Il fondo del barile #11

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Il Barile anche a Pasqua? Perché no? Con un po’ di ritardo vi proponiamo il consueto appuntamento con le analisi e le notizie sulle convulsioni energetiche mondiali.

Di Luca Pardi

  • La Kermesse dei petrolieri. Dal 25 al 27 marzo si è tenuta a Ravenna OMC2015 (Offshore Mediterranean Conference & Exibition). Confesso che pur essendo in città il 26 ho preferito tornare ad ammirare i mosaici ravennati piuttosto che visitare gli stand della conferenza. All’interno della conferenza sono stati presentati due rapporti della Direzione Generale per le Risorse Minerarie ed Energetiche del Ministero dello Sviluppo Economico: il rapporto annuale 2015 e il nuovo rapporto sul mare del BUIG (Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi e delle Georisorse). Ambedue queste pubblicazioni saranno oggetto di studio nelle prossime settimane.

  • Emissioni e crescita. Kurt Cobb mette in dubbio la realtà dei dati secondo cui il 2014 sarebbe stato un anno in cui le emissioni di carbonio sono rimaste costanti nonostante la crescita. Il primo dato messo in discussione è la crescita stessa che potrebbe essere rivista al ribasso, il secondo la bontà dei dati di emissioni sapendo che, ad esempio, quelli cinesi sono taroccati (tanto quanto i dati di crescita). Il post poi allarga l’orizzonte chiedendosi chi realmente “vuole la crescita” per concludere che è solo il famoso 1% di super-ricchi a volerla, il resto dell’umanità viene trascinato da false promesse.

  • Petrolio e guerre civili. Due ricercatori britannici hanno indagato i dati storici recenti per scoprire che c’è una forte correlazione fra gli interventi militari da parte di paesi esterni in guerre civili locali e la dotazione di riserve petrolifere del paese interessato. La teoria del complotto potrebbe essere vera.

  • Petrolio USA. Visto che la produzione di petrolio negli USA è stata quella che ha sostenuto la crescita dell’offerta negli ultimi anni è interessante seguire il dibattito su questo tema. Il punto di partenza sono i dati dell’EIA (Energy Information Agency. Che fa parte del ministero dell’energia DoE) riportati nello Short Term Energy Outlook (STEO), l’ultimo, quello di marzo 2015 lo trovate qui. Una discussione dei dati si può trovare su Crude Oil Peak che, sulla base dello STEO di marzo, dice che nel 2015 la produzione USA entra nella fase di plateau oscillante. L’articolo di Crude Oil Peak rimanda anche ad un post di Art Berman (altro analista da seguire, ma quanti sono?) che evidenzia la natura fuorviante delle affermazioni dell’IEA (International Energy Agency) sulla produzione e il conteggio delle trivelle in USA. Partendo dalla caduta del numero di piattaforme di trivellazione orizzontali (quelle che producono Tight Oil) Berman prevede un calo della produzione USA e, con la crescita della domanda, un rimbalzo verso l’alto del prezzo del barile.

  • Foresta Amazzonica. Essenzialmente la foresta amazzonica sta riducendo l’assorbimento di anidride carbonica perché sta male. Articolo su Phys Org.

  • Brasil!. Sono settimane che si leggono notizie sulla siccità eccezionale in Brasile. L’unico che sembra non accorgersene è Roberto Lovari che su Radio Radicale tiene una rubrica sul Sudamerica e parla sempre dal Brasile, ed è tutto preso dai politicismi e la cronaca locale fra i quali spicca lo scandalo Petrobras.

  • Produzione OPEC. E’ uscito il bollettino mensile di marzo dell’OPEC, il solito mattoncino di oltre 100 pagine sul mercato petrolifero. Ron Patterson riassume per noi in forma grafica la produzione dei paesi OPEC, e fa alcune considerazioni sulle proiezioni di produzione dell’EIA.

