Il fondo del barile #6

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Petrolio. Economia. Petrolio. Non si parla d’altro. Il crollo del barile è un bene, anzi no. L’era dell’abbondanza petrolifera è a portata di mano, anzi no. L’Economia si riprenderà, anzi no. Ma c’è almeno un punto fermo: la situazione climatica sembra sempre più grave. In questo nostro sesto appuntamento c’è davvero una ricca selezione sulle analisi e convulsioni energetiche dal mondo.

Di Luca Pardi

  • Il ritorno alla realtà. Per mio interesse, per tenere questa rubrica e per non perdere contatto con la realtà percepita dalla maggioranza dei cittadini, mi sforzo di seguire le notizie che hanno un connessione con il tema energetico. Ma spesso leggendo e ascoltando si finisce per introiettare una forma mentis, quella dell’informazione, della politica e della cultura accademica convenzionale, che non vede oltre la punta del proprio naso. Questo post di Josh Kearns tradotto da Massimiliano Rupalti sul blog Effetto Risorse è un richiamo alla realtà di cui avevo bisogno.

  • Tre articoli da non perdere sul petrolio. Quelli di Gail Tverberg, Euan Mearns e Richard Heinberg. Quest’ultimo, tradotto dal solito MR, è riassuntivo di tutta la situazione. Ma l’articolo di Gail appare il più lucido. L’impianto è lo stesso di sempre. La fine del petrolio facile ha ridotto il flusso di energia netta perché crescenti quote di energia devono essere reinvestite nel processo di produzione dell’energia. E questa dinamica, attraverso la riduzione della domanda, spiega anche il calo del prezzo del petrolio. Gli effetti economici di questo calo sono molteplici e tutti di difficile o impossibile cura. Non c’è molto ottimismo in Gail, questo va detto.

  • Intervista a Martenson. L’analista del settore petrolifero Chris Martenson a RT: “se siamo al Peak Oil, come i dati sembrano confermare, ci rimangono al massimo 10 se non addirittura solo 5 anni di petrolio estraibile. Dopo di chè, non avrà più alcun senso estrarre ed usare petrolio, per i costi, che diventeranno assolutamente proibitivi. E l’avere petrolio in vendita a bassissimo prezzo, come in questo periodo, non farà che accelerare ancora ulteriormente la fine di questa risorsa non rinnovabile” (segnalato da Giorgio Rasini).

  • Fracking. Investimenti inutili. E’ buffo vedere come le interpretazioni convenzionali relative al mercato petrolifero oscillino fra posizioni estreme spesso contraddittorie a volte catastrofiste a volte iper-ottimiste. Giuseppe Turani sul Quotidiano Nazionale del 6 gennaio 2015 attribuisce al calo del petrolio una delle due ragioni del crollo delle borse del giorno precedente (l’altra essendo la questione Greca), il crollo del prezzo del barile danneggia infatti la Russia e i paesi emergenti. “Ma non basta: il ribasso del petrolio potrebbe far eesplodere una bolla finanziaria negli Stati Uniti, dove i finanziamenti al “nuovo petrolio” (fracking) sono stati massicci e, ormai, del tutto inutili”.

  • Risvegli e doni imprevisti. Il crollo di borsa del 5 gennaio, attribuito a petrolio e Grecia, ha in effetti provocato uno di quei risvegli improvvisi e solitamente di breve durata del catastrofismo economico-finanziario. Ma la narrativa che descrive l’economia in modo convenzionale prende presto il sopravvento, il calo di euro e petrolio sono addirittura un dono per l’Italia.

