Il fondo del barile #9

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Cos’è una petroliera sporca? Calano gli impianti di trivellazione negli USA, perché non cala anche la produzione? La volatilità è un effetto del picco del petrolio?

Ritorna con qualche giorno di ritardo il nostro appuntamento settimanale con le selezioni di notizie e analisi sulle convulsioni energetiche mondiali.

Di Luca Pardi

  • William R. Catton. Il 5 gennaio scorso è morto Catton l’autore di Overshoot un libro che ha avuto una forte influenza nel definire i limiti dell’azione umana sulla Terra. Ne parla Effetto Risorse che rimanda ad una riflessione di Michael Greer sul suo blog.

  • Extracted. Il 5 febbraio nella sede dell’ateneo fiorentino si è tenuta la presentazione del libro di Ugo Bardi “Extracted. How the quest for mineral wealth is plundering the planet”, 33simo rapporto per il Club di Roma. All’incontro, oltre alle figure istituzionali dell’Università di Firenze, sono intervenuti il Segretario Generale del Club di Roma Graeme Maxton, il prof. Angelo Tartaglia del Politecnico di Torino e l’autore. Ha concluso in poesia il poeta di riferimento del picchismo nazionale: Marco Scalandris. L’evento è stato preceduto e accompagnato da un paio di incontri conviviali “di lavoro”.
  • Scala Mercalli. I gradi della crisi ambientale e la via della sostenibilità. Dal 28 febbraio 2015, il sabato in prima serata su Rai 3.
  • The Oil Age. E’ il titolo di una nuova pubblicazione quindicinale edita nel Regno Unito. La rivista si occuperà degli aspetti dell’evoluzione dell’età del petrolio dal punto di vista fisico, economico, sociale, politico, finanziario e ambientale. Un ampio raggio di azione che prevede comunque un inizio dedicato al passato e al futuro dell’offerta di idrocarburi. Per saperne di più rivolgersi a theoilage@gmail.com.Ritorna
  • Il costo della crescita. Jacopo Simonetta segnala su facebook (a ulteriore dimostrazione che i social network non sono solo fatti per fare pettegolezzi) una serie di foto di luoghi inquinati in Cina. Enjoy! (solo per chi ha un account facebook).
  • Il picco oltre le apparenze. Pubblicato sul blog della Società Chimica Italiana un mio articolo sul picco del petrolio.
  • Vaneggiamenti pubblicitari. Non firmato era uscito sul Sole 24 ore un articolo che parlava di riserve petrolifere non meglio identificate di 700 miliono di tonnellate. Maria Rita D’Orsogna lo commenta sul Fatto Quotidiano. ASPO-Italia discute i numeri su questo blog.
  • Il paese degliRitorna elefanti contro le trivelle. Domenico Finiguerra riporta sul Fatto Quotidiano e sul blog Eddyburg la notizia della sentenza del TAR del Lazio che ha annullato la concessione di ricerca di idrocarburi denominata Colle dei Nidi in Abruzzo. Ha vinto il Montepulciano d’Abruzzo.
  • L’economia globale secondo Gail Tverberg (Parte 2). Il 5 febbraio è uscito su Our Finite World, il blog di Gail Tverberg, la seconda parte della sua “nuova teoria economica globale”. Una teoria astorica che non piacerà a molti. Riprendendo i dati storici di PIL globale stimati da Angus Maddison, Tverber ricostruisce il legame storico fra fonti di energia a buon mercato e crescita. Distingue fra crescita demografica e crescita della ricchezza pro-capite e conclude che per crescere, in ambedue le modalità, abbiamo bisogno di consumi energetici sempre crescenti, ma se l’energia cessa di essere a buon mercato il sistema va in tilt. La situazione in cui siamo ora è proprio questa. Il sistema è fatto per crescere, ma stenta a trovare fonti energetiche che continuino ad alimentarne la crescita. I tempi interessanti che ci aspettano non suonano molto attraenti nelle conclusioni di Tverberg.
