Fracklog, il petrolio che rimane dov’è.

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Tremila pozzi perforati che non producono una sola goccia di petrolio. E’ il “fracklog”, una strategia di sopravvivenza per le compagnie USA attive nel fracking.

Di Dario Faccini 

UnA questione di vita o di morte

Da quando il prezzo del barile è crollato, le compagnie USA che estraggono il petrolio mediante la fratturazione idraulica (fracking) devono gestirsi sul filo del rasoio: da una parte il debito crescente, dall’altra la prospettiva di vendere il petrolio sottocosto.

E così sono corse ai ripari. Innanzitutto hanno “rimodulato” le strategie di investimento per 2015, tagliando generosamente i propri budget di spesa di almeno 100 miliardi di dollari. Contemporaneamente hanno anticipato la chiusura di impianti di perforazione(rig) in zone marginali, giunte ormai a fine vita, dove la bassa produzione non giustificava più i costi operativi. Tutto questo ha avuto un impatto pesante sul numero di impianti di perforazione attivi negli USA, con un crollo del 40%.

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Numero di impianti di perforazione attivi (in blu) e produzione di petrolio giornaliera (in arancione) negli USA.

 

Da osservare come la produzione petrolifera abbia però continuato ad aumentare a causa dell’inerzia nel sistema, e ci si attenda che possa proseguire nella crescita ancora per qualche mese prima di piegarsi all’ingiù.

Un’ulteriore strategia di sopravvivenza ha incluso la rinegoziazione dei noleggi per le attrezzature di trivellazione che vanno accumulandosi inoperose nei piazzali. Solo da queste operazioni si prevedono riduzioni dei costi di trivellazione e fratturazione intorno al 20%.

Infine, c’è un’altra strategia classica per massimizzare il profitto.

Il petrolio con consegna più lontana nel tempo sta spuntando sul mercato dei ‘future’ petroliferi un prezzo maggiore di quello a consegna nei prossimi mesi (una conformazione della curva dei prezzi future chiamata contango). Ciò rende conveniente pagare il noleggio dei grandi stoccaggi commerciali per immagazzinarvi il petrolio e venderlo subito emettendo un future con consegna più ritardata, e quindi a maggiore prezzo, oppure ritardare la vendita nella speranza che nel frattempo il prezzo di quel future aumenti ancor più.

Queste prassi, ampiamente in uso in questi mesi negli USA, contribuiscono a ribilanciare l’incrocio domanda-offerta nell’immediato mettondo però sotto pressione le capacità di stoccaggio ed inducendo un forte aumento del livello delle scorte, ora ai massimi da 80 anni.

Il fracklog

Questo giochino del “te lo vendo dopo”, già visto in passato, sembra che con il fracking stia assumendo una nuova dimensione: il fracklog.

La messa in attività di un pozzo mediante la fratturazione idraulica è un’attività che si può dividere in due fasi ben separate.

  1. La perforazione orizzontale  dello strato di rocce a bassa permeabilità che contengono il petrolio.
  2. La fratturazione della roccia mediante l’iniezione ad alta pressione di acqua, sostanze chimiche e sabbia. Questa fase ha bisogno di personale e attrezzature separate dalla fase precedente, e può arrivare a pesare per ben i due terzi sui costi totali.

E’ solo in seguito alla seconda fase che il pozzo può produrre petrolio, tipicamente con rapido tasso di declino, quindi con una produzione spostata per lo più nei primi mesi.

Nelle attuali condizioni di mercato, per le compagnie può essere allora conveniente terminare la fase 1, magari già iniziata, e ritardare la fase 2 nella speranza che nel frattempo si verifichi un rialzo dei prezzi del barile. Ciò comporta complessivamente un accumulo di pozzi non fratturati che potranno poi essere completati  e messi in produzione all’occorrenza nell’arco di soli tre mesi. Questo è il fracklog, un termine coniato da un recente articolo su bloomberg che deriva dall’unione di fracking e backlog, ad indicare la quantità inevasa/arretrata di pozzi che devono ancora essere sottoposti a fratturazione.

Il vantaggio del fracklog per le compagnie è duplice: nel breve termine si abbattono i costi operativi mentre nel medio si migliorano i guadagni.

Il fracklog è una nuova possibilità a disposizione solo delle compagnie attive nel fracking, poiché nell’estrazione del petrolio convenzionale i profili di declino dei pozzi sono molto più morbidi e la loro perforazione avviene in un’unica fase che rappresenta la quasi totalità dei costi operativi.

