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Raschiare il fondo degli oceani: le patate minerali

Fe-mn nodules

E’ il più grande habitat della Terra. Il più difficile da raggiungere. Il meno contaminato. Il meno conosciuto.

E’ il fondale marino.

Ha una sola colpa: non essere ancora sfruttato dall’industria mineraria. Ma è un problema cui, proprio in questi giorni, si sta cercando di porre rimedio. Senza far troppo rumore.

No, purtroppo non è uno scherzo.

Di Dario Faccini

La strategia delle cavallette

Per produrre l’acciaio inossidabile e alcune tipologie di batterie, serve il Nichel. Per produrre le superleghe che servono in campo aeronautico e aerospaziale, serve il Cobalto. Per mantenere e sviluppare l’infrastruttura elettrica mondiale, serve il Rame.

In uno scenario globale in cui la produzione materiale deve crescere di anno in anno, l’estrazione di questi elementi deve crescere esponenzialmente. Bastano due conti per capire che per il Nickel, il Cobalto e il Rame i problemi stanno arrivando, e molto in fretta: le riserve commerciali di sulfuri calano e si intaccano giacimenti sempre meno concentrati.

Il riciclaggio potrebbe aiutare, dilazionando il problema su un periodo molto più lungo. Ma gli interessi in gioco sono enormi e finché c’è una possibilità di perpetuare il Business As Usual (BAU, cioé continuare a seguire il modello corrente), questa va perseguita.

Così, ora che i giacimenti sulle terre emerse si approcciano al declino, si inizia a guardare con sempre maggiore interesse ai fondali oceanici.

L’ultima frontiera della MINIERA terra

Già negli anni ‘7o si accese l’interesse dei compagnie minerarie per lo sfruttamento minerario degli oceani. All’epoca mancava un quadro normativo internazionale anche per altre questioni come la pesca, la marina militare e le rivendicazioni territoriali. Così iniziò una lunga trattativa che durò dieci anni e sfociò nel 1982 con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, cui aderirono col tempo praticamente tutte le nazioni, con l’illustre eccezione degli Stati Uniti.

Tra i vari accordi presi ci sono quelli relativi alla ripartizione delle aree marine antistanti le coste di uno Stato, con la definizione di una linea, quella della piattaforma continentale [1], oltre la quale gli Stati nazionali non vantano più diritti minerari. Si sono così create le acque internazionali, dichiarate patrimonio comune dell’umanità, il cui sfruttamento deve essere pacifico, nell’interesse di tutto il genere umano e nel rispetto dell’ambiente.

Con una profondità media di 4000m e una superficie che è circa il 50% di quella del pianeta, le acque internazionali sono di gran lunga l’insieme di habitat del pianeta più grande: circa il 90% de totale. Nei profondi fondali si trovano ecosistemi bentonici la cui biodiversità garantisce la produzione di servizi ecologici fondamentali, come il sequestro del carbonio ed i cicli dei nutrienti.

La Convenzione ONU sul diritto del mare ha previsto un’apposito organismo intergovernativo, l’Autorità Internazionale dei Fondali Marini (ISA, International Seabed Authority) per organizzare, regolare e controllare tutte le attività minerarie in acque internazionali.

In questi giorni è in corso la ventunesima sessione dell’ISA, che dovrà produrre la prima bozza di un quadro normativo per lo sfruttamento delle risorse minerarie in acque internazionali. E’ qui che sarà decisa la posta in gioco.

la posta in gioco

Dopo l’euforia iniziale degli anni ’70, l’interesse per l’estrazione mineraria dai fondali oceanici è scomparso per poi riaffiorare prepotentemente in questi anni. Di recente sono state pubblicate in letteratura stime dettagliate che confrontano per ogni tipologia di risorsa mineraria marina e di elemento contenuto, la sua abbondanza rispetto alle riserve accessibili in terraferma. Vediamole brevemente[2]:

  1. i noduli polimetallici (o noduli di Manganese), sono quelli rappresentati nell’immagine sopra; sono concrezioni minerali, spesso delle dimensioni di una patata, sparse un pò ovunque sul fondo dell’oceano, la cui crescita lentissima (per un cm servono milioni di anni) è il risultato di vari processi chimici, fisici e biologici; l’area del Pacifico chiamata Clarion-Clipperton Zone (CCZ, vedi immagine seguente) è la più promettente commercialmente e sono contenute quantità di Manganese, Tellurio, Nickel, Cobalto, Ittrio. superiori a quelle in terraferma, mentre per il Tallio il moltiplicatore arriva anche a 6000 volte;
  2. le croste di Ferro-Manganese delle montagne sottomarine, sono concrezioni che si formano da fenomeni di precipitazione in aree oceaniche libere da sedimenti; nella sola area della Pacific Prime Crust Zone si stimano quantità di Tallio pari a 1700 volte le riserve in terraferma, mentre per altri elementi i rapporti sono Tellurio (x9), Cobalto(x3,8), Ittrio (x3,4), Arsenico (x1,8).

