Il fondo del barile #12

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Petrolio al “massimo”. Metano in atmosfera al “massimo”. Carbone al “minimo”. Cina al “minimo”. Vita animale selvatica al “minimo”.

“Massimi” e “minimi” in questo dodicesimo appuntamento periodico di analisi e notizie sulle convulsioni energetiche del mondo.

Di Luca Pardi 

  • Produzione petrolifera globale ai massimi. Il Sole 24 ore riporta che secondo l’IEA l’offerta petrolifera mondiale ha raggiunto un nuovo massimo storico a 95,2 milioni di barili di petrolio al giorno (Mb/d). Ovviamente qui per petrolio si intende la categoria piuttosto ampia di “tutti i liquidi” combustibili. La domanda nel trimestre in corso è a 92,66 Mb/d. Il dato è contenuto anche nel Monthly Oil Market Report dell’OPEC che mostra un aumento della produzione OPEC nel mese di marzo pari a 890mila barili al giorno grazie ad un aumento della produzione saudita, irachena e libica (Totale OPEC marzo 2015, 31,02 Mb/d). Oltre ai fattori strategici analizzati nelle due notizie successive di questa rassegna, ci sono fattori interni che potrebbero giustificare un aumento della produzione. Il primo fattore è che la guerra in Yemen potrebbe aver richiesto di fare cassa (lo stesso avvenne per la guerra in Kuwait). Secondo la stagione in cui l’aria condizionata e quindi i consumi energetici aumentano, è all’inizio e questo potrebbe avere come risultato che l’aumento di produzione non corrisponderà ad un aumento di esportazioni. Dimenticavo, il fatto che si raggiunga un massimo non è una smentita della teoria del picco del petrolio imminente, infatti il picco del petrolio è il massimo storico della produzione. Così tanto per dire.

