La dura lezione di Ebola (Parte 2)

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Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te.  (John Donne)

Di Dario Faccini

La prima parte dell’articolo è disponibile qui

PER CHI SUONA LA CAMPANA

Verso la fine dell’estate 2014 l’epidemia di Ebola è in piena crescita esponenziale. I casi di contagio raddoppiano ogni 3-4 settimane. Sono 260 il 12 Maggio, 528 il 17 Giugno, 982 il 14 Luglio, 2240 il 16 Agosto, 5349 il 14 Settembre.

Un rapporto del Centro per il Controllo delle Malattie (CDC-USA) stima che il numero reale dei casi è superiore almeno per un fattore 2,5 ai casi ufficialmente registrati e, in assenza di ulteriori misure, proietta a 1,4 milioni i contagi a gennaio 2015: uno scenario ingestibile, al di fuori di qualsiasi ipotesi di intervento di contenimento.

Il fallimento di quasi 6 mesi di guerra medica contro l’epidemia è sconcertante e il tempo per  potervi ancora porre un rimedio sta finendo. E’ infranta l’illusione che questa epidemia di Ebola sia come quelle scoppiate in passato in Africa Equatoriale: una questione locale destinata a risolversi rapidamente. Come ha detto poi il Direttore Generale dell’OMS:

Pensavamo di conoscere Ebola. Conoscere come si comportava. Conoscere il corso che avrebbe avuto. Conoscere come controllarla. Questa è un’altra importante lezione. Aspettarsi l’inaspettato. Non fidarsi mai che un virus si comporti come nel passato, specialmente quando introdotto in un nuovo ambiente, con nuove opportunità da sfruttare.

Appena in tempo, la comunità internazionale e le sue organizzazioni realizzano finalmente la vera portata dei rischi in gioco ed iniziano ad attivarsi.

Il 15 settembre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per la prima volta nelle storia, emana una risoluzione per contrastare una minaccia alla salute pubblica globale. L’appoggio alla risoluzione 2177 è senza precedenti: 131 stati. Si crea addirittura una struttura ad hoc, l’UNMEER (Missione ONU per la Risposta all’Emergenza Ebola) con il compito di coordinare le vaste risorse delle varie agenzie ONU sotto il comando dell’OMS.

La FAO e il World Food Program si attivano per portare cibo nelle zone colpite dal virus. L’UNICEF arriva ad investire il 20% del suo bilancio annuale. Un numero impressionante di stati e organizzazioni sovrastatali inizia finalmente a partecipare in modo fattivo, stanziando denaro, forniture, attrezzature, supporto logistico locale, esercito, personale medico e paramedico.

Le legioni sono finalmente pronte, ora serve una strategia.

SIGNA INFERRE

Può sembrare strano, ma l’unica strumento contro un’epidemia per cui non esiste un trattamento medico, è una pratica che, con varianti, risale al Medioevo.

E’ l’isolamento e la quarantena.

Arma d’elezione per contrastare anche epidemie come AIDS, tubercolosi e SARS, le moderna tecnica di isolamento ha preso il nome di contact tracing. Ogni volta che un caso di contagio viene individuato ed isolato presso un centro di cura, devono essere anche rintracciate e monitorate tutte le persone con cui è venuto in contatto. Se entro un certo lasso di tempo una di queste mostra segni della malattia, viene a sua volta isolata e la procedura si ripete daccapo.

Il concetto che sta alla base è semplice: se mediamente un ammalato contagia meno di una persona, l’epidemia, in un tempo più o meno lungo, è destinata a scomparire.

A livello pratico, per individuare i casi di contagio, rintracciare tutti i contatti e tenerli monitorati, serve un’organizzazione capillare, che possa contare su personale preparato in ogni singolo villaggio, mezzi di trasporto per i malati e strutture per la diagnosi, l’isolamento e la cura.

Uno sforzo enorme. Necessario. Ma da solo insufficiente.