  • Bollettino dell’OPEC. Il bollettino mensile dell’OPEC (Monthly Oil Market Report- MOMR) è uscito il 9 di febbraio. 98 pagine di dati e proiezioni. Ci aiuta il solito Ron Patterson che riassume alcuni degli andamenti della produzione dei paesi OPEC. Nel MOMR c’è molto di più però e si apprendono cose interessanti sul mercato petrolifero. Ad esempio, sapevate che ci sono petroliere sporche (dirty tankers) e petroliere pulite (clean tankers)? Le “petroliere sporche” sono definite come quelle che trasportano il greggio, l’olio combustibile e altri prodotti “sporchi” come il vacuum gasoil (“gasolio sottovouoto”) o i condensati sporchi. Le petroliere pulite trasportano i distillati leggeri, come le benzine, i distillati intermedi e la nafta.
  • Il mistero dietro le proiezioni dell’EIA. Ron Patterson ricostruisce le proiezioni dell’EIA fino al 2040 e si chiede su quali basi si fondino. Come sempre una serie di grafici presenta le proiezioni di produzione petrolifera nelle diverse parti del mondo. L’EIA prevede una produzione di 99 Mb/d nel 2040. 22 Mb/d più di oggi, dei quali più della metà a carico dell’OPEC.
  • Volatilità. Qui c’è un articolo del 2012 di Manicore (il blog di Jean-Marc Jancovici che sembra silente dal 2013) che prevede il periodo di intensa volatilità del prezzo del petrolio che probabilmente è iniziato con il crollo dei mesi scorsi. Il meccanismo è quello classico, la domanda cresce l’offerta cresce fino a raggiungere il massimo fisicamente possibile, se la domanda cresce oltre il prezzo sale fino ad uccidere la domanda, segue recessione e calo del prezzo che fa ripartire domanda e offerta per un altro ciclo. Ad ogni ciclo però la situazione peggiora perché l’economia si è indebolita nel ciclo precedente.
  • L’angolo del main stream.
    • Consumi energetici europei tornati al 1990. Secondo i dati di Eurostat i consumi europei di energia sono tornati ai livelli dei primi anni ’90. E va bene, ce lo potevamo aspettare. Poi nel documento si fa la valutazione della dipendenza energetica dell’UE prendendo come produzione domestica il nucleare il quale è, per quanto riguarda il combustibile, interamente dipendente dall’estero. Sulla base di questi dati poi si sentiranno dire stupidaggini assortite sulla mancata indipendenza dovuta alla rinuncia al nucleare.
    • Shale: scoppia la bolla … quale bolla? Luca Pagni scrive un articolo su Repubblica sul progressivo indebolimento delle imprese impegnate nello shale in USA dopo il crollo del prezzo. Ma Leonardo Maugeri non è d’accordo e sostiene che il boom dello shale continuerà. Maugeri ha scritto un documento intitolato “Why US shale keeps booming” (6 pagine scaricabili in fondo all’articolo citato) in cui spiega come le previsioni di alcuni osservatori siano poco informate sugli sviluppi economici e tecnologici che hanno ridotto fortemente il costo di estrazione della shale, come dimostrato dalla tenuta dello shale gas nonostante il crollo dei prezzi. Ancora più trionfalistico un intervento di Rustie Braziel sul blog RBN- Energy intitolato “Getting better all the time” (titolo preso in prestito da una delle canzoni dell’album dei Beatles “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”). Nell’articolo si fa il parallelo fra gli aumenti di produttività nell’industria dello shale e quelli dell’industria elettronica compendiati nella legge di Moore.
    • Alaska. La destra americana si conferma compagine politica eminentemente anti-ecologica (Anche la nostra non scherza, basta seguire il Foglio). Obama vuole aumentare l’estensione delle zone protette in Alaska i repubblicani lo contrastano. Lo racconta Paolo G. Brera su La Repubblica (segnalato da Mirco Rossi).
    • Il rimbalzo. Il Sole 24 ore continua a seguire le evoluzioni e le convulsioni del prezzo del petrolio con la solita scarsa visione prospettica. Dopo un po’ viene a noia anche la pur rigorosa Sissi Bellomo. Seguite pure la rubrica sulle materie prime del Sole 24 ore, ma non aspettatevi che si schiodi da una visione di breve termine.