  • L’Arabia Saudita contro il denaro “stupido”. In un post che varrà la pena tradurre, Art Berman spiega che l’Arabia Saudita non sta cercando di eliminare il Tight Oil e le altre produzioni di petrolio ad alto costo, ma semplicemente il denaro, che definisce stupido, che serve per finanziarle. In questo modo l’Arabia Saudita che ha bassi costi di produzione vorrebbe assicurarsi la stabilità dei prezzi necessaria per garantire la domanda nel lungo periodo e le quote di mercato che tenendo bassi i prezzi riesce a recuperare. Secondo Berman è solo questione di tempo prima che si ammetta che la maggior parte del nuovo petrolio è semplicemente non redditizio.
  • .. l’Arabia Saudita potrebbe non aver capito. Come è successo molte altre volte nella storia il governo saudita potrebbe essere cieco, nel suo gioco strategico sul mercato petrolifero, al fatto che la risorsa che vende non è infinita. Questa è la tesi contrapposta a quella di Berman esplicitata da Ugo Bardi nel suo blog in inglese Resource Crisis. In effetti dato il conclamato processo di depauperamento del giacimento principe del Ghavar Saudi Aramco sembra riporre molta fiducia nello sviluppo dei nuovi giacimenti al fine di bilanciare il declino nei prossimi anni.
  • Soluzioni miracolose. L’Audi annuncia un processo di produzione di diesel carbon neutral. Si prende la CO2, possibilmente dall’atmosfera (vasto programma) o da un impianto di biogas (quanto ce ne vuole?) consumando energia. Poi si elettrolizza l’acqua, consumando energia, per produrre idrogeno. Poi si prendono CO2 e Idrogeno e si combinano alla temperatura di 220 C e 5 bar di pressione, consumando altra energia, per produrre un Blue Crude (sic!) il quale è convertibile all’80% in diesel sintetico. Per essere “il futuro”, come dice sobriamente il titolo dell’articolo sul sito di Quattroruote, la strada sembra lunga.
  • La vera crescita in Cina. Le statistiche sui consumi energetici e altri indicatori mostrano una cosa che si sa da tempo: i dati di crescita della Cina sono taroccati dal governo. La realtà che appare da analisi indipendenti dal governo di Pechino è che il rallentamento in atto è più marcato di quanto atteso e dichiarato.
  • Gazprom e l’UE. Gazprom, fornitore del 27% del fabbisogno di gas dell’UE, rischia una procedura per abuso di posizione dominante da parte dell’antitrust europeo. Le contestazioni riguardano l’imposizione di condizioni contrattuali legate alla cooperazioni in altre aree come la costruzione di gasdotti, gli ostacoli posti alla riesportazione delle forniture (market partitioning) e a specifiche questioni legate ai prezzi di fornitura. La storia è raccontata in modo più approfondito sull’Economist, ma purtroppo in inglese.
  • Petrolio sotto l’aereoporto di Gatwick. Una piccola compagnia petrolifera britannica, UK Oil & Gas, ha annunciato pochi giorni fa una scoperta significativa di petrolio nel sud dell’Inghilterra. La notizia è passata sui giornali britannici con una certa enfasi. Si parla di 100 miliardi di barili di petrolio di cui una percentuale compresa fra il 5 e il 15% effettivamente recuperabili. Un unico pozzo esplorativo avrebbe permesso di sostanziare queste affermazioni.
  • Effetto sgocciolamento. Molto opportunamente tradotto da Massimiliano Rupalti un articolo di Andrew Dobson e Rupert Read comparso il 23 marzo scorso su The Guardian, il quotidiano inglese che più di ogni altro mezzo di informazione si sta impegnando per coprire il tema della crisi ecologica, sia da lato dell’informazione che da quello della proposta politica. L’articolo riassume i capisaldi di una possibile politica “verde”.
  • Se bruciamo tutte le risorse fossili. Ci autofriggiamo. Un articolo sul New York Times afferma che se sfruttassimo tutte le risorse fossili (che sono una cosa diversa dalle riserve) l’aumento di temperatura previsto sarebbe di circa 9 Celsius (16,2 Fahreneit). Il limite sul quale i governi affermano ancora di essere impegnati è quello di 2 C rispetto all’epoca preindustriale. Il metodo usato per il calcolo è spiegato qui. Sfruttando le sole riserve, che sono le risorse estraibili nella condizioni economiche e tecnologiche attuali, l’aumento sarebbe di 2,5 C. Le soluzioni proposte, ma l’articolo constata che sono difficili da realizzare, sono una carbon tax e due soluzioni geoingegneristiche: la cattura e l’immagazzinamento di CO2 e la riduzione della radiazione solare con qualche metodo che la rifletta (amento artificiale dell’albedo terrestre). Tanti auguri.
  • La fine del carbone. Nel 2014 la Cina, che da sola consuma tanto carbone quanto tutte le altre nazioni messe insieme, ha ridotto il consumo di carbone del 3%. Secondo un articolo su Wolf Street indica le ragioni e gli effetti della ridotta domanda di carbone. L’economia che anche in Cina cresce più lentamente, le maggiori attenzioni alla riduzione dell’inquinamento. Il prezzo basso del Gas Naturale Liquefatto (LNG) che nel biennio 2011-2013 si vendeva a 18 $ per milione di di Btu (Ohi ohi queste unità energetiche. BTU = British Thermal Unit = 1055 Joule. 1 Mbtu corrisponde a circa 1/6 di barile di petrolio equivalente) e oggi si vende a 7$/Mbtu, e la crescita delle rinnovabili che in Cina non si ferma. Insomma tutto congiura a rendere il carbone una delle tante commodities in caduta. Un’altro articolo sull’argomento del carbone è qui.
  • Nonostante la BP. Tutti sappiamo che l’Egitto è ancora in una difficile fase di transizione verso non si sa bene cosa, con un regime restaurato dai militari. Sul sito della BP si legge una ricostruzione storica dell’azione dell’azienda in Egitto che è veramente commovente, fa pensare che in Egitto ci siano problemi nonostante l’impegno costante della BP.
  • Ci sono arrivati anche loro? Insolita recensione del libro di Alan Weissman sul Sole 24 ore. L’overshoot umano è legato alla scoperta dei combustibili fossili, il rischio è quello alimentare. A meno di nuove scoperte in campo energetico e agricolo. Ma ovviamente questo genere di sintesi sono aperte a varie interpretazioni fra i due estremi: fermiamoci o andiamo avanti accellerando. Sono sicuro che il Sole prenderà posizioni più vicine al secondo estremo.
