L’Opec e il gioco del pollo

cars crash

Nella teoria dei giochi si chiama “gioco del pollo”.  Nella realtà si chiama riunione OPEC del 5 giugno. L’esito è comunque già deciso.

Di Dario Faccini

Quando nessuno dei giocatori ha interesse a cedere per primo e tutti insieme si dirigono così verso la disfatta. E’ questa l’essenza del “gioco del pollo”. Che sia una sfida di due auto che si dirigono una verso l’altra, o che sia la velocità di produzione petrolifera di ogni membro OPEC, poco importa. Nessuno vuole cedere terreno all’altro, perché vorrebbe dire subire una perdita. Così tutti insieme contribuiscono alla creazione di una situazione di massimo danno.

Ma andiamo per ordine.

Sono passati 6 mesi dalla riunione OPEC di fine novembre in cui, a sorpresa, i membri sunniti che si affacciano sul Golfo Persico hanno deciso di non tagliare la produzione petrolifera per frenare la discesa del prezzo del barile.

All’epoca vi avevamo fornito la nostra interpretazione. In tanti anni di alti prezzi del barile i paesi OPEC sono diventati tutti pesantemente dipendenti dalle entrate petrolifere. D’altra parte i paesi sunniti del golfo, e in particolar modo l’Arabia Saudita, hanno ridotto il proprio debito ed accumulato ingenti riserve finanziarie per poter sostenere anche diversi anni con basse entrate e bilanci in deficit. Il picco del petrolio convenzionale ha stimolato un rialzo dei prezzi che negli anni ha permesso di mettere sul mercato petroli più cari, in parte non convenzionali. Questo ha infine creato una sovracapacità produttiva che stava facendo scendere i prezzi per assestarli su livelli intermedi, non certo più i 40 dollari di dieci anni fa, ma neppure i 100$ cui si erano assuefatti i paesi OPEC. La scelta dei membri sunniti del Golfo è stata netta: mantenere l’eccesso di petrolio, evitare di perdere quote di mercato, favorire una discesa più rapida dei prezzi e danneggiare tutti gli investimenti petroliferi futuri, creando così le condizioni per una più rapida contrazione della produzione petrolifera successiva. Un ritorno quindi a prezzi più alti in tempi più brevi.

Quali investimenti ne sarebbero stati danneggiati? Secondo molti l’obiettivo principale era ridimensionare il fenomeno del fracking negli USA che ha portato quantità considerevoli di tight oil sul mercato.

Sotto questo aspetto viene argomentato che il giochino abbia funzionato alla perfezione. Negli USA la produzione di tight oil ha infatti già iniziato a scendere, come conseguenza del rallentamento del ritmo delle perforazioni(-60%) che non può più tamponare il rapido declino dei pozzi fratturati.

Bloomberg Shale Fail
Crescita mensile della produzione di tight oil negli USA, in migliaia barili al giorno (Fonte: Bloomberg)

Il settore dell’upstrem (esplorazione e sviluppo) del petrolio e del gas ha inoltre subito un forte ridimensionamento nelle quotazioni di borsa, cui ha risposto postponendo o tagliando molti progetti di estrazione.

 Bloomberg Oil Sold
Confronto nell’ultimo anno dell’indice azionario S&P 500, in arancione, e l’indice della solo settore del gas e del petrolio  (Fonte: Bloomberg)

Missione compiuta allora? Ci possiamo attendere che venerdì a Vienna l’OPEC torni a fare il suo mestiere di cartello che mantiene alti i prezzi?

Pare proprio di no. E la lista dei motivi contrari è di tutto rispetto:

  • innanzitutto è difficile considerare basso l’attuale prezzo del petrolio; a 63$ al barile(Brent) ci troviamo solo a 10 dollari al di sotto delle quotazioni cui si era giunti a fine Novembre, prima che venisse dichiarata la guerra dei prezzi;
  • il settore del fracking USA non è collassato e la liquidità che lo mantiene in vita non si è prosciugata completamente; sono state dispiegate varie strategie di assicurazione, di ricontrattazione del debito, di taglio dei costi, di concentrazione delle operazioni nelle aree più produttive,  sino ad arrivare al “fracklog“, cioè ad attendere a fratturare i pozzi già perforati, creando così di fatto una nuova forma di stoccaggio petrolifero;
  • nessuno dei grandi produttori di petrolio, ad eccezione degli USA, dà segni di voler cedere quote di mercato, anzi è vero il contrario; l’Iraq ha un estremo bisogno di valuta per la guerra contro l’ISIS, è già riuscito ad incrementare la sua produzione(almeno +0,3MBd) e pianifica aumenti ben maggiori; l’Iran a fine giugno potrebbe chiudere l’accordo sul nucleare e mettere fine al bando delle esportazioni, almeno altri 0,4 MBd arriverebbero sul mercato; persino la Russia tiene duro, e riesce ad incrementare di un +1,6% la sua produzione rispetto l’anno precedente;

Dal punto di vista dell’Arabia Saudita, la strategia non sta quindi dando ancora risultati. Ecco perché negli ultimi mesi i sauditi stanno dando fondo alla loro “spare capacity” ed hanno aumentato la produzione ai massimi da trent’anni.

Nel frattempo sono cambiati gli equilibri del Golfo Persico e non poco. L’Iran si sta riavvicinando agli USA, sia per la questione nucleare, sia per gli intenti comuni nella lotta contro l’ISIS. L’Arabia Saudita vede quindi perdere l’appoggio degli USA e, grazie anche alla successione della corona, ha deciso di iniziare una politica estera anti-Iran ben più interventista rispetto al passato, ad esempio in Yemen. L’impegno militare e il calo delle rendite petrolifere sta incidendo pesantemente sul bilancio del reame, con un deficit del 20% sul PIL previsto per il 2015. La direzione sembra però ben tracciata, se non altro per la corsa agli armamenti intrapresa.