  • Il crollo del numero di trivelle negli USA. Un articolo di Giles Parkinson pubblica il grafico del giorno del 3 febbraio scorso (tradotto in italiano su Effetto Risorse) si tratta di un bel grafico dove si mostra il crollo del numero delle piattaforme di trivellazione negli USA. Il grafico viene immediatamente letto, da me, come segno degli effetti nefasti della caduta del prezzo del barile sull’industria dello shale. Dario Faccini stempera l’effetto dirompente del precipizio mostrato nel grafico con alcune notazioni che riporto interamente.L’articolo lascia intendere che siano solo i rig a shale(horizontal), ma include anche i rig convenzionali (vertical), che nell’ultimo anno sono calati del 40%, mentre i primi sono ridiscesi al livello di un anno fa.[Link]. Secondo me l’effetto è pari a quello che si dà ad un albero da frutta all’inizio della stagione di raccolta: cadono tutti in una volta solo i frutti bacati, che sarebbero caduti comunque pian piano. Quelli sani e acerbi devono maturare ancora un pò prima di vederli a terra. Quindi stiamo assistendo alla chiusura anticipata di pozzi ormai vecchi e non più produttivi. Di per sé non in grado di far calare in misura significativa la produzione. E’ capitato in passato anche per lo shale gas, ma la produzione di gas ha continuato a salire[Link]. Non credo che sarà lo stesso per il petrolio, ma ho idea che il declino sarà più lento di come ce lo aspettiamo. Soprattutto se il prezzo del barile rimane nella fascia 50-60$. E il fracking potrebbe riservare comunque una buona capacità di ripresa quando i prezzi del barile risaliranno. Ne ha già dato dimostrazione con il crollo del 2008-2009 [Link].
  • Il picco del petrolio a buon mercato. Si ripetono con sempre maggiore chiarezza articoli che ripropongono gli stessi dati in forme e punti di vista diversi. Un articolo su Crude Oil Peak, mostra come il picco del petrolio convenzionale (qui definito “affordable oil” cioè il petrolio con costi di estrazione inferiori ai 75$/b) nel 2005 è stato mascherato dalle forme più costose di petrolio. Il problema è che queste non sono redditizie a questo livello di prezzi, ma se la domanda torna a decollare e il prezzo cresce l’economia ne soffre, la conclusione è che il sistema non può più crescere normalmente. Cioè come ha fatto per il secolo trascorso.
  • Siamo al picco. Adesso! Lo dichiara e sottolinea la responsabilità della dichiarazione Ron Patterson nel suo blog. Il periodo dal Settembre 2014 all’Agosto 2015 passerà alla storia come l’anno del picco. Patterson riporta i dati di greggio e condensato (crude + condensate, o c+c, cfr il Fondo del barile #4). L’aggregato delle produzione mondiale esclusi USA e Canada ha superato il picco del petrolio nel gennaio del 2011 (a 67,5 Mb/d). Ancora, il resto del mondo è rimasto su un plateau oscillante per 10 anni e adesso è 1,67 Mb/d al di sotto del citato massimo del 2011. La conclusione dell’articolo merita di essere riportata per intero, anche perché evoca il titolo di questa rubrica: “Le riserve di oggi semplicemente non sono le stesse di quelle di prima. Tutta la roba buona ed economica è già stata risucchiata. Ora non ci resta che raschiare il fondo del barile. Tutto il petrolio nuovo di oggi è difficile da trovare, si esaurisce molto prima e costa molte volte di più da produrre. Non è rimasto niente della roba economica, eccetto per qualche vecchio super giacimento nel quale si sta praticando la trivellazione a riempimento come se non ci fosse un domani.” La traduzione dell’articolo di Patterson è immediatamente comparsa sul blog Effetto Risorse.
