L’accordo con l’Iran e il paradosso petrolifero

oil paradox

L’accordo sul nucleare iraniano è firmato. L’Iran potrà così aumentare le sue esportazioni petrolifere. I mercati, ne prendono atto e il prezzo del barile… SALE? Ci siamo persi qualcosa?

Di Dario Faccini

L’accordo e gli equilibri

Lungo, vantaggioso e storico.

Dopo 20 mesi di trattative, martedì scorso finalmente è stato firmato l’accordo che pone fine alle sanzioni ONU all’Iran in cambio di un controllo e messa in sicurezza del suo programma nucleare.

L’attenzione mediatica è stata catturata dai vantaggi reciproci per le parti coinvolte: l’Iran vedrà cadere le limitazioni commerciali, comprese le esportazioni petrolifere, scese da 3,7 a 2,8 milioni di barili al giorno; per il gruppo 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania) ci sarà la certezza, almeno per quindici anni, che il programma nucleare iraniano non porterà alla realizzazione di ordigni atomici. Da più parti è stato rilevato la portata del successo diplomatico nel fermare la proliferazione atomica: dall’avvio delle sanzioni, l’Iran è riuscito, seppure in mezzo a molte difficoltà, ad incrementare il centinaio di centrifughe iniziale per l’arricchimento dell’uranio ad oltre 16000, ottenendo di fatto la possibilità di produrre combustibile nucleare per ordigni atomici.

L’accordo ha poi profonde conseguenze economiche e geopolitiche.

Le sanzioni commerciali hanno frenato per quasi 9 anni lo sviluppo economico e gli investimenti in un paese di 77 milioni di abitanti, con un PIL che è il 17° al mondo e un indice di sviluppo umano piuttosto alto. C’è ormai la fila per le imprese estere che vogliono tornare a fare affari in Iran, comprese quelle USA, tedesche ed italiane.

A livello geopolitico l’Iran riacquista forza in Medio Oriente. Dopo gli aiuti diretti per contenere le formazioni dell’Isis in Iraq e quelli indiretti per ostacolarla in Siria, l’Iran rientra sulla scena internazionale dalla porta principale, quella degli affari. Il cambio di equilibri nella regione del Golfo Persico è evidente, con la contrapposizione tra Iran sciita e Arabia Saudita sunnita che è già da anni una guerra fredda combattuta in Iraq, Siria, Libano e Yemen. La fine della chiusura tra Iran e Stati Uniti, ha indebolito l’alleanza tra Americani e Sauditi, con questi ultimi che hanno reagito con un maggiore interventismo regionale, sfociato recentemente nel coinvolgimento diretto nella guerra civile in Yemen in cui si contrappongono ribelli sciiti appoggiati dall’Iran e governo ufficiale sostenuto dalla vicina Arabia Saudita.

il paradosso petrolifero

Sul piano energetico, è possibile rileggere la guerra commerciale petrolifera in atto come la scelta più razionale possibile per i paesi sunniti che si affacciano sul Golfo Persico, anche sul piano geopolitico. Se l’Opec avesse deciso di tagliare le quote di produzione, non solo avrebbe continuato a perdere quote di produzione a favore dei produttori meno efficienti, come quelli che usano il fracking negli USA, ma avrebbe anche visto un trasferimento economico indiretto dai suoi membri sunniti all’Iran che da lì a poco avrebbe chiuso l’accordo sul nucleare e avrebbe chiesto di far spazio al suo incremento delle esportazioni petrolifere. Un motivo in più quindi per mantenere quel gioco del pollo di cui vi abbiamo già parlato.

L’Arabia Saudita si sta davvero impegnando a fondo in questo gioco: sta producendo petrolio ai ritmi più alti da sempre, 10,56Mb/d(milioni di barili al gionro) in giugno 2015, battendo persino il record del 1980.

saudi arabia production

La produzione petrolifera Saudita negli ultimi 30 anni, dati OPEC rielaborati da Bloomberg.

La IEA nel suo Oil Market Report di luglio, comunica che solo a giugno 2015 la produzione globale di greggio (in realtà “All Liquids“) è aumentata di 500 mila Barili al giorno, arrivando nel 2015 a 96,6Mb/d, un +3,1Mb/d rispetto al 2014, grazie sia ai produttori OPEC che non OPEC. Arabia Saudita, Iraq, Russia, Brasile e USA hanno tutti raggiunto dei massimi produttivi. Negli USA nonostante sia iniziato il calo della produzione di petrolio prodotto dal fracking (Light Tight Oil, petrolio leggero da rocce compatte), il numero di trivellazioni sta invertendo il suo tracollo e la produzione totale è in debole crescita sostenuta dalla messa in produzione di piattaforme in acque profonde e dall’aumento dell’NGL. Contemporaneamente la domanda di greggio nel 2015 è inferiore all’offerta per 3,1Mb/d, con questa differenza che sta riempiendo gli stoccaggi commerciali globali ai massimi di sempre e ad una velocità mai vista.