  • Verso l’economia biofisica. Il lavoro di R. Kümmel e collaboratori trova eco nel blog phys.org. Nella teoria neoclassica della crescita economica, secondo la funzione di produzione di Solow, hanno un ruolo capitale, lavoro e un misterioro fattore residuo. Secondo la versione termodinamica di tale teoria il fattore residuale è interamente sostituito dall’energia che ha un peso molto superiore a quello attribuitole dalla teoria neoclassica. Nel 2012 il Fondo Monetario Internazionale aveva affermato nel suo World Economic Outlook che “se fosse provato che il contributo del petrolio all’output economico fosse molto maggiore della sua quota di costi, l’effetto potrebbe essere drammatico, e suggerirebbe la necessità di azioni politiche urgenti”. Uno si chiede cosa si debba aspettare per considerare provato il contributo fondamentale del petrolio e in generale dell’energia sull’economia e se il FMI e le altre istituzioni economiche abbiano un’idea di quali politiche siano necessarie.

  • Sul clima gli scienziati fanno i finti tonti. Interessante analisi di Naomi Oreskes sul New York Times a proposito della comunicazione sul tema climatico (ma l’analisi potrebbe essere estesa ad altri temi ambientali e al Peak Oil). Gli scienziati che meglio di altri conoscono la gravità del problema, raramente si lasciano andare a dichiarazioni troppo impegnative. Mantengono quella prudenza imposta loro dal pericolo di dire una cosa inesatta al rischio, però, di non comunicare abbastanza chiaramente la gravità del momento. Il linguaggio statistico serve a non esporsi troppo. Dire che c’è il 95% di probabilità che un dato evento avvenga è meno “rischioso” che dire che siamo praticamente certi che quell’evento avvenga. Secondo Oreskes l’atteggiamento è un prodotto della relazione, e del divorzio, fra scienza e religione.

  • Problemi seri nel settore petrolifero britannico. Company Watch una società di consulenza finanziaria, ha rilasciato un comunicato stampa in cui mette in guardia i propri clienti che investono in UK nel settore Gas e Oil, sulla situazione dei conti delle compagnie petrolifere britanniche. L’analisi si focalizza in primis sulle 126 società del settore quotate in borsa al London Stock Exchange. I bilanci del 70% di queste compagnie mostrano perdite con una perdita cumulativa di 1,8 miliardi di sterline (circa 2,3 miliardi di euro). Un terzo delle 126 società quotate in borsa non produce alcun reddito. Questa situazione è ovviamente determinata dal crollo del prezzo del petrolio. Secondo Company Watch sono a rischio 35000 posti di lavoro del settore nel Regno Unito.

  • Né con gli ecologisti né con i geologi. Il blog Peak Oil Barrel pubblica un articolo di Avery Morrow su una tesi di dottorato del 2013 (cercheremo di procurarcela perché in effetti il link non funziona) che prende in considerazione domanda e offerta per fare una previsione della produzione e del prezzo del petrolio. Il modello nel 2013 prevedeva il crollo attuale del prezzo. E questo è il maggiore merito di questa tesi. Le critiche al Peak Oil come visione troppo limitata non sono nuove.

  • Il Foglio, cioè come vedere solo un lato della medaglia. E camminare con la testa rivolta all’indietro. Articolo di fine anno trionfalistico di Luciano Capone, la superfetazione del “tutto va ben madama la marchesa”. O del come riuscire a non vedere quello che non si vuole vedere. In questo il Foglio non è secondo a nessuno.

  • Produzione petrolifera nel mondo. Ron Patterson continua a fare l’utile lavoro di seguire gli aggiornamenti della produzione mondiale di petrolio (condensato + greggio) e presentarli in forma grafica. L’ultimo aggiornamento del 2014 arriva fino a settembre. Nei prossimi si potrebbe iniziare a vedere gli effetti del calo del prezzo del barile.

