L’unica direzione possibile

Con la fine della prima metà dell’era del petrolio, e il raggiungimento di ogni limite biofisico del pianeta siamo giunti all’ultima tappa del processo. Il mondo è pieno e c’è un solo modo di evitare una catastrofe, rallentare e riorganizzare le nostre società in modo diverso. Altrimenti ci penseranno a farlo le leggi naturali.

Di Luca Pardi

Quel che segue è la sintesi del discorso che Luca Pardi ha tenuto giovedì 26 marzo a Ravenna, in occasione di un dibattito sulle trivellazioni e il decreto Sblocca Italia.


Oggi mi trovo a Ravenna, per parlare di petrolio nuove spinte alle trivellazioni in Adriatico perseguite attraverso il cosiddetto decreto sblocca Italia, e in generale energia, risorse naturali e ambiente.

E’ irresistibile quindi l’evocazione della caduta dell’Impero Romano d’Occidente. L’Impero Romano è uno dei tanti esperimenti di civilizzazione (e globalizzazione) che hanno trovato un limite invalicabile nella limitatezza delle risorse su cui si erano sviluppati. Quello che non fu fatto, ed era impossibile fare nel V secolo, e sembra, forse, anche oggi, è semplificare. Cioè il contrario di quello che si fa.

La nascita e lo sviluppo delle civiltà possono essere viste come un progressivo processo di aumento della complessità dei sistemi socio-economici che le costituiscono. La complessificazione è un processo di aumento delle infrastrutture, delle figure professionali, delle istituzioni, delle tecnologie, e delle interazioni e retroazioni fra individui, fra gruppi di individui e fra istituzioni. La complessificazione è il modo specifico con cui le civiltà risolvono i problemi.

Ogni civilizzazione basa questo processo su un suo specifico flusso di energia e materia dalla natura. Fino a tempi relativamente recenti questo flusso poteva essere assicurato solo su una base energetica limitata: quella dell’energia solare che è abbondante, ma poco densa territorialmente e intermittente. I muscoli animali e umani, energizzati dal cibo interamente proveniente dalla fotosintesi e dunque dall’energia solare, facevano il lavoro aiutati dalle tecnologie del tempo che altro non sono che sistemi di concentrazione dell’energia muscolare.

La civiltà industriale globale nella quale viviamo, che si è sviluppata a partire dal debutto della modernità nel XV secolo ha trovato una straordinaria accelerazione dal momento in cui a partire dalla metà del XVIII secolo l’invenzione prometeica della macchina a vapore mette a disposizione dell’uomo i combustibili fossili: carbone, petrolio e gas. L’accelerazione aumenta con l’ingresso del motore a scoppio e del petrolio. La possiamo chiamare l’età del petrolio.

La base energetica del globalismo economico contemporaneo sono gli idrocarburi.

Oggi siamo prossimi alla fine della prima metà dell’età del petrolio. La metà della quantità di gas e petrolio di cui il pianeta era inizialmente dotato è stata approssimativamente consumata. Siamo quindi prossimi all’inizio del declino della risorsa base di questa civilizzazione.

Nel 2005 abbiamo superato il picco del cosiddetto petrolio convenzionale, il petrolio che viene dal lascito storico dell’industria petrolifera. Il petrolio facile. Quello che viene dai grandi giacimenti (perché come in una battaglia navale i giacimenti più grandi tendono ad essere scoperti e sfruttati per primi), quello con un ritorno energetico sull’energia investita maggiore. Il petrolio a buon mercato, quello con il costo di estrazione minore. Quello che viene ancora scoperto e presentato come un nuovo eldorado è in realtà un petrolio più costoso da estrarre. Il sistema comincia a sentire il depauperamento della sua risorsa base.

Per questo nasce una disposizione politica che appare maniacale dettata dalla disperazione. Cercano di estrarre idrocarburi dovunque sia possibile e produrre combustibili liquidi in qualsiasi modo, anche quando non conviene. La mania trivellatrice e i toni ultimativi e minacciosi nei confronti di chi si oppone, sono un sintomo di disperazione.

Oggi potremmo fare, per le conoscenze storiche, antropologiche, sociali e scientifiche acquisite proprio nei secoli della rivoluzione industriale, quello che gli uomini del V secolo non potevano fare. Decidere di agire in senso opposto a quello percorso. Sappiamo che non è possibile protrarre la complessificazione indefinitamente, come non è possibile una crescita materiale infinita. Non è possibile e non è neppure saggio.

La complessificazione va, come la tecnologia, incontro ad un fenomeno noto come effetto dei rendimenti decrescenti. Ciò significa che oltre un certo limite una ulteriore dose di complessità non rende più benefici come faceva prima. Ve ne siete accorti? Molte delle soluzioni tecnologiche, istituzionali, politiche o economiche tendono a renderci la vita sempre più impossibile e finiamo, in maggioranza, per rimpiangere non l’età della pietra, ma tempi più semplici, magari anche solo il vecchio cellulare anni 90 che funzionava perfettamente anche se non ti faceva perdere ore a guardare dove sono in vacanza amici e conoscenti. La vecchia macchina che si faceva ripartire usando mezzi di fortuna mentre ora ci vuole il soccorso stradale, il computer da connettere alla centralina ecc ecc. Benefici o rendimenti decrescenti. Questo oggi lo possiamo capire.

Ma non lo capiscono le classi dirigenti, politiche, accademiche, imprenditoriali, sindacali e religiose. Come invasati, impugnando la retorica dell’ottimismo tecnoscientifico, cercano di convincerci del contrario lanciandosi nell’unica cosa che sanno fare, costruire un futuro fatto di maggiore complessità, numeri più alti, crescita, consumo, produttività, efficienza, infrastrutture, competitività. Non sono cattivi, o comunque non tutti lo sono, come Jessica Rabbit sono stati disegnati così. Il modo di risolvere problemi è stato fino ad oggi, da tempo immemorabile, aumentare la complessità.

Con la fine della prima metà dell’era del petrolio, e il raggiungimento di ogni limite biofisico del pianeta siamo giunti all’ultima tappa del processo. Il mondo è pieno e c’è un solo modo di evitare una catastrofe, rallentare e riorganizzare le nostre società in modo diverso. Altrimenti ci penseranno a farlo le leggi naturali.

Oggi per affrontare la seconda metà dell’età del petrolio e dei combustibili fossili dovremmo scegliere la direzione opposta, anzi, come dice il mio concittadino Renzi, il verso opposto, e farlo al più presto possibile, mettendo in conto qualche sofferenza ora, per evitare un collasso spontaneo del sistema più tardi. Oggi abbiamo bisogno di semplificare, ridurre, lavorare meno (ma tutti), recuperare tempo per la socialità e la produzione sostenibile di cibo e beni indispensabili, collaborare invece di competere, lavorare alla riparazione degli ecosistemi piuttosto che ad aumentare la produttività di un sistema distruttivo dell’ambiente, scegliere le tecnologie appropriate invece di idolatrare la tecnologia in quanto tale.

Advertisements

3 risposte a “L’unica direzione possibile

  1. Grande lucidità e grande semplicità,
    Mirco

  2. Forse è già tardi.

  3. Pingback: L’anno passato, insieme | Risorse Economia Ambiente

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...