Il fondo del barile #7

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Quei record che non si vorrebbe mai raggiungere: il superamento di ben 4 limiti sulla Biosfera e l’approssimarsi di altri due, il probabile record delle temperature del 2014 e l’incredibile ottimismo (o ingenuità) con cui si favolegga di futuri radiosi su un pianeta sovrappopolato. E poi ancora petrolio, economia e l’approssimarsi dello scoppio della bolla del fracking negli USA. Non ci facciamo mancare niente in questo settimo appuntamento sulle ultime convulsioni (non solo energetiche) dal mondo.

Di Luca Pardi

  • La non sostenibilità approda a Davos. Il tema del superamento dei limiti biofisici del pianeta fu quantificato nel 2009 da un nutrito gruppo di ricercatori (ovvio data la dimensione del problema) che fanno capo allo Stockholm Resilience Centre. I ricercatori avevano individuato 9 processi bio-geo-chimici e altrettanti limiti che non andavano superati al fine di mantenere l’attività umana in uno spazio sicuro. Il 15 gennaio è uscita una versione aggiornata dello studio che mostra che quattro confini quantitativi stimati per un livello di attività umana sostenibile sono superati e altri sono prossimi ad esserlo. La perdita di diversità genetica della biosfera e i cicli dell’azoto e del fosforo immessi negli ecosistemi dalle attività di fertilizzazione dei suoli hanno chiaramente superato i confini. Altri che fanno capo essenzialmente al ciclo del carbonio, e cioè il cambiamento climatico e l’acidificazione degli oceani sono, il primo in zona di rischio e il secondo prossimo a raggiungerlo. In zona di rischio è anche il processo di variazione dei suoli. Il lavoro ha avuto una discreta eco di stampa, ad esempio in un articolo del Guardian, dal quale si apprende che i risultati di questo lavoro saranno presentati al prossimo World Economic Forum di Davos in programma il 21-25 gennaio prossimi.