  • Overshoot day italiano. Il giorno di Pasquetta si è celebrato in Italia il giorno in cui i consumi cumulativi superano la capacità di rigenerazione del territorio nazionale. Cioè dal 6 aprile in poi si smette di vivere sulla naturale produttività del nostro territorio e si comincia ad intaccare il capitale naturale. E’ stato possibile protrarre un comportamento simile, e comune a tutti i paesi industrializzati, grazie all’importazione di “ambiente” (risorse energetiche, minerali, cibo ecc) dall’estero. Un comitato di bioetica potrebbe occuparsi anche di questo. Nel 2014 era il 22 marzo.
  • Elefantino di legno. Il presidente del consiglio e segretario del Partito Democratico Matteo Renzi ha vinto il premio per il miglior amico delle trivelle istituito da ASPO-Italia: “l’Elefantino di legno 2015”. Prima edizione vinta grazie al decreto Sblocca Italia.
  • Scala Mercalli. Il 4 aprile si è conclusa su Rai 3 la serie di 6 puntate dedicate all’ambiente le risorse e l’energia. E’ stato detto tutto quello che poteva e doveva essere detto. Qualche negazionista ecologico, ottimista razionale, tecnoscientista, cattofideista del progresso e della crescita senza fine, dirà che l’audience è rimasta al palo. Pazienza. Il documento è li. Vedremo se l’avanzamento della crisi ecologica resterà al palo come l’audience. Se siete interessati a vedere qualche puntata persa o a rivedere quelle che vi interessano di più c’è il la home page di Scala Mercalli che fa per voi. A chi ha condotto e creato la trasmissione posso solo dire: a presto.
  • Esplosione in Messico. Scoppia una piattaforma petrolifera della Pemex (compagnia petrolifera messicana), 4 morti e molti feriti. Il report completo sull’evento (in inglese) lo trovate qui. Ne parla un post di Maria Rita D’Orsogna sul suo blog “No all’Italia petrolizzata”.
  • 10 ragioni contro le trivelle. Giuliano Garavini elenca dieci motivi per i quali in Italia non conviene trivellare né in mare né in terraferma. (h/t Massimiliano Rupalti).
  • The Oil Age. E’ uscito il primo numero della rivista cartacea “The Oil Age” con un lungo articolo di Colin Campbell sul metodo di previsione della produzione futura. Una discussione sulle riserve, le definizioni delle diverse categorie di petrolio e gas, il metodo per fare previsioni sensate e i limiti inevitabili di queste previsioni. Un quadro completo e rigoroso che trova il suo limite solo nella cattiva qualità dei dati disponibili. Ma di questo la colpa non è certo di Campbell che, nel 2003, propose un Protocollo internazionale (analogo a protocollo di Kyoto), inizialmente chiamato Protocollo di Rimini, per affrontare la fase di superamento del picco del petrolio ed il declino susseguente, proprio partendo da una condivisione dei dati sulle riserve, gli unici che ci permetterebbero di programmare razionalmente un’uscita dall’era del petrolio appunto. Non c’è link perché la rivista è cartacea, ma può essere acquistata rivolgendosi al seguente indirizzo e-mail: theoilage@gmail.com
  • Ricordi aspisti. A proposito del Protocollo di Rimini, anche detto di Uppsala e preso in carico da Richard Heinberg che ne ha fatto un libro, ricordo la sua presentazione in Italia che avvenne a Rimini nel novembre del 2005 al XXXII congresso della Fondazione Pio Manzù intitolato “l’anima dell’Impero”. Ugo Bardi e il sottoscritto erano nella platea e Ugo scrisse un articolo (archiviato sul sito di ASPO-Italia) abbastanza critico sugli esiti della discussione. Ricordo l’atmosfera generale e alcune battute di quel congresso. La prima è di Colin Campbell che rispondendo ad un interlocutore a proposito della necessità di coinvolgere le compagnie petrolifere disse: “Non ho mai sentito venire se non menzogne da quella parte”. La seconda è quella di James Schlesinger, ex Segretario di Stato alla Difesa USA che esordì dicendo: “vedo i prossimi anni come niente di meno che apocalittici”.
  • Clima e biodiversità.
    • Metano. Il metano ha un potenziale effetto serra 34 volte superiore a quello della CO2. Le emissioni possono essere determinate direttamente dalle attività umane, ma anche indirettamente, e, sinceramente, queste ultime prodotte dallo scioglimento del permafrost fanno più paura perché ormai non le controlliamo più.
    • Siccità a Taiwan come in Brasile e la California. Verso il razionamento.
    • Biomassa vegetale in crescita? Un articolo sul sito di Le Scienze riporta i risultati di una ricerca comparsa su Nature- Climate Change (per gli abbonati), secondo cui la biomassa vegetale globale sarebbe in aumento. Il risultato dello studio, condotto con metodi di rilevazione satellitare, conferma il fatto che stiamo deforestando ai tropici e riforestando nelle zone temperate e boreali. La notizia è buona, ma non tale da tranquillizzare. Uno dei punti essenziali delle riforestazioni è che ripristinano biomassa (che è l’osservazione della ricerca in questione), ma non biodiversità. Disboscare ai tropici e rimboschire nelle zone temperate e boreali è meglio di nulla, ma è sempre la strada verso l’ecocidio.
    • La fine del mondo selvatico. Uno degli effetti più eclatanti di due secoli e mezzo di combustibili fossili è che l’umanità ha conquistato (letteramente) tutto senza lasciare spazio ad altre specie se non la propria e quelle degli animali domesticati. I dati che emergono sono sempre più chiari. Paul Chefurka ha fatto una nuova stima delle biomasse dei vertebrati terrestri costruendo questo grafico e pubblicandolo sul suo profilo facebook.vertebrate biomassEssenzialmente i vertebrati selvatici sono ridotti allo stato residuale. Ogni anno la crescita demografica aggiunge 4,5 Milioni di tonnellate di biomassa umana sul pianeta per la quale sono necessarie oltre 15 milioni milioni di tonnellate di biomassa di animali selvatici. (Cercare Bodhi Paul Chefurka su facebook)
  • Libri.
    • Afterburn. Society after fossil fuels di Richard Heinberg. Bella intervista chiara e completa. In occasione del lancio di Afterburn, Resilience.org pubblica la prima parte di una serie di quattro video dedicati alla Legge dei Ritorni Decrescenti.
    • Il Tao della Liberazione. Recensito su Effetto Risorse il libro del teologo della liberazione brasiliano Leonardo Boff e del canadese Mark Hathaway, mi sembrava degno di essere letto. Ora lo sto leggendo, ma lo trovo freddino e un po’ prevedibile. Forse avevo troppe aspettative. Magari quando me lo sarò sciroppato tutto lo avrò apprezzato e scriverò una recensione.
  • L’angolo del main stream (e del BAU).

