Meno acqua, meno petrolio

Syncrude upgrader. Alberta Tar Sands. 2005.

Essere il paese al mondo più ricco di acqua dolce e dover fermare parte delle attività petrolifere perché i fiumi sono a secco. 

Il paradosso estivo di quest’anno è il Canada.

Di Dario Faccini

Premessa: l’Alberta

L’Alberta è la provincia del Canada Occidentale in cui sono presenti enormi depositi di sabbie bituminose sfruttate per estrarre un petrolio pesante (molto viscoso) simile al bitume difficile da trasformare ed utilizzare. Parte di questo bitume viene ulteriormente trattato, con l’ausilio di gas naturale, per diventare un petrolio sintetico leggero (fluido).

tar sands
Sabbie bituminose nel bacino dell’Athabasca, provincia dell’Alberta, Canada. Fonte: Suncor Corp.

 

Le sabbie bituminose sono progressivamente sempre più importanti per il Canada, che vede in declino la sua produzione di petrolio convenzionale. Nella figura successiva, i petroli convenzionali canadesi (leggeri e pesanti) sono rappresentati dai primi quattro colori in basso, mentre le sabbie bituminose sono indicate in azzurro (per le miniere a cielo aperto) e arancione (per gli impianti di estrazione in situ, cioè con tecniche di iniezione ed estrazione senza asportare la copertura vegetale).

canada oil sands historical and projections

Produzione storica di petrolio (pesante+leggero) in Canada dal 2000 al 2013, e proiezione sino al 2035. Fonte: National Energy Board, “Canada Energy’s Future 2013“.

 

Dal 2000 al 2015 la produzione di petrolio dalle sabbie bituminose è passata da meno di 1MB/d ad oltre 2,5MB/d ed è prevista salire al 2035 a 5MB/d.

Gli impatti ambientali sono però particolarmente devastanti. Nelle miniere al cielo aperto, ampie porzioni di foresta boreale devono essere asportati per permettere l’asportazione del bitume, che poi deve essere separato con trattamenti termici e chimici dalla frazione inerte, mediante l’utilizzo di grandi quantità di acqua ed energia.

L’acqua in particolare viene prelevata o dalle falde o dal fiume Athabasca, un corso d’acqua di oltre 1400km che finisce in un enorme delta, che, per la sua importanza ecologica e per il suo stato di conservazione, è designato dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità.

L’estate 2015

E qui iniziano i problemi di quest’estate.

Nonostante sia in inverno il periodo di magra dell’Athabasca, nella parte superiore del corso del fiume in estate è necessaria una portata di almeno 900m3/s per mantenere inalterata la funzionalità degli ecosistemi che dipendono dal fiume. Quest’anno, all’inizio di agosto invece la portata non raggiungeva i 560m3/s.

La causa è naturalmente sempre la stessa: il clima. Gli effetti di un’estate con temperature superiori alle medie del periodo si sono sommati a quelli di una primavera con basse precipitazioni.

L’autorità canadese per l’energia ha così emanato la sospensione delle licenze di prelievo temporaneo d’acqua per l’industria del petrolio e del gas, lungo il corso superiore dell’Athabasca e dei fiumi vicini. Tali licenze hanno la durata massima di un anno e sono spesso richieste per operazioni a breve termine come il controllo delle polveri e la perforazioni di pozzi. Per ora la limitazione non coinvolge altre licenze, ma il problema potrebbe presto aggravarsi e spostarsi più a valle dove hanno sede i grandi impianti di trattamento delle sabbie bituminose, come quelli della Shell, della Syncrude e della Suncor, che consumano grandi quantità di acqua.

Il paradosso è che tutto questo avviene in Canada, la nazione che possiede più laghi ed acque interne al mondo.

Un futuro a secco

L’industria petrolifera delle sabbie bituminose afferma che ha ridotto enormemente il consumo di acqua per barile prodotto e continuerà a farlo in futuro.

Water efficiency tar sands
Barili di acqua dolce utilizzati per produrre un barile di petrolio in Canada, differenziati per tecnica estrattiva. In azzurro l’EOR e il fracking nel bacino sedimentario del Canada Occidentale, in rosso le sabbie bituminose estratte “in situ”, in verde le sabbie bituminose estratte con miniere a cielo aperto. Fonte: sito WEB Canadian Association of Petroleum Producers.