Nelle stesse zone citate sono presenti anche quantità di Terre Rare paragonabili a quelle delle due principali miniere mondiali (Bayan Obo in Cina e Mountain Pass negli USA), benché in concentrazioni inferiori.

Per quanto riguarda altri elementi, ci sono percentuali importanti rispetto le risorse disponibili sulla terraferma [3]: Molibdeno 81%, Vanadio 38%, Torio 35%, Tungsteno 32%, Niobio 28%, Rame 24%, Litio 20%, Titanio 17%, minerali del gruppo del Platino 9%.

land and marine

Ubicazione delle aree meglio studiate per i depositi marini minerali e delle due principali miniere da cui si estraggono Terre Rare. Immagine presa da Hein et al. 2013.

 

L’appello degli scienziati SU SCIENCE

Qualche giorno fa su Science è uscito un appello a firma di 11 scienziati in cui si riassume la portata delle scelte che si stanno per compiere e le misure che vanno assolutamente adottate per preservare gli ecosistemi marini.

Sinora globalmente sono stati concessi permessi solo esplorativi, di cui circa la metà da Stati Nazionali all’interno delle loro Zone Economiche Esclusive e l’altra metà dall’ISA in Acque Internazionali (circa 26 permessi, di cui 18 solo negli ultimi quattro anni). Con la bozza di regolamento che l’ISA sta producendo non solo saranno fissati i criteri per concedere i permessi esplorativi, ma saranno anche decisi quelli per permettere l’estrazione commerciale. Secondo alcune stime, l’avvio delle operazioni estrattive potrebbero coinvolgere superfici dei fondali marini nell’ordine delle centinaia-migliaia di km quadrati all’anno.

Di fondamentale importanza, secondo gli scienziati, è creare, all’interno delle zone commercialmente più promettenti, una rete marina di aree protette off limits allo sfruttamento. Questo permetterebbe di preservare la biodiversità e parte della funzionalità degli ecosistemi bentonici. Le aree da proteggere sono già state individuate nella zona a noduli polimetallici denominata CCZ (vedi figura sottostante).

apei
La proposta di Aree di Particolare Interesse Ambientale individuate dalla comunità scientifica già nel 2008 all’interno della CCZ. Immagine presa da Wedding et al., Managing mining of the deep seabedScience.

 

Una versione ridotta di queste aree marine protette è già stata istituita nel 2012 dall’ISA per la zona CCZ, ma è in scadenza adesso e viene ridiscussa in questi giorni. Gli scienziati chiedono che sia resa permanente ed estesa come principio a tutte le Acque nternazionali.

Inoltre è di fondamentale importanza che l’individuazione della aree marine da proteggere sia svolta prima di assegnare le concessioni, per evitare quello che è già successo proprio nella CCZ: le Aree di Particolare Interesse Ambientale vengono in scelte in base a considerazioni di Biodiversità, intervalli di specie e flusso genico, nella CCZ  queste aree ricadevano già in parte in zone già date in esplorazione e quindi è stata erosa l’efficacia dell’intero impianto protettivo.

Gli scienziati chiedono inoltre che il processo di emanazione del quadro regolatorio in discussione, avvenga in modo razionale: la comunità scientifica deve essere coinvolta prima nel produrre le linee guida per minimizzare gli impatti ambientali dell’estrazione mineraria oceanica e soltanto dopo l’ISA, sentiti tutti i portatori di interesse, troverà i giusti compromessi tra protezione dell’ambiente e interessi economici. Evidentemente, non è quello che sta avvenendo.

Esistono comunque rischi concreti che non possono essere sottaciuti: la scienza che studia come creare aree marine protette per diminuire gli impatti dell’estrazione mineraria oceanica è piuttosto recente; i fondali oceanici sono poco studiati; i reali impatti delle tecniche di estrazione che potrebbero essere impiegate sono sconosciuti; la biodiversità coinvolta è elevata ed eventuali danni avrebbero tempi biologici di recupero molto lenti per le caratteristiche ambientali dei fondali.

FUORI DAI DENTI

Gli stessi scienziati dell’articolo su Science, liberi dal gergo accademico usato nella pubblicazione, usano toni meno posati. Lisa Wedding, coautrice dell’articolo e ricercatrice al Center for Ocean Solutions, ha dichiarato:

Sappiamo, da studi di breve termine, che l’estrazione mineraria produrrà molti danni, ma non sappiamo quali saranno le conseguenze a lungo termine e su scala più vasta.

Secondo Larry Crowder della Standford University:

E’ probabile che le decisioni che l’ISA assumerà nella prossima settimana [NdA: entro il 24 luglio] avranno un impatto sull’estrazione mineraria dai fondali marini per il prossimo secolo.

