Una crema solare “permanente”

the_cool_sun_by_deohboeh-d330n3tNon può essere comprata, né spalmata, né tolta. Eppure è una crema solare ideata nel 1987 che abbatte gli ultravioletti di un buon 10%, e ci proteggerà mentre saremo in mare e in montagna.

E rappresenta anche il più grande successo ecologista di tutti i tempi.

Un articolo dedicato a chi non crede che l’uomo possa alterare l’ambiente su scala globale, a chi non crede che l’uomo possa fare qualcosa per rimediare e a chi non crede che ci possano essere benefici reali e pratici nel prendersi cura del nostro Pianeta Terra.

In occasione dell’Earth Overshoot Day, che quest’anno cade giovedì 13 Agosto, vogliamo cambiare registro e pubblicare non il solito articolo sui danni che causiamo alla Terra, ma su come siamo riusciti, almeno in un’occasione, a proteggerla. Per ricordarci che, se vogliamo, ce la possiamo fare.

Di Dario Faccini

Questa sarebbe una storia lunga, ma racconteremo, per ora, solo il finale, facendone una sintesi ed evidenziando i benefici di cui stiamo godendo in questa bella (e forse troppo calda) estate.

Come funziona

Fu un accordo a tempo di record. Nel 1987 a Montreal venne siglato il protocollo che avrebbe messo al bando una serie di gas noti come clorofluorocarburi (CFC) che si erano appena scoperti essere responsabili del Buco dell’Ozono.

L’ozono è un gas inquinante a livello sel suolo, ma molto importante alle alte quote (stratosfera, 15-50km) in quanto abbatte i dannosissimi raggi ultravioletti emanati dal Sole (frazione UVB) che provocano melanomi, danni alla vista e persino rallentamento della fotosintesi nelle piante.

Negli anni ’80 i CFC erano usati in tutti i sistemi refrigeranti e come gas propellenti nelle bombolette spray. Se ne producevano oltre un milione di tonnellate l’anno, che in un modo o nell’altro finivano nell’atmosfera. Ogni singola molecola di CFC può distruggere migliaia di molecole di ozono, in un processo chimico ciclico chiamato catalisi.

Ci stavamo mangiando lo strato di ozono che protegge la vita sulla Terra.

Il Protocollo di Montreal fu un successo, perché alla fine venne ratificato da tutte le nazioni del mondo. La soluzione proposta fu di sostituire i CFC con altri gas, meno impattanti sull’ozono (benché con altri risvolti negativi sul clima).

I benefici

Quest’anno, uno studio pubblicato su Nature  ha fatto il punto sui benefici pratici che il bando dei CFC ha portato nella vita di ognuno di noi. Alle latitudini del Nord Italia (45°) la conservazione dell’ozono stratosferico permessa dal Protocollo di Montreal ha ridotto l’intensità degli ultravioletti di oltre il 10% da gennaio a giugno e tra il 5 e il 10% tra giugno e dicembre (vedi figura 1B). L’effetto è naturalmente particolarmente benefico nel periodo estivo, quando i raggi solari sono più perpendicolari e la radiazione UV è più intensa (vedi figura 1A).

Nature_UV evitati con Protocollo Montreal

Figura 1A: Indice UV incidenti nelle varie stagioni dell’anno di riferimento (2011) e alle varie latitudini, secondo il modello che considera gli effetti del Protocollo di Montreal. Figura 1B: riduzione percentuale indice UV (calcolata come differenza tra l’indice UV nell’ipotesi senza Protocollo di Montreal e  nell’ipotesi con) in base al periodo dell’anno e alla latitudine. Figura 1C: Mappa globale della riduzione percentuale dell’indice UV dovuta al Protocollo di Montreal. Fonte: Chiepperfield et al., “Quantifying the ozone and ultraviolet benefits already achieved by the Montreal Protocol”, Nature Communication, May 2015

 

In generale a giovarsi di questa riduzione di UV sono soprattutto le popolazioni che abitano a latitudini più elevate. Per due motivi: la riduzione assoluta di UV è minima all’equatore e massima ai poli (vedi figura 1C) e il fenotipo tipico della pelle è più chiaro, quindi più sensibile ai danni UV (in effetti in Italia l’incidenza dei melanomi al Nord è doppia rispetto al Sud [1]).