  • Tenersi la vecchia. Uno studio pubblicato su Environmental Science and Technology mostra che la crisi economica ha spinto gli americani a ritardare l’acquisto di un’auto nuova. La conseguenza è che, con una flotta invecchiata, aumentano le emissioni per unità di volume di carburante bruciato. Ne parla in un articolo lo Scientific American.(segnalato da Francesco Aliprandi)

  • Ritorni decrescenti e prezzo del petrolio. In un post sul blog “Our finite world” Gail Tverberg spiega la relazione fra la crescita delle inefficienze in alcuni settori economici e la caduta del prezzo del petrolio. I settori interessati da una continua riduzione dell’efficienza, o da ritorni decrescenti, sono quello petrolifero, quello dell’acqua potabile, quello della produzione elettrica, quello delle miniere e della sanità pubblica. L’analisi investe anche le inefficienze del sistema educativo americano con la corsa al conseguimento di titoli di studio che, non essendo necessari in un regime di ritorni decrescenti, non potranno ripagare la spesa che si è sostenuta per ottenerli. Le inefficienze nei settori chiave elencati attrae risorse distogliendole da altri settori. L’effetto è una riduzione generale dei redditi da lavoro e un calo dei consumi. Le conseguenze di un trend di questo tipo sono facilmente immaginabili.

  • Energia e PIL, la falsa crescita USA. La notizia della ripresa USA (+5%) nel terzo trimestre del 2014 è stata criticata da diversi punti di vista. Francesco Meneguzzo fa un’analisi fondata sulla realtà energetica. In particolare Meneguzzo assume una relazione di proporzionalità fra consumi elettrici e PIL e conclude, non solo che la crescita USA annunciata recentemente è un falso, ma che praticamente gli USA non crescono più realmente da più di 15 anni.

  • La fine di South stream. Come annunciato da presidente russo Valdimir Putin nel novembre scorso durante una visita in Turchia, il gasdotto che avrebbe dovuto portare il gas del Mar Nero in Europa bypassando l’Ucraina non si farà. Nella serata del 29 dicembre è arrivata la notizia, riportata su molte testate on line, che Gazprom sta ricomprando le quote di minoranza della società che avrebbe gestito la costruzione del gasdotto, quelle di ENI, EDF e Wintershall. Si preoccupano i paesi balcanici, Serbia e Bulgaria in primis, per la perdita dei proventi e Saipem che avrebbe dovuto costruire l’impianto. Sull’argomento il Sole 24 Ore è forse il più completo.

  • I picchisti hanno sbagliato secolo. I teorici del Peak Oil, che ebbero il loro ultimo momento di gloria nel 2008, non avevano sbagliato anno nella loro previsione di una crisi energetica incombente e fatale per la nostra civiltà. Avevano probabilmente sbagliato secolo. Lo afferma l’analista finanziario Alessandro Fugnoli su formiche.it in un commento sul calo del prezzo del petrolio, dopo aver elencato i recenti successi del sistema economico globale in termini di disponibilità energetica. Manca di dire, il nostro, che il successo dei suddetti teorici si è realizzato con il picco del petrolio convenzionale, cioè del petrolio facile, ad alto EROEI, e, quindi, con costi di estrazione ridotti che ha sancito intorno alla metà del decennio scorso quella che, Colin Campbell e Joan Laherrere definirono nel 1998 la fine del petrolio a buon mercato. Per quanto riguarda le previsioni degli analisti finanziari… lasciamo perdere. (Segnalato da Lorenzo Rendi su Radio Radicale)

  • Ancora sul prezzo del petrolio. Matteo Verda sul sito dell’ISPI ricostruisce la dinamica del prezzo del barile negli ultimi mesi e cerca di fare previsioni su come e perché il prezzo può tornare a crescere.

  • Ma ce l’hanno proprio tutti con i picchisti. Il n.7 del bollettino periodico dell’associazione radicale Rientrodolce, Overshoot, se la prende con le “litanie” del genere letterario catastrofista- picchista. Un piccolo passaggio infelice in una introduzione scritta in un italiano semanticamente e, talvolta anche grammaticalmente, pencolante. Per il resto il documento è, come sempre, un’ottima documentazione sul tema della sovrappopolazione.

