri, i dati “ritoccati” del rapporto annuale della IEA, analisi controcorrente sul crollo del prezzo del barile e la crescita che non c’è, neppure negli USA. Questi sono gli argomenti principali del nostro quinto appuntamento di selezione periodica sulle analisi e convulsioni energetiche dal mondo.

Di Luca Pardi

  • Il picco del petrolio non è un cigno nero. Un articolo di Claudio Della Volpe sul periodico Sapere (edizione cartacea) spiega i tratti essenziali della natura non rinnovabile delle risorse energetiche fossili e di quelle minerarie. Il fatto di essere una risorsa quantitativamente limitata del petrolio rende il Picco un evento ineluttabile (non dunque una teoria, come amano dire gli ottimisti) che con un certo grado di precisione può essere previsto. Non si tratta dunque di uno di quegli eventi isolati, statisticamente anomali e perciò imprevedibili che sono stati definiti Cigni Neri.

  • Un cigno nero grondante di petrolio. Il crollo del prezzo del petrolio ha, secondo Charles Hughes tutte le caratteristiche dei cigni neri: 1. è un evento non previsto 2. ha effetti pesanti 3. viene razionalizzato a posteriori da un certo numero di modi che dimostrano che sarebbe stato prevedibile. Si tratta di un cigno nero finanziario. Secondo Hughes a fronte di una crescita dell’economia globale del 17-20% il modesto aumento della produzione di greggio (e di tutti i liquidi) non poteva causare quell’oil glut di cui molti analisti a posteriori hanno parlato. Quindi per spiegare il prezzo c’è solo un crollo della domanda. Il ragionamento si svolge in quattro post successivi dal 30 novembre al 3 dicembre.
  • Ma qualcuno che aveva previsto c’è sempre. Nicole Foss scrive su facebook (chi l’ha detto che i social forum servono solo per scrivere bischerate?) “Abbiamo detto per lungo tempo che sarebbe successo, che i prezzi del petrolio sarebbero caduti come conseguenza della caduta della domanda in un movimento nella depressione economica. Tale evento determina una sovrabbondanza temporanea dell’offerta, evapora il sostegno dei prezzi, i prezzi scendono a quelli del produttore a più basso costo e tutta la produzione più costosa e complessa va fuori mercato. Nessuno investe in esplorazione, produzione o probabilmente anche in manutenzione per anni, ciò significa che l’offerta seguirà la domanda al ribasso nel corso del tempo. Qualsiasi tipo di ripresa economica futura sarà quindi vincolata dall’offerta energetica. Prima la crisi finanziaria ci ha concesso del tempo in termini di picco del petrolio, perché ci ha permesso di sfruttare le rimanenti fonti di energia ad alto profitto meno rapidamente, ma questo ritardo aggrava la situazione successiva, con un collasso più rapido. Siamo diretti verso un futuro con un flusso energetico molto più basso, il che significa che la nostra vita sta per cambiare.” E rimanda ad un articolo (in inglese) sul blog The Authomatic Earth. Come sempre scritto in un inglese molto colloquiale e, quindi, difficile.
  • La crisi dei subprime è stata una crisi petrolifera. Un articolo in due parti di Adrian Hänni dell’aprile scorso è ancora attuale. Esso ricostruisce la grande crisi 2007- 2008 come determinata dalle conseguenze della fine del petrolio a buone mercato, con il picco del petrolio convenzionale, che ha mandato in tilt il sistema finanziario e sull’orlo del fallimento l’intero sistema bancario. Anche le crisi petrolifere del secolo scorso hanno determinato rallentamenti sostanziali dell’economia, ma dopo il picco del convenzionale, il mercato petrolifero passa da una fase in cui l’offerta è elastica rispetto al prezzo ad una in cui lo è molto meno elastica. Fino al picco del convenzionale “una elevata elasticità di prezzo dell’offerta faceva si che, ogni volta che la domanda di petrolio aumentava a causa della crescente attività economica, un minimo aumento del prezzo del petrolio era sufficiente per espandere la produzione di petrolio e per coprire la nuova domanda”. Oggi usciti da questa fase “felice” in cui abbiamo contratto una dipendenza crescente nei confronti del petrolio l’unica alternativa è lasciare il petrolio.
  • Da vedere in TV. La puntata del 21 dicembre di Report che parla di fossili e rinnovabili nel nostro paese. Abbastanza clamorose le affermazione di Leonardo Maugeri che prima afferma che trivellare in Italia è accanimento terapeutico, secondo che non è tanto vero che il problema siano gli incentivi alle rinnovabili visto che anche le fossili sono fortemente incentivate (anche se li chiamano sgravi fiscali), e terzo che le rinnovabili sono il futuro. Se lo dice lui, è vero che lo dice ora che non deve più fare il rappresentante delle compagnie petrolifere, ma anzi, questa è una testimonianza del peso che l’origine del proprio reddito ha sulle posizioni che abbiamo.