  • Lasciare i fossili dove sono. Nel n.7 avevamo parlato di una lettera di Christopher McGlade e Paul Ekins sulla rivista scientifica Nature in cui si stimava le quantità di petrolio, gas e carbone che non andrebbero bruciate, e quindi lasciate dove sono, per non superare l’obbiettivo dichiarato di un riscaldamento globale non superiore ai 2 °C. Ora esce su Effetto Risorse la traduzione di un articolo del Guardian sull’argomento.
  • Le regioni contro lo “sblocca trivelle”. L’articolo del decreto sblocca Italia che facilità le operazioni di prospezione, ricerca ed estrazione di petrolio è stato impugnato da sei regioni italiane di fronte alla Corte Costituzionale. Sono Lombardia, Veneto, Marche, Abruzzo, Puglia e Campania che evidentemente hanno individuato vizi di incostituzionalità del decreto. Emilia Romagna, Basilicata e Sicilia si sono invece sottratte all’iniziativa. E si tratta di una perdita grave per il fronte contrario alle trivellazioni petrolifere. Il Sole 24 ore pubblica il 30 gennaio un articolo pubblicitario a favore delle trivelle nel quale le preoccupazioni dei comitati locali vengono sobriamente definite come “gli umori più scomposti dell’elettorato” cui sarebbero sensibilissimi gli amministratori pubblici e i politici. Non tutti evidentemente, visto che Chiamparino (Piemonte), Pittella (Basilicata), Crocetta (Sicilia) ed Errani (Emilia Romagna) non hanno aderito. Forse sono sensibili ad altri “compostissimi” interessi? Nell’articolo si parla delle riserve, ancora, dicendo che quelle certe sono 126 Milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep). Si parla evidentemente di riserve di idrocarburi cioè della somma di gas e petrolio dato che nel rapporto del MISE 2014 si contavano 79 Mtep di petrolio e circa 50 Mtep di gas (totale 129 Mtep) di riserve certe. Ma quello che è interessante è che il Sole parla di 700 Mtep potenziali senza riportare la fonte. Dunque è urgente, secondo il Sole, far ripartire le attività di ricerca degli idrocarburi perché il paese ne ha bisogno. D’altra parte nessuno si è accorto, dice l’autore dell’articolo, delle migliaia di trivelle che sono state attive sul territorio nazionale nella storia.
  • ENI in Ghana. Insieme alla svizzera Vitol, ENI ha firmato un contratto da 7 miliardi di dollari con la compagnia petrolifera ghanese, per lo sfruttamento dei giacimenti off-shore Cape Three Point (OCTP). Lo riporta il 28 gennaio un articolo sulla pagina web della rivista francofona Jeune Afrique.
  • Petrolio africano. Sempre su Jeune Afrique si trova un articolo dettagliato sugli effetti della caduta del prezzo del barile sulla spesa sociale in Angola. Sulla stessa pagina dell’articolo ci sono i collegamenti a diversi altri articoli che trattano della difficile situazione dei paesi produttori africani che hanno fatto i conti di spesa su prezzi più alti del barile.

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2 risposte a “Il fondo del barile #9

  1. E’ vero che i consumi energetici in europa sono diminuiti ma bisogna tener conto della delocalizzazione. La crescita nei consumi energetici cinesi dopo il 2000 è per il 48% imputabile alle produzione di beni da esportare nei paesi industrializzati. Grazie agli accordi sul commercio la Cina è diventata la fabbrica che alimenta il consumismo mondiale.
    https://renewables4thefuture.wordpress.com/2015/01/29/the-desperation-oil/

  2. Rassegna sempre interessante.

    La tenuta produttiva dello shale gas al calare dei rig dedicati è anche dovuta al fatto che in molti casi lo shale oil fornisce produzioni associate di gas. In pratica sono le operazioni “miste” ad aver aiutato a superare l’impasse.

    Casomai il crollo delle piattaforme operanti fosse complessivo e sincrono, non ci sarebbero più molte scappatoie…..

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