  • Nasce il blog di Ugo Bardi in lingua spagnola. Si intitola Crisis de Recursos (La crisi delle risorse) ed è curato da Anselmo.

  • Tramonto del petrolio 2014. L’aggiornamento della stima dell’energia netta realmente disponibile in luogo dei volumi riportati dall’IEA di Antonio Turiel che abbiamo segnalato nel n.5 è ora disponibile anche in italiano. Grazie al solito Massimiliano Rupalti.

  • Continua la saga del prezzo del petrolio. Due articoli del Sole 24 ore sull’effetto sul mercato petrolifero, o meglio il non-effetto, dell’acuirsi del conflitto in Libia. Nonostante i terminali petroliferi in fiamme e la relativa caduta della produzione nazionale, il prezzo del barile resta basso. Sempre sul Sole un’analisi, invero abbastanza anodina, di Paul Krugman sul mercato petrolifero, la Russia ecc.

  • Il fracasso USA sullo shale gas. Signifivativo scontro polemico intorno all’articolo di Manson Innman, segnalato sul n.3 di questa rubrica, pubblicato su Nature con il titolo “Natural gas: the fracking fallacy”. L’articolo che metteva a confronto le previsioni produttive di gas fatte dall’EIA e dal Bureau of Economic Geology dell’Università del Texas (BEG-UT) ha provocato una risposta piccata da parte del DoE e dello stesso BEG-UT. Arthur Berman spiega sul suo blog la ragione di fondo per cui il dibattito è così accanito. Negli USA il regolamento EPA (Environmental Protection Agency) sulla qualità dell’aria prevede un progressivo allontanamento dal carbone a favore del gas. L’assunzione di fondo è che la rivoluzione della shale si realmente tale. Qualsiasi opinione che metta in dubbio questa visione rosea del futuro energetico americano è vista con sospetto. David Hughes riesamina i dati dei principali campi di shale americani in un articolo che vi segnalo senza averlo (ancora?) letto.

  • Il guscio delle cozze. Uno studio condotto all’Università di Glasgow mostra che la progressiva acidificazione del mare, dovuta all’assorbimento di CO2, influenza negativamente le caratteristiche del guscio delle cozze (Mytilus edulis). Ne parla il quotidiano britannico The Observer. Il lavoro scientifico è sulla rivista pubblicata dalla Royla Society Interface. Il tema degli effetti dell’acidificazione degli oceani sugli organismi calcificatori merita un’attenzione speciale. Una rapida ricerca bibliografica nel database scientifico di eccellenza “web of Science” dà centinaia di hit.

  • Tutte le piattaforme nel nostro mare. Sul sito della Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche, la UNMIG Newsletter pubblica l’aggiornamento al 23 dicembre 2014 dell’ Elenco delle piattaforme marine e strutture assimilabili. Per ogni struttura sono riportate il numero di pozzi produttivi, le coordinate geografiche, e altre informazioni.

  • Qualche decimo di punto di PIL. Vi può interessare questo documento del FMI segnalato dal quotidiano spagnolo el Pais. Naturalmente il quotidiano semplifica molto.
    Il documento del FMI è complicatuccio per un chimico, ma non illeggibile.
    Si capisce diverse cose. La prima è che vivono in un mondo che probabilmente non esiste più. Ma è difficile entrare nei tecnicismi senza rischiare di dire … inesattezze. 🙂
    Una delle cose che salta all’occhio è la previsione del prezzo del petrolio basata sul mercato dei futures (chart 6) che praticamente è come dire, il prezzo nel 2019 può essere sicuramente uno qualsiasi. Comunque il tutto lascia l’impressione del vecchio adagio in cui si dice: “c’è questo, c’è quello, non solo, ma anche“. Il quotidiano parla quasi solo degli effetti positivi in termini di decimali di PIL per i paesi importatori. Dopo un’oretta di lettura viene da dire quello che uno avrebbe detto prima: vedremo!

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