  • Sogni economico-tecno-scientifici. Un notevole pezzo di ottimismo economico-tecno-scientifico dedicato al futuro delle risorse è uscito su una pubblicazione della Geological Society di Londra scaricabile liberamente (consultato il 16 gennaio, si veda l’ultimo articolo a nome Lawrence M. Cathles). L’incipit dell’abstract è di per se degno di traduzione: “Il Mondo contiene l’energia e i minerali necessari per sostenere 10,5 miliardi di persone (la popolazione prevista per il 2100) ad uno standard di vita europeo per centinaia di secoli.” E come? La premessa è che la popolazione non è un problema perché la fertilità sta già calando. Ci vorranno 22.272 (sic!) impianti nucleari da 3,3 GW da costruire nei prossimi 100 anni. E l’Uranio necessario? Lo prendiamo dal mare ovviamente con grandi impianti di filtrazione dell’acqua. Poi ci sono i reattori veloci e quelli a Torio. Nel frattempo sarà possibile rendere più competitive le rinnovabili e, ovviamente, ci sarà la fusione. Cose simili si potranno fare per recuperare rame ed altri metalli essenziali. Praticamente un nuovo capitolo di Alice nel paese delle meraviglie. Se ne sentiva il bisogno.
  • Pulita e a buon mercato. In inglese Cheap and Clean è il titolo di un libro di due autori, Stephen Ansolabehere e David M. Konisky, recensito sul n. 347 di Science (16 gennaio 2015). Il sottotitolo spiega di cosa si tratta. Cosa pensano gli americani dell’energia nell’era del riscaldamento climatico. Si tratta di una inchiesta condotta nel pubblico americano che mostra una generale accettazione di gas (e anche del fracking), nucleare e rinnovabili e una minore accettazione di petrolio e carbone. Sembra poi che informati sui costi/opportunità delle diverse fonti energetiche i soggetti dell’indagine riconsiderino le loro preferenze. La conclusione degli autori è che l’atteggiamento pubblico è modellato dall’informazione disponibile. Bella scoperta. Ovviamente l’informazione disponibile non è univoca, infatti sembra che i due (ma io non ho letto il libro) prendano come dato acquisito il maggior costo delle rinnovabili rispetto alle fossili.
  • La Russia detta legge sul gas. La Russia dice all’UE: se volete il nostro gas costruitevi un nuovo gasdotto che passi dalla Turchia, deadline 2 anni. Prepariamo la cucina economica? Le opinioni su questo annuncio non sono concordi, c’è chi sostiene che la Russia non può fare a meno di fornire gas all’Europa e non può, nel giro di pochi anni, girare semplicemente i tubi verso altri acquirenti, cioè essenzialmente la Cina e il sud-est asiatico. Magari fra 20 anni potrebbe cambiare lo scenario, ma non in due anni. Altri sostengono che non sia un bluff, la Russia ha il coltello dalla parte del manico. Vedremo. C’è un articolo di uno che la Russia dovrebbe conoscerla bene, Dmitry Orlov, che sembra dar ragione a chi pensa che la Russia non sia così dipendente dai soldi con cui paghiamo le sue materie prime.
  • Prezzo del petrolio, investimenti, domanda. Continua la copertura degli eventi petroliferi da parte di Sissi Bellomo sul Sole 24 ore. Allora, il calo del prezzo taglia gli investimenti e quindi ha effetti di rialzo sul prezzo futuro perché fa aumentare la domanda, ma allora il prezzo tornerà a salire, quindi riprenderanno gli investimenti, ma la salita del prezzo ucciderà la domanda, il prezzo tornerà a scendere e così via. Quello che manca di dire il Sole 24 ore è che quel “così via” si dovrà misurare con una fornitura sempre più costosa. Il mercato è razionale nella misura in cui è razionale una reazione chimica, va dove deve andare secondo la sua termodinamica e la sua cinetica.
  • 2014, uno degli anni più caldi dal 1891. Escono i primi dati sulle temperature globali del 2014 e si vede subito che, come previsto, lo scorso anno se la vedrà con il 2005 per il primo posto nella classifica degli anni più caldi dall’inizio delle misurazioni. In un post su climalteranti.it si legge: “No, non siamo a caccia di record: ne faremmo volentieri a meno. Perché il clima non è il calcio o lo sport. È solo che c’era una certa attesa per vedere se il 2014 si sarebbe preso lo scettro di anno più caldo. Come è ormai consuetudine da diversi anni, ai primi di gennaio cogliamo l’occasione per fare il punto sull’anno appena trascorso, per quanto riguarda le temperature”.
  • Short Term Energy Outlook EIA. L’EIA (lo ricordiamo si tratta dell’Energy Information Agency del governo USA, e quindi interna al Department of Energy, DoE, da non confondere con l’IEA, l’International Energy Agency, agenzia intergovernativa dei paesi OCSE) pubblica mensilmente uno STEO che include proiezioni del panorama energetico fino all’anno successivo. Tali proiezioni vengono via via aggiustate nel corso dell’anno. Il rapporto di gennaio 2015 è uscito il 7 di questo mese e può essere scaricato dal sito dell’EIA. Si tratta di 48 pagine molto noiose da leggere. Fortunatamente Ron Patterson lo riassume per noi.