  • Mare del nord al collasso. Con il petrolio a 60 $/b non c’è modo di sopravvivere per quasi tutti i progetti estrattivi nel Mare del Nord. Chiusure e licenziamenti sono all’ordine del giorno, insieme ad un taglio degli investimenti. Ne parla un articolo sul sito della BBC.
  • Il futuro dello shale. Secondo il settimanale economico britannico “the Economist” lo shale sarebbe, in futuro, cioè passata l’attuale tempesta del prezzo (in parte dovuta alla debole crescita in parte alla scarsa volontà dei sauditi di tagliare la produzione), la fonte di petrolio che permetterebbe di ridurre la volatilità del prezzo del barile. Secondo l’articolo pubblicato il 6 dicembre scorso, lo shale ha cambiato il mercato del petrolio. Anche se il tasso di declino dei pozzi è rapido, le operazioni di trivellazione sono facili e la risorsa abbondante. Mentre i depositi di “convenzionale” che dovrebbero sostituire quelli in declino, ad esempio i nuovi giacimenti in Siberia, o deep water, o artici, hanno costi proibitivi, lo shale ha una dinamica industriale che somiglia a quella delle bibite: quando la domanda tira si accendono gli impianti.
  • Il tramonto del petrolio. Edizione 2014. Antonio Turiel propone uno scrutinio delle proiezioni contenute nel WEO2014 dell’IEA analogo a quello proposto nel 2012. Il post di Turiel (in spagnolo) fa una accurata critica delle varie categorie di petroli listate dall’IEA e ne riporta i valori numerici evidenziando diverse anomalie che fanno pensare ad una estesa manipolazione dei dati da parte dell’IEA per raggiungere il risultato voluto di una produzione di 100 Mb/d nel 2040. L’analisi poi si svolge nello stesso modo di quella del 2012. Invece di sommare volumi di categorie diverse come fa l’IEA, Turiel normalizza i volumi sulla base del contenuto energetico stimato delle diverse categorie di liquidi combustibili e mostra che il Picco del contenuto energetico avviene nel 2015. Poi prendendo dei valori di letteratura dell’EROEI delle diverse categorie e imponendo un declino del convenzionale del 6% (mentre misteriosamente l’IEA ne stima uno del 3% mentre lo scorso anno lo stimava al 6) mostra come la situazione dell’Energia Netta, quella che interessa alla società, sia in realtà in rapido declino da qui al 2040.
  • Il costo di un prezzo basso. Resource Insight, il blog di Kurt Cobb, presenta un commento sintetico e convincente sui molti problemi che comporta un prezzo basso del barile. I perdenti saranno molti di più dei vincenti. La domanda è: il prezzo del petrolio è basso perché non ce lo possiamo più permettere? L’argomentazione porta a far pensare che in un futuro post picco solo pochi potranno consumare petrolio (e a basso prezzo). Non male anche la spiegazione della dinamica della crisi.
  • Il perdente è il pianeta. Chris Nelder del Global Footprint Network pubblica un commento sintetico e convincente sulla dinamica del mercato petrolifero spiegando perché i prezzi sono bassi, se e quando ricominceranno a salire e chi sono i vincenti e i perdenti di questa fase. Il prezzo del barile oltre che dal gioco di domanda e offerta dipende dalle prospettive degli operatori finanziari. Se il prezzo ha iniziato a scendere mesi fa è dovuto alla combinazione di un’offerta abbondante, principalmente dovuta allo shale americano, e una domanda debole, non solo in Europa e USA, ma anche in Cina. Ma la continuazione della discesa è adesso, secondo Nelder, un effetto puramente finanziario. Se il prezzo dovesse restare basso ovviamente ne risentirebbero le produzioni più costose (ne abbiamo parlato con dovizia nelle scorse settimane). I grandi paesi esportatori, con grandi riserve valutarie, possono reggere anche periodi lunghi, e questo spiega l’atteggiamento saudita. I veri perdenti sarebbero i piccoli produttori africani (Angola, Guinea Equatoriale e Congo) e del Golfo Persico (Kuwait). I vincenti sarebbero i consumatori occidentali che hanno già cominciato a ritornare ai consumi automobilistici di un tempo. In questo caso il perdente sarebbe il pianeta.
  • Il disperato lamento dell’Economista. Esce il rapporto annuale del Centro Einaudi sull’Economia Globale e l’Italia intitolato “Un disperato bisogno di crescita” curato dal prof. Mario Deaglio. Intervistato dal giornalista di Radio Radicale Claudio Landi all’interno della trasmissione settimanale l’ora di Cindia l’economista Mario Deaglio esordisce che, dovendosi considerare un medico, considererebbe infausta la prognosi dell’economia globale. La ripresa statunitense è finta, specialmente se vista dal punto di vista del PIL pro capite, visto che negli USA continua una allegra espansione demografica. L’Europa e la sua locomotiva tedesca sono ferme. L’Oriente frena con la cosiddetta “nuova normalità” cinese. Naturalmente viene confermato il paradigma della crescita infinita. Vengono in mente le parole di oltre 40 anni fa di Jay Forrester: “the growth can stop, must stop and it will stop” riascoltate recentemente nel documentario “Fine corsa”.