    • Gianni Minoli. Nella puntata del 27 aprile di Mix24 La Storia, su Radio 24, Minoli conduce una ricostruzione tanto accattivante quanto tecnicamente raffazzonata dell’incidente di Chernobyl del 1986. La trasmissione da anche l’occasione all’emittente confindustriale per concludere con uno spot filo nucleare realizzato attraverso un’intervista al gen Carlo Jean. Intervista che mette insieme tutte le inesattezze sul confronto fra nucleare e le altre fonti e, soprattutto, le rinnovabili di cui si evidenziano soprattutto i costi degli incentivi senza evidenziarne i benefici.
    • Risiko petrolifero. Come prevedibile il calo del prezzo del barile sta determinando difficoltà, fallimenti e acquisizioni dei pesci più piccolo da parte di pesci grandi. La Dutch Shell si ingoia la British Gas Group, costo dell’operazione 70 miliardi di dollari. Maugeri teme per il futuro delle aziende petrolifere. Non gli viene in mente che potrebbero essere alla frutta?
    • Amici della Terra. Al loro 14simo congresso gli Amici della Terra metabolizzano la loro espulsione dalla Federazione Friends of the Earth e ripropongono un documento programmatico molto main stream dal punto di vista energetico e ambientale, dal quale si possono estrarre comunque alcune posizioni condivisibili.

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2 risposte a “Il fondo del barile #12

  1. Chissa perchè, ma mi appare alla vista “L’urlo” di Edvard Munch.

    Marco Sclarandis

  2. Sono sempre più convinto che con la fine dell’automobile di massa grandi porzioni di territorio del pianeta tornerebbero in parte alla Natura. Più biomassa umana sarà relegata nelle città, o comunque impossibilitata a spostarsi per grandi distanze, più molti territori rurali recupereranno dal punto di vista ambientale.

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