La IEA si pone quindi la domanda fondamentale e di semplice buon senso: perché diavolo il prezzo del barile non scende?

Anzi, proprio martedì nei minuti in cui si ufficializzava l’accordo che solleverà le sanzioni petrolifere all’Iran, il prezzo del greggio iniziava una breve corsa che finiva con +1,5% circa.

Questo è il paradosso attuale: l’offerta di petrolio non ha mai superato tanto la domanda come adesso eppure il prezzo rimane bloccato sopra i 50$ al barile. Perché non si riassesta ai livelli tra i 10 e i 20$ degli anni ’90?

Perché non cala il prezzo del petrolio

Le spiegazioni disponibili per questo paradosso sono largamente insufficienti. Tirare in ballo l’accordo con la Grecia, il mancato tracollo (per ora) delle borse in Cina, i ritardi con cui il petrolio dell’Iran arriverà sul mercato non spiegano assolutamente nulla.

La IEA effettua due considerazioni più sensate, almeno in parte.

Innanzitutto sembra che il calo del barile dai 110$ ai 50-60$ abbia spinto la domanda di benzina negli USA che era stata duramente colpita negli anni precedenti a causa della mancata protezione derivante dalle basse imposte sui carburanti. Una domanda di benzina più alta con i prezzi in calo del greggio ha permesso per molti mesi alle raffinerie un maggior guadagno sui margini di raffinazione, spingendo le raffinerie globalmente a lavorare al massimo e quindi ad approvvigionarsi maggiormente di greggio. Ma è un effetto che sta svanendo, se non altro perché non si sa più dove mettere i sottoprodotti di raffinazione della benzina.

In secondo luogo la differenza tra offerta e domanda di petrolio è stata assorbita non solo dalle normali scorte commerciali, ma anche da un certo numero di nuove raffinerie in Asia, Medio Oriente e America Latina, che all’avvio hanno riempito sia i serbatoi delle scorte di greggio (di solito sufficienti per 35 giorni di trasformazione) sia quelli di combustibili raffinati (pari a circa 15 giorni di raffinazione). La differenza è stata poi accumulata negli stoccaggi commerciali a terra e in mare (petroliere in affitto).

Questi fenomeni però non riescono a spiegare un aspetto importante del paradosso petrolifero: i mercati hanno la tendenza spiccata a considerare non la situazione domanda-offerta attuale, ma quella che è ragionevole attendersi tra 6 mesi o un anno. Come la stessa IEA ammette:

Gli stoccaggi a terra sono limitati. Lo stesso vale per la flotta delle petroliere. Nuove raffinerie non si costruiscono ogni giorno. Qualcosa deve cedere.

Con queste premesse, l’Iran che arriverà progressivamente sul mercato e la sovraproduzione petrolifera che continuerà anche nel 2016, l’andamento del prezzo del petrolio appare quindi del tutto irrazionale.

Appare, appunto.

C’è una considerazione che esula sinora dal discorso fatto e che poggia proprio sulla capacità dei mercati di incorporare nei prezzi delle materie prime l’evoluzione dei fondamentali dei mesi e anni seguenti: questa è una situazione transitoria.

La stessa IEA rileva che la crescita della produzione dei paesi non OPEC, che nel 2014 ha raggiunto i +2,4Mb/d, nel 2015 si attesterà a solo +1Mb/d e nel 2016 sarà probabilmente nulla. La produzione non OPEC, che conta globalmente per oltre i due terzi del greggio mondiale, e che include tutte le frazioni petrolifere più care (fracking, sabbie bituminose, acque profonde), sarà quindi svantaggiata rispetto a quella OPEC, che ha giacimenti più facili, molto più grandi e meno costosi da coltivare. Già il fatto che la produzione non OPEC sia vista in arresto dopo soli due anni dalla discesa del prezzo del barile (giugno 2014) dà l’idea che questa non è più la situazione di metà degli anni ’80, quando il prezzo del barile è crollato ed è rimasto basso per quasi altri 20 anni. All’epoca c’erano ancora giacimenti consistenti tutto sommato abbastanza accessibili cui potevano attingere i paesi non OPEC. Questa volta il giro di giostra sarà molto più corto. E nel frattempo il petrolio si può immagazzinare nei vari stoccaggi.