  • TTIP. Il tema del Trattato di Cooperazione Transatlantico su Commercio e Investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership) avrebbe molte conseguenze sul piano energetico oltre che in altri settori come quelli dei prodotti agricoli, degli appalti pubblici, dell’industria automobilistica ecc. Necessità quindi da parte di ASPO-Italia un approfondimento. Qui di seguito alcuni articoli sul tema.

    • Intervista. Marco Marrazzi e Alberto Zoratti rispondono alle domande di Radicali Ecologisti sul negoziato e sui contenuti del TTIP. L’intervista da un quadro non pregiudizialmente negativo del trattato, ma ne evidenzia le molte incognite.

  • Il picco della discussione. Un post segnalato da Emilio Martines mostra che il dibattito interno alle dottrine economiche ha avuto una progressiva salita dagli anni ’30 fino agli anni ’60 e poi una simmetrica discesa. L’autore attribuisce questa osservazione all’imporsi delle nuove dottrine liberali che hanno relegato le altre posizioni, keynesiani e marxisti (ma anche teorici dello stato stazionario ed economisti ecologici), in nicchie ristrette che non hanno accesso alle pubblicazioni considerate più autorevoli. A parte la metodologia di questo studio che andrebbe approfondita sarebbe interessante fare lo stesso tipo di misura anche per altre dottrine non escludendo quelle delle scienze naturali.