A questo punto è tutto chiaro.

L’Arabia Saudita avrebbe tutto da perdere da un taglio unilaterale della produzione petrolifera. Le sue quote produttive sarebbero occupate da altri paesi OPEC, magari proprio dall’Iran. L’immagine fornita al mondo sarebbe quella di un paese debole, che non riesce ad orientare né la politica del Golfo, né quella dell’OPEC. Inoltre subirebbe comunque pesanti perdite economiche.

Pensare di convincere gli altri paesi Opec a condividere il fardello per far spazio alla nuova produzione dell’Iran e Iraq è un’impresa impossibile. La maggior parte dei membri non ha scelta, incastrata tra un’economia troppo dipendente dalle entrate petrolifere e i bilanci fuori controllo.

L’Opec poi non è una organizzazione unita. Storicamente è quasi sempre stata l’Arabia Saudita ad accollarsi il ruolo di swing producer. Ora che ha abdicato a questa funzione, l’unica possibilità sarebbe un accordo comune per ridurre la produzione. Una possibilità assai remota in un’organizzazione che già ora non sta rispettando i limiti di produzione che si è autoimposta: quasi 1,6MB/d in più dei 30 del limite ufficiale.

Anzi, con l’aumento produttivo dell’Iraq, e la probabile fine del bando alle esportazioni dell’Iran, nella riunione di venerdì potrebbe esserci il problema di trovare comunque lo spazio per nuovo petrolio in arrivo. I Sauditi potrebbero addirittura chiedere un aumento dell’obiettivo di produzione OPEC, portandolo almeno a 31MB/d, in modo da regolarizzare nominalmente almeno gli attuali livelli produttivi.

Ecco quindi riassunto questo gioco del pollo.

Nessun produttore di petrolio, sia nell’Opec che al di fuori di essa, ha la benché minima voglia di produrre una sola goccia in meno rispetto al massimo possibile. Con il barile a 63-65$, la situazione di pericolo rappresentata da un crollo insostenibile dei prezzi del petrolio non si è ancora concretizzata, quindi nessun paese vuole togliere il piede dal pedale petrolifero prima degli altri.

C’è poi chi, come l’Arabia Saudita, conta di uscire dal gioco comunque in buona forma, ed ha tutto l’interesse a mandare il barile a fondo, per riemergere poi successivamente come potenza petrolifera.

Sono i nuovi orizzonti d’uso del petrolio.

Il picco ha creato le condizioni ideali perché divenisse arma geopolitica completa in mano a chi ne detiene le maggiori riserve.

E’ il gioco del mercato, bellezza.

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11 risposte a “L’Opec e il gioco del pollo

  1. Splendido articolo, che chiarisce retroscena e dettagli importanti.
    Grazie!

  2. Sì, di una chiarezza ed un equilibrio esemplari. Ho solo un dubbio, credevo di aver letto altrove che la Russia avesse già toccato il proprio picco o ci fosse prossima, ma evidentemente sono in errore. saluti

    • In effetti la Russia sta producendo a livelli massimi (per l’attuale capacità produttiva) e non ha ancora eguagliato il record pre-crollo URSS oltre 11MBd). E’ probabile che non possa mantenere questi livelli per molto, in assenza di pesanti investimenti. Ma per ora tengono duro e lo fanno bene. C’è una curiosità. Anche in Russia sta iniziando, timidamente, la corsa al fracking. Sarà lenta senza l’aiuto delle compagnie USA, ma conoscendo la determinazione dei Russi direi che verificheranno almeno se i loro giacimenti a tight oil sono economicamente profittevoli.

  3. Fino a qualche anno fa pensavo, e non ero il solo, che l’era del petrolio a pieno regime fosse alla fine, ma mi accorgo che la spremitura dei giacimenti e del sottosuolo, unita alle nuove tecnologie di estrazione, la sta prolungando. Che fine hanno fatto gli allarmi della RAF e dei Tedeschi sulla carenza di petrolio entro il 2015?
    In più le prospettive di disastri ambientali inimmaginabili legate alla frenetica ricerca di idrocarburi si concretizzano sempre più.
    Dove stiamo andando a parare?

    • Si, non eri il solo a pensarlo. Dovremo scriverci sopra un post. A me sembra che a livello di tendenze di base (fine del petrolio a buon mercato, picco del convenzionale, rischi geopolitici, evoluzione climatica) le previsioni si siano concretizzate eccezionalmente bene. Alcune idee di come sarebbero evolute le risposte economiche, tecnologiche e sociali invece potrebbero rivelarsi sbagliate. Altre potrebbero essere dovute a percezioni conseguenti al “rumore” in cui siamo immersi (come la percezione che a 65$ il petrolio sia a buon mercato).
      Va detto però, che molte dinamiche descritte in questo post sono di breve periodo (1-2 anni) e non sono destinate a durare. La sovracapacità produttiva ad esempio, pur essendo stata prevista da pochi, avrà vita molto più breve che non nei cicli “scarsità-abbondanza” del passato, proprio perché ora sono diventati convenienti nuove strategie per i possessori di grandi riserve. Con 2MBd di surplus di offerta ci si può aspettare che il prezzo del petrolio scenda ancora, tagliando l’offerta e ristimolando la domanda.
      Sul ruolo del fracking in chiave antipicco ci sono invece vari aspetti da rianalizzare. Positivi(flessibilità produttiva, estensione giacimenti mondiali) e negativi(costi, impatti, EROEI). Lo faremo. Per ora vediamo se continua a reggere finanziariamente. Ho i miei dubbi. Questa è la prima guerra petrolifera dei prezzi e i Sauditi sembrano molto decisi.

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