La dura lezione di Ebola (parte 1)

child and tree

Puoi imparare una riga dalla vittoria e un libro dalla sconfitta (Paul Brown).

Ma ogni vittoria è la sconfitta di qualcun altro. Così nella vittoria internazionale contro l’Ebola c’è una grande lezione da imparare: come si sconfigge una minaccia globale.

Di Dario Faccini

Un bambino che gioca

All’inizio c’era solo un bambino. Aveva solo due anni e giocava intorno ad un albero cavo. Insieme ad altri bambini più grandi, infilava dei bastoni nelle fessure dell’albero per spaventare i pipistrelli che si riparavano all’interno.

I pipistrelli. Animali utili, in grado di divorare grandi quantità delle micidiali zanzare portatrici della malaria. Animali preziosi come selvaggina, in paesi devastati da varie guerre civili e ormai poverissimi. Animali vicini, ormai tutt‘intorno ai villaggi e agli insediamenti dove erano stati spinti dal taglio selvaggio del foreste per il commercio del legname.

Poi quel bambino si ammala, con una febbre strana, il vomito e le feci scure. Non ce la fa e muore dopo soli due giorni, nel dicembre 2013.

E così inizia un’epidemia.

Successivamente muore la madre, la sorellina, la nonna, un’infermiera e l’ostetrica del villaggio. L’estrema povertà , la zona geografica e le prassi culturali creano una tempesta perfetta:

  • il villaggio è in prossimità del confine con altri due stati e la diffusa povertà spinge molte persone a spostarsi di frequente su lunghe distanze, soprattutto verso le grandi città;
  • l’Ebola è sconosciuta in questa parte d’Africa e le pratiche funebri prevedono il contatto dei cari con il corpo dei defunti;
  • il sistema sanitario è quasi inesistente, i medici sono rarissimi e manca un’organizzazione centrale che si allerti per l’impennata di morti sospette
  • peggio, proprio i pochi ospedali sono impreparati a gestire il contenimento del contagio dei pazienti infetti che iniziano ad essere ricoverati e quindi, all’inizio, aumentano la diffusione.

Alla fine un dottore di uno staff di Medici Senza Frontiere presente in Guinea per combattere la malaria chiede un consulto ad un esperto epidemiologo a Ginevra che mangia subito la foglia: febbre emorragica. Le analisi condotte a Parigi danno il responso più infausto, è il ceppo Ebola Zaire, il più letale. Il 23 marzo l’Organizzazione Mondiale della Sanità(OMS) lancia l’allarme e manda i primi aiuti in termini di forniture mediche e personale.

E’ male sottovalutare il male

Ma l’epidemia ha un vantaggio di tre mesi e l’ampiezza della diffusione è ancora nascosta: i primi interventi sono gocce nel mare. Passano i mesi e con l’estate si realizza la gravità della situazione. L’epidemia è fuori controllo in tre stati, Guinea, Costa d’Avorio e Liberia, e minaccia di diffondersi in altri via terra e via aria. La paura di un aggravio delle già precarie condizioni economiche ritarda la chiusura dei confini e dei voli commerciali e si registrano casi in vari paesi, fortunatamente prontamente contenuti.

L’impegno dell’OMS e la mobilitazione internazionale aumentano, sui media escono notizie di vari vaccini e trattamenti in fase di studio, ma l’epidemia sembra un passo avanti.

Due fattori sembrano congiurare per l’accelerazione del contagio:

  1. le risorse e il personale stanziati a livello internazionale sono gravemente insufficienti rispetto i bisogni negli stati colpiti;
  2. la popolazione non è coinvolta attivamente e non collabora o, peggio, si oppone alle misure di contenimento che contrastano con le abitudini e la cultura locali

Il 2 settembre, il presidente di Medici Senza Frontiere, in un briefing all’ONU riversa tutta la sua disperazione e la sua rabbia contro quella che chiama la “Coalizione Globale dell’Inazione”:

Sei mesi nella peggiore epidemia di Ebola della storia, il mondo sta perdendo la battaglia per contenerla. Nell’Africa Occidentale, continua l’impennata dei contagi e delle morti. Esplodono le rivolte. I Centri d’Isolamento sono sopraffatti. Gli operatori sanitari che lavorano in prima linea, si infettano e muoiono in proporzioni scioccanti. Una parte del personale sanitario è fuggito per la paura, lasciando la popolazione senza assistenza anche per le malattie più comuni. Interi sistemi sanitari si sono sbriciolati. I centri per il trattamento di Ebola sono ridotti a posti in cui la gente muore in solitudine, ricevendo poco più di un’assistenza palliativa. E’ impossibile tenere il passo con il gran numero di persone che si riversano nei centri. In Sierra Leone, i corpi infetti si decompongono nelle strade.

L’OMS alza allora le braccia e si rivolge alla comunità internazionale: l’agenzia dell’ONU è impreparata e troppo sottofinanziata per gestire un epidemia di tale portata, serve che la comunità internazionale stanzi risorse ingenti e assicuri protezione, forniture mediche e alimentari. L’alternativa è inaccettabile. Oltre alle perdite in vita umane, se l’epidemia non viene rapidamente risolta aumenta il rischio che si diffonda in altri paesi. Inoltre c’è uno scenario potenzialmente devastante che viene taciuto sui media ma è via via sempre più probabile (ve ne avevamo parlato a suo tempo): con il protrarsi del contagio, si allungano le catene di trasmissione e al virus viene data un’opportunità unica di subire selezione e adattarsi all’ospite umano.

Qui, la seconda parte dell’articolo

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2 risposte a “La dura lezione di Ebola (parte 1)

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