  • Luca Mercalli. Con la sua trasmissione il sabato sera su Rai 3, Scala Mercalli, Luca si presenta come la voce più informativa e completa sui temi legati alla crisi ecologica e alle sue diramazioni. Le puntate andranno salvate e tenute come vere e proprie lezioni per qualsiasi platea negli anni a venire. La speranza è che questo non sia un una tantum passato in Rai per una fortunata combinazione di bravura e caparbietà. Dopo la terza puntata di Scala Mercalli si è mobilitato anche la corazzatta del Corriere della Sera con una critica tanto livorosa quanto priva di argomenti da parte di Aldo Grasso professore ordinario di Storia della Televisione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ah beh! Sabato 4 aprile ci sarà l’ultima puntata. Speriamo ci sia un seguito.

  • Il prezzo che cala. Su questo blog e su Effetto Risorse, sono stati pubblicati i contributi di Gail Tverberg sul tema di una diversa lettura della crisi, in contrapposizione con i modelli di alcuni picchisti e della maggioranza degli economisti. Il prezzo del petrolio e di altre importanti materie prime, il carbone, il ferro, il gas liquefatto, sono bassi (cioè c’è abbondanza) perché la maggior parte dei lavoratori non se li possono più permettere. Salari e stipendi (aggiustati per l’inflazione) sono in calo perché siamo giunti al momento storico in cui gli effetti dei rendimenti decrescenti si fanno sentire. Dire rendimenti decrescente significa dire limiti fisici. I costi di estrazioni che crescono per tutte le risorse minerali e fossili aumentano i costi di produzione e riducono la produttività del lavoro. Questo a sua volta riduce i salari e i consumi, le tasse con cui i governi si finanziano, e la possibilità stessa di espandere il debito. Questo, e non gli alti prezzi, stanno facendo collassare il sistema.

    Un’analoga lettura del collasso dei prezzi del petrolio e delle materie prime la esprime Kurt Cobb su Resources Insight. I Cheerleaders del petrolio a buon mercato sembrano vedere solo gli effetti salutari sull’economia, ma non quelli deleteri. Sembrano ignorare la possibilità che la fase di alti prezzi precedente abbia potuto causare un rallentamento dell’economia facendo cadere la domanda e determinando il crollo dei prezzi.

  • The Guardian. Il quotidiano britannico The Guardian diventa il mezzo di informazione di massa più puntuale sui problemi ambientali, energetici ed economici. Segnalato da Cristiano Bottone il 6 marzo compare un editoriale dell’editore Alan Rusbridger che annuncia un nuovo corso del giornale ancora più attento alle questioni ambientali. Coerentemente nella settimana che segue The Guardian ha pubblicato una serie di articoli sul cambiamento climatico e le sue conseguenze che meritano di essere letti e conservati.

    L’8 marzo un articolo di Robin McKie sulla crisi idrica globale causata da aumento della popolazione e cambiamento climatico. Ma se guardate la pagina dedicata all’ambiente trovate molti altri articoli interessanti.

    L’11 marzo The Guardian pubblica un articolo di Andrew Simms dal titolo esplicitamente aspista: “il modello di sviluppo economico corrente è morto. Lo dobbiamo abbandonare”.

  • Estinzione. Homo sapiens è stato accompagnato dal l’estinzione dei grandi animali ovunque sia arrivato. Dall’Eurasia alle Americhe, all’Australia. Solo in Africa dove siamo nati i grandi animali, temendoci, erano riusciti a resistere. Ora stiamo completando l’opera.

    Impossibile seguire giorno per giorno tutti gli articoli pubblicati. A questo punto varrebbe un abbonamento, anche solo per sostenere lo sforzo.

  • Il costo del fossile. La convenienza dei combustibili fossili dipende ormai principalmente dal fatto che scaricano costi nascosti sull’ambiente e la salute delle persone. Si tratta di un gigantesco incentivo de facto che, a giudicare da come sta andando a Fukushima, accomuna i fossili al nucleare, e da cui le rinnovabili in parte sono e possono essere sempre più indenni. Nel parla uno studio dal titolo “I costi sociali delle emissioni in atmosfera” (in inglese liberamente scaricabile) le cui conclusioni sono riassunte sul portale di QualEnergia.