A tutti gli effetti la strategia con cui le compagnie impiegheranno questi pozzi per massimizzare il loro profitto, e l’intrinseca velocità con cui potranno essere resi operativi, rende il fracklog una possibilità di stoccaggio del petrolio direttamente nella roccia a costi ben inferiori ad uno stoccaggio tradizionale.

Secondo Wood Mackenzie e RBC Capital Markets negli USA ci sarebbero ben 3000 pozzi non completati, ognuno dei quali potrebbe produrre inizialmente circa 750-1000 barili al giorno. Quest’ultimo dato appare però decisamente troppo ottimistico: il profilo medio di produzione dei pozzi a olio del Bakken inizia con 550barili/giorno nel primo mese al terzo è già a 350barili/giorno; per l’Eagle Ford sugli stessi tempi si ha 300barili/giorno e 230barili/giorno. Una stima conservativa sui primi tre mesi di produzione per tutti i pozzi ora in attesa di fratturazione potrebbe allora oscillare complessivamente intorno al milione di barili/giorno, per un volume rilasciato di 90 milioni di barili. Per dare un’idea questo volume rappresenterebbe circa il 130% della capacità di stoccaggio presente a Cushing (in Oklahoma, il punto di consegna dei contratti future sul WTI) oppure il 20% di tutti gli attuali stoccaggi commerciali di greggio negli USA. Un volume di petrolio ‘stoccato nelle rocce’ decisamente imponente.

Gli effetti

Il petrolio estratto con il fracking, il Light Tight Oil (LTO, petrolio leggero da rocce compatte) dimostrerebbe così di avere una produzione più flessibile del greggio convenzionale: in grado di rallentare più rapidamente in risposta ad un calo dei prezzi (costituzione del fracklog), ma anche di tornare più rapidamente a crescere in pochi mesi (completamento dei pozzi non fratturati).

A livello di mercato, questo dovrebbe:

  • portare più rapidamente al ribilanciamento tra domanda e offerta di petrolio, con l’eliminazione dell’attuale sovracapacità (che è stata costituita, non scordiamolo, con 10 anni di alti prezzi del barile);
  • pesare successivamente sui prezzi del barile, con parte della produzione attesa per quest’anno che sarà spostata avanti anche di molti mesi.

L’effetto complessivo potrebbe essere quindi quello di una tendenza all’ammorbidimento delle ampie oscillazioni di prezzo dei mercati petroliferi dovute allo sfasamento dei cicli di produzione e di investimento nell’estrazione tradizionale di greggio.

Al di là di questo effetto ‘anti-volatilità’, non dovrebbe esserci un’influenza sostanziale a medio termine sui volumi di greggio prodotti negli USA con il fracking, se non forse in senso leggermente negativo: potendo contare su una “scorta” di pozzi non fratturati, è ragionevole supporre che le compagnie attive nel fracking saranno probabilmente indotte al tagliare gli investimenti in nuove perforazioni oltre alle attuali attese del mercato.

Analogamente sembra poco probabile che possa esserci un’influenza sostanziale sui volumi petroliferi prodotti globalmente nel medio termine, e in particolare sulla possibilità di ribilanciare le future perdite di produzione indotte dall’attuale calo di investimenti. Per il settore petrolifero si vocifera di un taglio globale di 1000 miliardi di dollari nei prossimi due anni.

Da questo punto di vista sembra funzionare bene la strategia messa in campo dai paesi Sunniti Opec del Golfo Persico dalla fine di Novembre 2014: fracking o no, la decisione di non tagliare la produzione OPEC e quindi non sostenere il prezzo del barile sta riducendo rapidamente gli ingenti investimenti petroliferi necessari a mantenere globalmente la produzione al passo con la domanda nei prossimi anni.

Il mercato petrolifero sta così entrando in un “new normal” dove i ciclici periodi di sovracapacità produttiva e bassi prezzi si accorciano a favore dei periodi di scarsità e prezzi elevati.

Con buona pace di chi, guardando il grafico del prezzo del petrolio dell’ultimo anno,  si affanna a dichiarare morto il picco del petrolio.

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6 risposte a “Fracklog, il petrolio che rimane dov’è.

  1. DARIO FACCINI,
    Complimenti!

  2. Dipende chi cede per primo. Anche i paesi del Opec hanno un break even point più alto dell’attuale prezzo. Il fracklog è una specie di bolla speculativa, una scommessa sul futuro. Per gli Usa sarebbe un autentico disastro se fallisse.

    • Abbiamo scritto un articolo sulla capacità dei paesi del golfo di resistere a svariati anni con bassi prezzi del petrolio. E’ l’ultimo linkato in questo post.

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