  • Tutto sul petrolio in una intervista. Imperdibile intervista ad Arthur Berman su energyskeptic.com (in inglese) tradotta su Effetto Risorse. In poche domande si arriva a capire quasi tutto della situazione attuale del mercato petrolifero e dell’energia. La domanda è bassa perché il prezzo è stato alto per troppo tempo, l’offerta è alta per lo shale e il ritorno della Libia: bassa domanda, alta offerta uguale prezzo basso. Piuttosto semplice. I sauditi hanno scelto il male minore nel non tagliare la produzione, fra perdere soldi mantenendo le loro quote di mercato e perderne molti di più tagliando la produzione di 2 Mb/d hanno scelto, ovviamente, la prima. Il futuro dello shale è il declino. Ma non immediato perché le piattaforme sviluppate continueranno a produrre ancora per mesi. La discussione sulle esportazioni è semplicemente stupida. Le esportazioni sono dettate da fattori tecnici (la qualità del tight oil) ed economici (il prezzo alto). La cosiddetta teoria del picco del petrolio non è stata affatto smentita e quello che era stato da essa previsto si sta verificando in modo abbastanza soddisfacente. La tecnologia segue il prezzo perché la tecnologia costa. Il futuro energetico dei prossimi decenni, a meno di un collasso economico, è il gas e, lentamente, una crescita delle rinnovabili. La questione climatica deve essere affrontata in modo realistico tenendo conto delle conseguenze economiche di una rinuncia rapida alle fonti fossili. Nell’ultima parte dell’intervista Berman sembra seguire, in modo meno marcato di altri peakoilers, uno dei filoni di questo gruppo di analisti energetici: il problema energetico-economico viene prima di quello climatico. Una visione tutto sommato conservatrice che merita tanta attenzione quanto critica. Il costo sociale, economico ed ecologico (cioè a carico del resto della biosfera) del Global Warming non può più essere trascurato e chi non lo capisce non può più trincerarsi dietro il “non sono un climatologo”.
  • Ma è una scelta intelligente?. La scelta dell’Arabia Saudita di non tagliare la produzione di greggio, che Berman considera sensata, è veramente l’unica intelligente. Nel breve periodo sicuramente si, ma nel lungo periodo si dovrà vedere visto che vendere l’unica risorsa da cui si dipende può non essere prudente. Lo afferma un breve post di Ugo Bardi su Effetto Risorse.
  • Picco, picco e ancora picco. Non meno chiaro dell’intervista a Berman questo articolo di Tom Whipple apparso a fine dicembre su Resilience e ora tradotto su Effetto Risorse. Ma gli argomenti sono sempre gli stessi.
  • Il mercato globale del petrolio in 12 grafici. Debutta sul blog Oil Price la rubrica mensile di Euan Mearns che si propone di seguire l’evoluzione del mercato globale del petrolio. Le categorie seguite sono greggio, condensato e NGL, la cui produzione Il primo numero di questa rubrica spiega molto chiaramente la situazione e merita attenzione. Il prezzo del petrolio sta crollando alla velocità del crash del 2008. La somma della produzione dei paesi OPEC, Russia ed ex Unione Sovietica, Cina e sud est asiatico e del Mare del Nord è stabile o in leggero declino. La differenza la fa la produzione USA. L’Arabia Saudita detiene la maggior parte della spare capacity nell’OPEC e nel mondo. E’ insensato chiedere all’Arabia Saudita di tagliare la propria produzione di petrolio a buon mercato al fine di fare spazio al petrolio caro del Nord America. Nel crollo del prezzo giocano sia la sovraproduzione sia la domanda debole con una leggera prevalenza del secondo fattore. Infine Mearns spiega le difficoltà di accesso a dati aggiornati e indica i principali database disponibili… e il loro eventuale costo.
  • Rendimenti decrescenti e prezzo del petrolio. Esce su Effetto Risorse la traduzione di un post di Gail Tverberg sull’effetto che il raggiungimento dei limiti fisici del pianeta ha influito sul prezzo del petrolio.
  • Contango e scorte. Il prezzo dei contratti future del petrolio sono maggiori del prezzo spot, situazione definita in gergo finanziario Contango, e questo porta ad un interesse all’imagazzinamento. Gli armatori hanno visto aumentare la richiesta di petroliere per storage in modo vertiginoso secondo quanto dice Sissi Bellomo sul Sole 24 ore. Nel 2009 il greggio parcheggiato nelle superpetroliere in mare arrivò a toccare il volume di 100 Mb.
  • Il prezzo tornerà a salire nel 2015. Previsione dell’ex GoldmanSachs Jim O’Neal sulla base dell’osservazione della divergenza fra il prezzo spot e quello dei contratti quinquennali.
  • Lasciare le riserve fossili dove sono. Con una lettera di Christopher McGlade e Paul Ekins Nature affronta il tema del legame fra sfruttamento delle risorse di combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) e l’impegno politico dei governi di non superare il limite dei 2°C bel riscaldamento climatico da qui al 2100. Sulla base di una indagine sulle riserve esistenti i due estensori del lavoro concludono che un terzo delle riserve di petrolio, la metà di quelle di gas e l’80% di quelle di carbone dovrebbero essere lasciate dove sono da qui al 2040. Lo sviluppo delle risorse non convenzionali appare come non compatibile con l’impegno di non far aumentare la temperatura oltre i 2°C. Il contenuto della lettera a Nature ha avuto anche eco sulla stampa. Si veda, ad esempio, questo articolo sul portale di Repubblica.
  • La Banca di Inghilterra sul rischio fossile. La Banca di Inghilterra ha iniziato un’indagine sulla possibilità che le decisioni politiche dei governi di limitare le emissioni onde evitare il superamento della soglia dei 2 C nel Global Warming rendano non estraibili una grande quantità di risorse fossili. Tali politiche potrebbero cancellare 2/3 degli assets detenuti dalle compagnie petrolifere come riserve di combustibili fossili e innescare una crisi finanziaria di dimensioni inimmaginabili. Ne parlava a inizio dicembre un articolo del Guardian ora tradotto su Effetto Risorse.