D’altronde questo era il probabilmente il principale obiettivo della guerra commerciale petrolifera iniziata a fine 2014:  tagliare gli investimenti petroliferi globali e risollevare il prezzo del barile il più presto possibile, anche a costo di confrontarsi nel frattempo con bassissimi prezzi  del barile.

C’è da dire che questo obiettivo è stato per ora raggiunto solo in parte: il prezzo non è crollato rispetto alla riunione OPEC di fine novembre (per il Brent ora siamo scesi dai ca 70$ ai 55-65$), le aziende petrolifere USA attive nel fracking non sono collassate, anzi a questi prezzi stanno timidamente ripartendo a  trivellare nuovi pozzi e l’ondata di nuovi investimenti in petrolio convenzionale, prossimi al completamento, è arrivata sul mercato. Questi ultimi, a differenza del fracking, danno luogo a produzioni di lungo periodo, per cui è conveniente arrivare in produzione il prima possibile se ormai sono quasi terminati.

Questa però è la situazione di breve periodo. Nel frattempo i giacimenti più vecchi continuano ad esaurirsi e gli investimenti per rimpiazzarli sono crollati. In assenza di un crollo della domanda causato per esempio da una crisi in Cina, se il riequilibrio tra domanda e offerta non verrà raggiunto nel 2016, non avverrà certo molto dopo.

E il mercato lo sa. Anzi, ci scommette.

Il picco del petrolio nei mercati

Riassumendo, la produzione petrolifera vede quindi due gruppi di attori:

  • le compagnie non OPEC, che hanno riserve inferiori, producono di più e a costi maggiori, secondo la logica di breve periodo della massimizzazione del bilancio annuale;
  • i paesi OPEC, che hanno le riserve maggiori, producono solo un terzo globalmente ma lo fanno con i costi di produzione più bassi; tra essi vi sono i paesi sunniti che si affacciano sul Golfo Persico che possono seguire logiche strategiche statali di lungo periodo, anche in perdita quando serve;

Dopo quasi dieci anni di alti prezzi del barile, nonostante costi di investimento spesso così elevati da essere in perdita, da metà 2014 l’offerta ha superato la domanda. Il prezzo ha iniziato a scendere e i paesi sunniti del golfo, come l’Arabia Saudita, hanno deciso di non assumersi il tradizionale ruolo di regolatori del mercato: questa volta non si taglia la produzione per far risalire il prezzo. Una manovra del genere avrebbe dovuto accelerare la discesa del prezzo del barile, che invece si è attestata (per ora) a livelli tutto sommato accettabili anche per i produttori con i costi di estrazione più alti.

In tutto questo c’è lo sguardo lungo del mercato, che probabilmente è consapevole che:

  • i giacimenti petroliferi più grandi, facili e convenienti sono già coltivati e/o in declino;
  • i costi di estrazione sono in costante aumento e così sono gli investimenti, soprattutto per le compagnie non OPEC, che hanno ormai riserve sottodimensionate rispetto i volumi di produzione estratti; questo è talmente vero che il mercato sta diventando cauto nell’investire nelle compagnie petrolifere quotate in borsa ;
  • il tasso di declino globale dei giacimenti in coltivazione probabilmente supera il 5% all’anno, ed è in accelerazione;
  • il fracking è una tecnica di estrazione che ha dato buoni risultati in America, ma fatica ad essere esportata fuori confine, non ultimo per i problemi ambientali connessi; dal fracking, quindi, non ci si può attendere un contributo tale da sostenere la produzione globale futura;
  • i paesi OPEC sunniti del golfo sono gli unici ad avere le “mani libere” e si stanno adoperando per risollevare i prezzi sul lungo periodo ostacolando  gli investimenti petroliferi globali;

Il prezzo del petrolio nel breve periodo può pure scendere ancora, come pletore di analisti finanziari si affannano a prevedere da mesi, ma sarebbe un errore interpretarlo come un segnale di abbondanza petrolifera. Sarebbe solo il successo completo della prima guerra commerciale lanciata dai pochi che ne possono ancora estrarre parecchio, a prezzi bassi, fuori da logiche di mercato di breve periodo.

E’ finito il petrolio a buon mercato. Sono cambiati gli equilibri. In futuro comanderà chi ha il petrolio sotto casa.

E che l’Iran torni sul mercato, al mercato ormai davvero non interessa più di tanto.

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3 risposte a “L’accordo con l’Iran e il paradosso petrolifero

  1. Articolo brillante e davvero ben scritto.
    Complimenti, Dario!

  2. pare che il petrolio che c’è basti ed avanzi per annientare la vita umana

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