 

Il trend complessivo  però non è affatto positivo.

Innanzitutto come abbiamo già visto, ogni miglioramento dell’intensità di uso dell’acqua sarà annullato dall’aumento previsto dei volumi di produzione di petrolio pesante, per cui il consumo totale di acqua dolce vedrà comunque un incremento. Uno studio del 2010 colloca al 2025 questo aumento tra il 120% e il 165%, rispetto al 2005. A questo andrebbero sommati i maggiori usi residenziali dovuti all’incremento della forza lavoro nella regione, dal 2000 già aumentati dell’88% nel bacino dell’Athabasca. Gli impatti potrebbero riflettersi anche al di fuori della stagione vegetativa, quando in inverno i corsi d’acqua sono in magra.

In secondo luogo recenti studi indicano che il trend climatico condurrà a portate d’acqua via via in calo nel bacino dell’Athabasca, soprattutto d’estate. La riduzione dei ghiacciai che alimentano i corsi d’acqua, che già nello scorso secolo hanno perso un buon 25% del volume, potrebbero ridursi di un altro 80/90%. Su tutto poi pende la spada di Damocle di un improvviso calo delle precipitazioni: analisi dei trend passati hanno mostrato che il secolo scorso è stato tutto sommato abbastanza stabile e piovoso per l’Alberta, rispetto ad episodi di siccità molto severi che si sono verificati nei secoli precedenti, tra cui l’apice è stato raggiunto dalle “megasiccità medioevali” che hanno colpito tutto il Nord America.

L’industria petrolifera già ora detiene il 92% dei diritti di prelievo licenziati per le acque superficiali dell’Athabasca, di cui un 32%(2005) viene effettivamente utilizzato. Tali diritti vengono assegnati non con quote proporzionali, ma a blocchi fissi, come se l’Athabasca o un qualsiasi altro corso d’acqua avesse una portata costante tutto l’anno.

Come se il clima, le temperature, le precipitazioni non dovessero mai cambiare.

 

6 risposte a “Meno acqua, meno petrolio

  1. se non ci mette un fermo la natura….

  2. Ho una domanda per il dottor Faccini, che prende solo spunto dalle sabbie bituminose. Dicevano che il calo del prezzo del petrolio avrebbe cassato il tight oil da fracking. Ora, un qualche problemino mi pare ci sia stato ma in qualche modo l’industria del fracking si sta mantenendo a galla. É ancora troppo presto o si sono sottovalutate le migliorie tecnologiche disponibili? Sempre in tal senso mi pareva di aver letto che le sabbie bituminose hanno un costo estrattivo ancora superiore e non di poco. Allora come é possibile, acqua o meno, che stiamo ancora qua a parlarne? Ormai é un bel po’ che il prezzo del barile si é abbassato. Grazie e saluti.

    • Che con il calo del prezzo del barile sarebbe entrato in crisi il comparto petrolifero, beh questa era una previsione facile e in effetti era probabilmente l’obiettivo di Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati. Che l’industria del fracking crollasse invece è stato un tormentone un pò fuori dalla realtà. Solo in questi ultimi mesi si può parlare di vera sofferenza dell’industria dello shale e probabilmente vedremo alcune bancarotte e fusioni nel comparto nei prossimi mesi. Ci sono vari motivi, di cui abbiamo già scritto.
      Vale per tutto una regola: sarebbe stupido per un ‘azienda petrolifera non fare fruttare gli investimenti già fatti o completare quelli ormai terminati. Per cui tutti pompano petrolio al massimo, almeno per ridurre le perdite.
      Poi in ogni settore, e il petrolio non fa differenza, ci sono attori più competitivi e altri meno. Questi ultimi saranno i primi a finire fuori mercato mentre i primi dovrebbero in qualche modo cavarsela.
      Il fenomeno fracking è poi relativamente recente, quindi la legge dei ritorni decrescenti si deve ancora far sentire appieno. Diamo tempo al tempo. Le leggi della natura sono lente, ma inesorabili.

  3. Pingback: Meno acqua, meno petrolio |

  4. S&P segue con attenzione le vicende del tight oil e quest’anno sono fallite 60 società petrolifere, più altrettante nel 2014, ma trasformare denaro inventato in petrolio è possibile. Se come dicevo sopra la natura non ci mette un freno.

  5. Pingback: L’anno passato, insieme | Risorse Economia Ambiente

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