Sinora si è completamente dimenticato che si deve agire di concerto anche sul soggetto più importate. Il comportamento umano. Così è stato pressoché ignorato l’apporto fondamentale che avrebbe potuto dare l’antropologia, cioé la scienza che studia i comportamenti umani all’interno della società.

L’Ebola è una malattia tutto sommato facilmente contenibile. Si trasmette quasi esclusivamente per contatto, quindi è possibile contenerla se la popolazione adotta semplici misure preventive.

Se.

Il problema è che non affatto scontato convincere la popolazione che le tradizioni, la religione e i semplici atti di compassione verso i malati sono diventati improvvisamente sbagliati o, peggio, mortali. Molti errori di comunicazione sono stati così commessi: l’enfasi sull’incurabilità della malattia, il mancato coinvolgimento delle autorità religiose locali, la mancata sostituzione dei riti funebri tradizionali con pratiche alternative in grado di conciliare la sicurezza con il bisogno dei parenti di rendere omaggio al defunto. La reazione della popolazione è stata sinora, nel migliore dei casi, di chiusura, nel peggiore, omicida. I funerali vengono tenuti segreti e nascono giri di tangenti per certificare false cause di morte, diverse da Ebola. Ad agosto 2014, circa il 60% dei casi di contagio in Guinea è dovuto alle pratiche funebri e di sepoltura.

Di concerto con i governi degli stati colpiti, si corre ai ripari: l’OMS emette linee guida chiare e semplici su come coinvolgere le comunità locali nell’adozione di misure di contenimento e di pratiche culturali alternative sicure; su internet nascono siti WEB per coordinare gli sforzi e diffondere le risposte individuate dagli antropologi; vengono coinvolte personalità mediatiche, i leader locali e religiosi; si studia la vita quotidiana nelle varie zone, la reazione alle pratiche ci contenimento e ci si concentra sulla figura della donna, che tradizionalmente detiene molti ruoli chiave.

Si ottiene così, nel tempo, l’obiettivo forse più difficile di tutti, in ogni tempo e in ogni crisi: pian piano cambiare le abitudini quotidiane della popolazione.

Ad ottobre 2014, la strategia di lotta contro l’Ebola sembra finalmente operativa sotto ogni aspetto pianificato. Ma i nuovi casi, soprattutto in Liberia, sembrano esplodere: se ne registrano sino a 1000 a settimana, tutti e 15 i distretti nazionali sono coinvolti nell’epidemia, intere baraccopoli sono in rivolta contro il governo.

Inaspettatamente si verifica un’altra svolta nella lotta contro Ebola: la popolazione da attore passivo diventa attivo. Ad un certo punto, in diverse comunità, gruppi di persone decidono che la misura è colma, che sono stufi di vedere morire i propri cari. Nascono così spontaneamente gruppi di volontari che autonomamente entrano casa per casa, individuano i  casi sospetti, li segnalano alle autorità. Non sono dipendenti del governo o di qualche organizzazione, non sono venuti da un’altro quartiere o città, sono amici e conoscenti. Per loro, le porte di ogni casa nella comunità sono spalancate.

Non è facile capire quanto di questo cambiamento sia una conseguenza indiretta dell’opera di sensibilizzazione ufficiale o quanto invece ad un’autonoma presa di coscienza e bisogno interiore di darsi da fare di fronte ad una minaccia. Rimane il fatto che questo atteggiamento va al di là del semplice rispetto a seguire le misure ufficiali di contenimento. Di fatto, equivale alla moltiplicazione delle risorse umane in campo, con un’abbattimento estremo dei tempi di individuazione ed isolamento dei casi sospetti e l’eliminazione delle pratiche illegali che gravitano intorno alle sepolture.

E’ la lotta finale, quella di un popolo contro la minaccia dell’annientamento.

A breve, la terza e ultima parte.

 

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Una risposta a “La dura lezione di Ebola (Parte 2)

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