  • A proposito di Fukushima. Nell’ultimo numero del Fondo del Barile, avevo liquidato “l’altro pianeta” la trasmissione di Laura Bettini su Radio24 come tipica dell’ambientalismo “pane e burro” a significare quell’ambientalismo che lascia il BAU indisturbato. La puntata del 14 marzo riporta però un’intervista molto ben fatta e informativa a Giuseppe Onufrio di Greenpeace sulla situazione attuale all’impianto di Fukushima. La situazione in 10 punti a 4 anni da disastro è spiegata anche sul sito di Greenpeace.

  • Si. Può. Fareeee. Ve lo ricordate Frankenstein jr.? Non si possono resuscitare i morti, ma si può volare senza combustibili fossili. Il primo giro del mondo su un aereo solare è in corso.

  • SI. PUO’. FAREEEEEE. Nella terza puntata di Scala Mercalli un servizio sul Bangla Desh ci mostra che puntando sulle donne, sulla loro educazione ed emancipazione si può ridurre rapidamente e senza coercizione la natalità. E questo fa invelenire sessisti e clericali di varia origine. Pazienza!

  • ASPO diventa main stream? Dopo la presenza televisiva a Scala Mercalli (cfr infra) sono stato intervistato da Veronica Caciagli, giornalista free lance, e l’intervista è comparsa sul portale della Stampa di Torino. Un’intervista capitata a pennello perché mi ha permesso di approfondire concetti che abbiamo da tempo elaborato in ASPO e che era impossibile sviluppare nei tempi di una trasmissione televisiva per quanto riflessiva come Scala Mercalli.

  • Un altro blog picchista. E’ nato recentemente un nuovo blog italiano che parla della fine necessaria dell’era delle fonti fossili.

  • Libri.
  • Modelli. La matematica dei modelli di produzione del petrolio può essere piuttosto complessa e necessita un po’ di applicazione. Ron Patterson pubblica un post di Dennis Coyne che illustra il suo Oil Shock Model basato sui dati di Lahererre pubblicati su The Oil Drum nel 2013 e dall’autore considerati i più affidabili per quanto riguarda le scoperte di greggio. La conclusione è piuttosto preoccupante: picco di greggio + condensato nel 2015 e declino al 2,2%. Nel 2035, contrariamente a quello che pensa da BP (cfr infra) la produzione sarebbe oltre il 40% inferiore a quella attuale. Secondo me è irrilevante tracciare curve che si spingono oltre 5- 10 anni dal picco, non sappiamo quello che succederà. Si rischia di fare come i demografi con le loro proiezioni “estrapolanti”.

  • Fallimenti petroliferi. Come previsto con il calo del prezzo del barile molte compagnie petrolifere sono in difficoltà. Abbiamo parlato nello scorso numero della Britannica Afren. Altre notizie seguono.

    • Dune Energy azienda petrolifera attiva in Texas e Lousiana è ufficialmente in bancarotta. Dal Wall Street Journal (h/t Giorgio Antonello)

    • Whiting Petroleum una delle maggiori aziende che opera in North Dakota nella formazione di shale denominata Bakken, ha denunciato perdite per oltre 350 milioni di dollari nell’ultimo quarto del 2014, e cerca un acquirente. Wall Street Journal 6 marzo. (h/t Giorgio Antonello).

    • Era Group. Un’azienda che trasporta i lavoratori da e per le piattaforme petrolifere del Golfo del Messico è in difficoltà economiche. Su Bloomberg (h/t Massimo De Carlo)

  • Contango col caschè. Il contango è in caduta e le petroliere magazzino si svuotano andando ad aumentare il surplus di offerta quindi il prezzo spot tornerà a cadere facendo aumentare il contango …. devo continuare?