Il tutto sta avvenendo in sordina, senza risonanza mediatica. Sarah Reiter, un’analista di politica oceanica alla Monterey Bay Aquarium e coautrice dell’articolo:

“Siamo rimasti sorpresi: l’opinione pubblica non sa quello che sta succedendo”

Giusto per dare un’idea della tecnologie minerarie considerate “promettenti” per l’estrazione dai fondali oceanici è disponibile questo video:

E’ una tecnica pensata per i fondali ricchi di sulfuri, quindi non esattamente le tipologie di minerali che abbiamo visto. Ma i principi tecnologici sono simili. In pratica, si prevede l’asportazione del fondale.

un augurio (ingenuo)

Tra i mandati dell’ISA c’è quello di preservare un patrimonio comune dell’umanità. A livello formale questo implica che l’interesse delle generazioni future deve essere rispettato mentre si fa uso del bene comune.

Chissà se almeno uno dei rappresentati all’Assemblea o del Concilio Generale in ISA riuniti in questo giorni a Kingston farà notare che tra l’interesse delle future generazioni, oltre a quello economico e ambientale, c’è anche il diritto di avere ancora dei depositi minerali sfruttabili.

Speriamo.

Di solito, l’esaurimento delle risorse non è esattamente una priorità politica. La strategia delle cavallette ha un fascino troppo forte.

p. s. Per chi è interessato c’è una raccolta firme su Avaaz per far sentire la voce dell’opinione pubblica nella sessione corrente dell’ISA.

Note

[1] Esse si dividono in: acque territoriali (entro le 12 miglia nautiche dalla costa), ove lo Stato è sovrano ma deve concedere il cosiddetto “passaggio inoffensivo”; la zona contigua (ulteriori 12 miglia nautiche), in cui lo Stato può inseguire e catturare chi viola le sue leggi; la zona economica esclusiva(ZEE, entro le 200 miglia), ove lo Stato esercita i diritti minerari e di pesca; la piattaforma continentale, il naturale prolungamento della ZEE per le sole attività minerarie, sino a 350 miglia nautiche o entro le 100 miglia nautiche dall’isobata dei 2500m di profondità.

[2] Si utilizzano le stime di Hein et al. 2013 riferite alle stime di global terrestrial reserve base (TRB) pubblicate dall’USGS nel 2009. Queste ultime includono sia le risorse disponibili economicamente(riserve), sia quelle che lo sono marginalmente, sia quelle la cui estrazione sarebbe per ora in perdita. Per i noduli è indicata solo l’area CCZ (Clarion-Clipperton Zone, nel pacifico, vedi mappa sopra), mentre per le croste delle montagne sottomarine ci si riferisce solo alla Pacific Prime Crust Zone. Da osservare che sarebbero recuperabili in concreto solo una parte delle stime delle riserve marine. Lo stesso dicasi per la stima delle riserve basi terrestri.

[3] Sono qui sommate insieme le stime per la CCZ e la PCZ, vedi nota precedente.

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6 risposte a “Raschiare il fondo degli oceani: le patate minerali

  1. C’è poco da dire, salvo che l’animale uomo si sta rivelando sempre più pericoloso e una iattura per tutto l’ecosistema.

    • dopo lo sfruttamento minerario degli asteroidi e dei pianeti vicini, che ha fatto ridere quei pochi esseri pensanti rimasti, ora si apre la frontiera degli abissi marini. Ma non ne avranno il tempo: questo luglio è ormai il più caldo della storia recente. E’ come cercare di sventrare una belva: credono forse che questa li lasci fare indisturbati?

      • A 4000m di profondità ci sono 400atmosfere e tra 1 e 3°C. Non credo che il riscaldamento della superficie del mare possa frenarli.

  2. Mi pare che l’attività mineraria del genere sia veramente “capital intensive”. Potrebbe anche non avverarsi mai se i prezzi delle commodity non saliranno di prezzo, e di molto.

    • E’ vero che ultimamente le materie prime vedono prezzi in calo e che le operazioni in mare sono molto più costose che su Terraferma, come ci insegna l’industria petrolifera. Ma non è probabile che il prezzo delle commodity rimanga basso a lungo, ed è impossibile che sul lungo termine non ritorni alto. E i tre elementi citati nell’articolo sono molto importanti per l’Industria e la crescita.
      Quello che conta ora comunque non è l’inizio tra un mese, un anno e 5 anni delle operazioni di estrazione. Adesso importa che venga impostato il quadro normativo che sarà vigente in futuro per questo tio di sfruttamento. I principi e criteri che saranno proposti e accettati ora, faranno la differenza per decine di anni.

  3. Pingback: L’anno passato, insieme | Risorse Economia Ambiente

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