  • Efficienza come argomento contro le rinnovabili elettriche. Amici della Terra ha condotto la “Sesta conferenza nazionale per l’efficienza energetica” confermando la propria posizione di mosca cocchiera del fronte anti-rinnovabili elettriche in Italia e presentando pomposamente una “ricetta italiana” per l’energia tutta fondata sull’efficienza (Peraltro l’Italia ha già una discretamente bassa intensità energetica). In una intervista condotta dal giornalista di Radio Radicale Enrico Salvatori nella sua rubrica Overshoot, Rosa Filippini conferma la battaglia di AdT contro gli incentivi alle nuove fonti rinnovabili in Italia. Friends of the Earth (FoE) international aveva recentemente denunciato la posizione della sezione italiana accusandola di essere finanziata dalle industrie interessate alle fonti fossili (ENI ed ENEL) e a fare un greenwashing delle proprie attività inquinanti. In questa pagina si trova traccia del congresso di Amici della Terra in cui si risponde a FoE e della documentazione sullo scontro ancora in atto. Salvatori non manca di domandare a Rosa Filippini un commento su questo tema della rottura con FoE. Il congresso internazionale di FoE tenutosi in Sri Lanka nello scorso settembre ha in effetti deciso di espellere AdT dalla federazione con una nota secca quanto inequivocabile.

  • Una Terra troppo affollata. Un lungo articolo su Newsweek parla della relazione fra i molti problemi ecologici, la sovrappopolazione e la contraccezione. I numeri aggiornati al 2012 dicono che nel mondo ci sono ogni anno 80 milioni di gravidanze indesiderate, che conducono ad aborti in condizioni terrificanti, morti per parto e povertà.

  • Macchine impossibili. Macchine per trapiantare alberi. Un confronto fra le macchine usate nel mondo industriale e i mezzi, principalmente forza muscolare di animali e uomini che si usavano pochi secoli fa, mostra il peso che i prodotti petroliferi hanno. Ovviamente quella che si vede qui non è un’operazione indispensabile, e ci sono macchine molto più grandi e potenti di questa, ma la futilità di trapiantare un albero adulto per abbellire un giardino da il senso della quantità di energia che i combustibili fossili ci hanno messo a disposizione e come questo ci abbia portato a sprecarla.

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7 risposte a “Il fondo del barile #5

  1. GRAZIE. Da rileggere con calma puntando su tutti i link.

  2. Grazie Max nel prossimo segnalerò anche quello.

  3. Lavoro molto ben articolato, solo una nota all’affermazione di Foss: “i prezzi del petrolio sarebbero caduti come conseguenza della caduta della domanda in un movimento nella depressione economica.”…. le cose veramente non stanno in questi termini, così come è successo in agosto 2008 quando a perso 100 $ in pochi giorni da 140 a 40, anche ora i prezzi non sono calati per la mancanza di domanda globale, che infatti non è scesa, in occidente i consumi sono diminuiti ma non in oriente, dove la domanda è in costante aumento.

    • Concordo pienamente Giovanni. La domanda non è affatto calata globalmente, anzi, è solo rallentata un pò la crescita. Con 10 anni di alti prezzi del barile l’offerta è riuscita finalmente a superare la domanda, ma con costi altissimi e non sostenibili con l’attuale valore di mercato del petrolio (è comunque il doppio rispetto a quello di inizio millennio!). La situazione è temporanea.

      • Dario..
        non credo che paesi come Cina e India (oltre che Brasile..) crescano esclusivamente a petrolio..anzi..
        ci sono anche i derivati e perché no il famoso (vedi Brasile) bioetanolo..
        laggiù le macchine non vanno a benza o gasolio ma col motore flex (della Fiat).
        Senza scordarsi il carbone (tra l’altro usato in maniera massiccia anche in Europa); che io sappia in Cina è il primo ‘vettore’ in assoluto, e se non ricordo male addirittura tre volte superiore al (consumo di) petrolio.
        La Foss, per esperienza ‘diretta’, è abbastanza difficile che prenda un granchio..
        credo che la si possa definire, chiedo conferma al prof. Pardi o al prof. Bardi, una delle migliori economiste mondiali.
        Un caro saluto.
        s.

  4. Grazie per questa articolata e precisa sintesi.
    Una vera guida nella messe di notizie fuorvianti della stampa!

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