  • L’angolo del main stream (e del BAU).
    • Primo posto in questa rubrica va, a furor di popolo, all’ articolo di Antonio Cianciullo su La Repubblica del 14 marzo. A sua discolpa c’è il fatto che l’articolo prende le mosse e commenta un comunicato trionfalistico dell’IEA sulla diminuzione delle emissioni di CO2 nel 2014. L’articolo presenta come fatto acquisito il divorzio fra crescita economica ed emissioni. Sulla base del dato di 1 anno. Si stanno preparando all’offensiva per rendere inoffensivo, o quasi, per il modello BAU, come le precedenti 20, la COP21 di Parigi?

    • Posto d’onore in questo numero lo merita il commento all’Energy Outlook 2035 della BP (che avevo messo al primo posto nello scorso numero) da parte di Martin Wolf sulla pagina del Sole 24. L’articolo, dal titolo accattivante e quasi sorprendente “Come disintossicarsi dagli eccessi dell’Età del Combustibile Fossile”, esamina il documento di previsioni della BP. L’incipit è questo

      Le sue previsioni saranno sicuramente sbagliate, però ci mostrano quella che persone bene informate che lavorano nel cuore dell’industria del petrolio e del gas considerano «la traiettoria verosimile dei mercati dell’energia globale di qui al 2035».

      Poi si viene a sapere che da qui al 2035 il PIL mondiale aumenterà del 115%, quasi tutto l’aumento nei paesi in via di sviluppo. Ovviamente questo determinerà un aumento del consumo di energia che, sorprendentemente sarà solo del 37% grazie all’efficienza, non abbastanza per soddisfare lo scenario 450 (non superare i 450 ppm di CO2 in atmosfera) nonostante la crescita impetuosa delle rinnovabili. Nel 2035 secondo la BP saremo ancora nell’Era del Combustibile Fossile. Ma va? Dello stesso argomento dello stallo delle emissioni parla anche un articolo di Bloomberg.

    • Da non perdere la serie di puntate di Mix24 la storia di Giovanni Minoli dal 9 al 13 marzo, sull’economia del secolo XX. Siamo nella pura rappresentazione conforme della storia dell’economia. Senza pentimenti. La storia segue il filo del conflitto fra le idee di Keynes e quelle di von Hayek, cioè fra crescisti di sinistra e crescisti di destra. Senza nemmeno menzionare il fatto che Keynes, almeno, aveva mostrato qualche idea rispetto al raggiungimento di un benessere stazionario, con una popolazione stazionaria che si occupava del proprio star bene piuttosto che di accumulare ricchezze inutilizzabili.

      (Nota. Il servizio di podcast di Radio24 è stato aggiornato all’arrivo della primavera e non ho ancora capito come funziona e se funziona come prima. Ovviamente scaricare le trasmissioni ti permette di non ascoltare le pubblicità il che può non essere gradito).

    • Incredibile. Nella rubrica “America sociale” di Radio Radicale, conversazione settimanale di Massimo Bordin con Giovannna Pajetta in collegamento da New York del 26 marzo, i due parlano delle conseguenze del possibile accordo del 5+1 con l’Iran sul mercato petrolifero. Paietta riporta delle preoccupazioni di un ulteriore crollo del prezzo del barile indotto dal milione e mezzo di barili iraniani che arriverebbero sul mercato, ma fra i possibili danneggiati di questo crollo i due conversanti non includono l’industria del tight oil statunitense che nei mesi scorsi non hanno mancato di citare abbondantemente accreditando il mito dell’indipendenza energetica USA.

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2 risposte a “Il fondo del barile #11

  1. Riguardo al si può fare 2. Da quel che ho capito nella puntata citata, in Bangladesh sono riusciti a ridurre la natalità a poco sopra il tasso di sostituzione, non a ridurre la popolazione. Che è comunque un grande risultato, 2 figli e spicci per donna invece di 8 fa una bella differenza, ma purtroppo non basta ancora. Il Bangladesh esporta gente, un esponente del governo invitava i paesi occidentali ad accettare immigrati instruiti ed intelligenti provenienti dal suo paese.

  2. Sempre interessante. In particolare la vicenda del reale significato della caduta del prezzo, è una discussione che ci accompagna da molti anni.

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