  • Prime vittime del crollo del prezzo del petrolio. Si registra la prima vittima dello shale oil o tight oil, olio di scisto, olio da rocce compatte o come volete chiamarlo, insomma quello che si estrae con il metodo della fratturazione idraulica e a cui è stata attribuito il merito del crollo del prezzo del barile. L’evento, che riguarda l’azienda petrolifera texana WBHEnergy ha suscitato parecchio interesse. Ne parla il sole 24 ore del 9 gennaio.
  • La bolla dello shale sta per scoppiare. Secondo questo articolo segnalato da Ugo Bardi i segnali che la bolla dello shale sia sul punto di scoppiare rimandando il mercati finanziari nel caos sono evidenti. L’articolo che è in un inglese difficile ed è anche lunghetto, racconta dell’approvazione a dicembre di un emendamento passato alla chetichella nella legge di bilancio nel congresso USA grazie alla lobby delle banche “too big to fail” e disegnato appositamente per salvarsi dallo sgonfiamento della bolla basata sui derivati dello shale. In pratica permetterebbe un “bail in” in cui le banche potrebbero
    trasformare i depositi dei propri clienti in bond. Il fatto che non abbiano aspettato il nuovo congresso a maggioranza GOP fa pensare che i ragazzi avessero fretta. A conferma di questo punto di vista (forse un po’ dietrologico) c’è la propaganda anti-russa e anti-ambientalista che, secondo gli estensori dell’articolo, sta prendendo piede. Questa è una vecchia storia che abbiamo già sentito e commentato ironicamente anche su questo blog: gli oppositori del fracking sarebbero finanziati da Putin
  • Il picco del petrolio nel 2015. Sulla base dei dati EIA (Energy Information Administration del governo USA) Ron Patterson stima che il picco di tutto il petrolio risulterà verificarsi fra settembre 2014 e agosto 2015. Si noti che la previsione include tutto il petrolio, convenzionale, non convenzionale e condensato.A parte la previsione che, come tutte le previsioni può essere smentita, il post è interessante anche per un discreto livello di umorismo (ne abbiamo bisogno) e per una frase iniziale che merita di essere citata per intero (e tradotta per i non anglofoni). “The Cornucopians are exuberant, they believe that collapsing of oil prices dealt the death knell for peak oil. An oil glut, they say, is what we have, not peak oil. But an oil glut is exactly what we would expect at the very peak. After all, that is what peak oil is, that is the the point in time when the world produces more oil than ever in history… and the most it ever will produce.”Traduzione: “I cornucopiani (coloro che credono nell’abbondanza di tutto su un pianeta finito) sono in grande spolvero, credono che con il crollo del prezzo del petrolio sia suonata la campana a morto per il picco del petrolio. Quello che abbiamo è un eccesso di petrolio invece del picco. Ma un eccesso è proprio quanto ci aspettiamo proprio sul picco. Dopo tutto il picco è proprio questo cioè il punto in cui, nel tempo, il mondo produce la quantità di petrolio più grande della storia … e la massima che mai produrrà.”
  • Il trucco delle compagnie del carbone. Le compagnie minerarie che estraggono carbone negli USA (principalmente in Wyoming e Montana) hanno creato una rete di centinaia di società fittizie a cui vendono il proprio prodotto ad un prezzo più basso di quello finale fatto ad esempio, alle aziende che gestiscono gli impianti di produzione di energia elettrica. In questo modo, praticamente vendendo a se stesse il carbone estratto, le aziende pagano le royalties su questo introito e non su quello finale. Un trucco che costa ai cittadini degli stati interessati centinaia di milioni di dollari. Nel parla un articolo su Climate Progress che riporta la ricerca del Center for American Progress.
  • La terza guerra mondiale. Anche Nino Galloni interpreta in chiave di guerra commerciale il crollo del prezzo del barile e vede una regia del grande potere finanziario che ha portato il livello dei titoli tossici a 54 volte quello del PIL mondiale. Sembra però, secondo Galloni, che servizi segreti e vertici militari americani e israeliani non siano d’accordo. Di fronte a questi misteri non resta che ritrarsi prudentemente. Il prof. Galloni è venuto alle cronache della rete per l’atteggiamento fortemente critico nei confronti della costruzione europea a cui si era opposto negli anni ’90 come funzionario del ministero del bilancio.

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7 risposte a “Il fondo del barile #7

  1. Vorrei ringraziare il dottor Pardi per l’utilità di questa rubrica.

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  3. “….Il mercato è razionale nella misura in cui è razionale una reazione chimica, va dove deve andare secondo la sua termodinamica e la sua cinetica….”

    Ho sprecato un mare di parole per spiegare questa faccenda, senza riuscirci. In queste due righe, vedo riassumere tutto quello che c’è da raccontare sulla più perniciosa ideologia del nostro tempo. Ottima sintesi.

  4. Uno splendido riassunto come sempre!
    Queste rubriche si dimostrano sempre più un’utilissima bussola in questi tempi di rapidi cambiamenti. Grazie!

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