A tutti gli effetti, sia fisici che sanitari, la conservazione dell’ozono è come avere lasciato una crema solare protettiva permanente nella stratosfera, che l’emissione di ulteriori CFC avrebbe tolto.

In termini sanitari non è facile fare un calcolo degli impatti evitati, ma qualche ordine di grandezza si può dare.

Tra i tumori cutanei si individuano tre categorie principali, i carcinomi spinocellulari (quando originano dalle cellule più esterne), i melanomi (intermedie),  e quelli basocellulari (le cellule della membrana basale, più interne). Per i melanomi, che mettono anche a rischio di vita, non è ancora stata fatta una correlazione tra dose UV assorbita e tassi di incidenza. Si consideri però che l’incidenza dei melanomi in Italia è in costante aumento(oltre +3% all’anno), sia per l’applicazione di diagnosi precoci, sia proprio per l’aumento all’esposizione agli UV[2].

Standardizzazioni_-_Melanoma_maligno_-_Italia_-_Donne+Uomini_-_0-99_-_Popolaz._standard_Europea_(per_100.000_abitanti)
Figura 2: Storico incidenza di melanomi in Italia, nuovi casi all’anno ogni 100.000 abitanti (da banca dati www.tumori.net)

 

Quindi i benefici nella riduzione dei melanomi sono reali, ma purtroppo non ancora quantificabili.

Il dato esiste però per le altre due tipologie di tumori, meno pericolosi in senso assoluto: per ogni incremento del 5% dell’indice UV, il tasso di incidenza dei carcinomi spinocellulari aumenta del 15%, mentre quello dei carcinomi basocellulari dell’8%[3].

Solo in Italia sarà allora evitata ogni anno l’insorgenza di almeno 16200 carcinomi spinocellulari e 2300 carcinomi basocellulari, e di tutti i costi sanitari conseguenti [4]

Non male.

Certo, ci sarebbe molto da dire ancora sul buco nell’ozono e sui gas che sono stati usati per sostituire i CFC.

Ma una volta tanto fermiamoci alla buona notizia.

Sono così rare.

Note

[1] AIRTUM-AIOM, I numeri del cancro 2104, pag 63

[2] AIRTUM-AIOM, I numeri del cancro 2104, pag 149

[3] Chiepperfield et al., “Quantifying the ozone and ultraviolet benefits already achieved by the Montreal Protocol”, Nature Communication, May 2015

[4] Il numero totale annuo di nuovi tumori cutanei (non melanomi) si deduce da pag 15 di  [1], ed è pari a 72.000, la ripartizione tra spinocellulari e basocellulari è 75% e 20% (pag WEB Airc). Usando i dati di correlazione dose UV-aumento incidenza già riportati, e considerando una dose UV evitata del 10%, i casi all’anno evitati in Italia di carcinomi spinocellulari sono 16200, mentre per quelli basocellulari 2300.

 

 

4 risposte a “Una crema solare “permanente”

  1. Ottimo report..si può fare tantissimo..basta volerlo..
    Alcuni anni fa intervenni in un forum meteo (amatoriale) parlando dei cfc come prova che i cambiamenti non solo sono reali, ma sono qui presenti, proprio oggi..provocati dall’azione umana..
    Ricordo ancora bene alcuni interventi contrari al mio..qualcuno, se non ricordo male, mise addirittura in dubbio la validità del protocollo stesso..
    Un saluto.
    Stefano

  2. ora ho capito perchè il Bonacchi mi disse che i cocomeri moscatelli non gli maturavano più a causa del sole che era diventato cattivo. Gli UV rallentano la fotosintesi!

  3. Pingback: L’anno passato, insieme | Risorse Economia Ambiente

  4. Pingback: Ma non dovevamo bucarlo più? | stop fonti fossili!

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