Galline d’oro (nero) in fuga

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Sono da sempre le galline dalle uova d’oro. Alti dividendi sia con il bello e sia con il cattivo tempo sui mercati.

Ma adesso sono attaccate su troppi fronti e devono scegliere.

Adesso devono calare la cresta.

Di Dario Faccini

Gli amministratori delegati di 10 tra le più grandi compagnie di idrocarburi del mondo, da sole responsabile per un quinto di tutta la produzione di petrolio e gas mondiale, si sono ritrovati la settimana scorsa a Parigi per fare una dichiarazione sul clima.

Il primo pensiero che passa per la mente è: niente di buono.

E invece sentite un pò cosa dichiarano:

Accettiamo l’obiettivo generale di limitare l’aumento della temperatura media globale a 2 gradi centigradi e riconosciamo che l’attuale tendenza delle emissioni mondiali di gas serra (GHG) non è coerente con questo obiettivo.

[…]
I Governi fissano le condizioni entro le quali noi produciamo e usiamo l’energia, e hanno un ruolo critico da giocare nella creazione di chiari e stabili quadri normativi che siano coerenti con un futuro a 2°C.
Noi sosterremo l’attuazione di questi quadri normativi perché aiuteranno le nostre compagnie a prendere decisioni informate e a dare contributi efficaci e sostenibili per affrontare il cambiamento climatico.

A questo punto viene da chiedere: di quali compagnie petrolifere stiamo parlando? Di queste: BG, BP, PEMEX, ENI, RELIANCE INDUSTRIES, REPSOL, ROYAL DUTCH SHELL, STATOIL, TOTAL e, ciliegina sulla torta, SAUDI ARAMCO.

Ora, chiariamo subito che non si tratta di una mossa disinteressata e senza importanti distinguo. Ad esempio il rapporto pubblicato insieme alla dichiarazione si intitola “più energia, meno emissioni”, giusto per chiarire che  ruolo del settore OIL&GAS non va certo ridimensionato. Le vie per ottenere la botte piena e la moglie ubriaca sono sempre le stesse:

  • spingere verso una transizione dal carbone al gas naturale, che nella combustione emette meno CO2 (notare come l’industria di estrazione del carbone non abbia legami stretti con il settore OIL&GAS);
  • ridurre le emissioni e le perdite di gas naturale, che se ne non viene bruciato è decine di volte più climalterante del CO2 (qua va riconosciuta una certa onestà intellettuale almeno nel porre il problema, assai impegnativo);
  • aumentare l’efficienza nelle produzione di energia e nel consumo
  • e infine, non poteva mancare, la mitigazione delle emissioni con la cattura e il sequestro del CO2 (già, proprio una bella idea)

Ma rimane un fatto importante e significativo: queste compagnie petrolifere non si oppongono apertamente ad una carbon tax, e con l’approssimarsi della conferenza di Parigi, questo non è un fatto di poco conto. [1]

In realtà queste prese di posizione non sono poi così stupefacenti. Le compagnie coinvolte in questa dichiarazione pubblica hanno base in Regno Unito, Messico, Italia, India, Spagna, Olanda, Francia, Norvegia e Arabia Saudita. Non ci sono compagnie USA. Questo divorzio tra le compagnie petrolifere non americane e quelle statunitensi è stato lungo e travagliato. E’ iniziato alla fine degli anni ’90 quando BP e Shell hanno abbandonato Exxon e Chevron nella loro battaglia di lobby antiscientifica, ed ha finito di consumarsi a metà del 2015, quando un blocco capeggiato dalle compagnie petrolifere europee ha chiesto all’ONU di creare un quadro normativo stabile per una carbon tax.

Il risultato è che ora mentre le compagnie petrolifere USA hanno avuto successo nel confondere per bene le idee dell’elettorato e dei politici nazionali, quelle europee invece hanno mantenuto quel minimo di dignità che permette loro di non essere tagliate fuori dai processi decisionali sulla lotta ai cambiamenti climatici.

Ma non è tutto qui.

L’attuale periodo è caratterizzato da alti costi di estrazione del petrolio che devono confrontarsi con i (relativamente) bassi prezzi del barile dovuti a quel gioco del pollo di cui vi abbiamo già parlato. I profitti delle compagnie del settore OIL&GAS sono quindi sotto pressione. Per le Big Oil, le compagnie più grandi ed integrate, c’è un problema in più: dimostrare di rimanere comunque, anche nelle avversità, quelle “galline dalle uova d’oro” in grado di remunerare con alti dividendi gli azionisti.

Questo problema è tutt’altro che banale. Da più parti si annunciano cambiamenti e rivoluzioni radicali che potrebbero portare gli investimenti azionari in compagnie petrolifere a divenire meno remunerativi e più rischiosi:

Le idee possono essere pericolose e l’interesse delle Big Oil è evitare che una qualsiasi di queste possa prendere piede. Per questo motivo hanno mantenuto alti dividendi nell’ultimo anno, anche a costo di tagliare gli investimenti ed aumentare l’indebitamento  Per lo stesso motivo è vantaggioso il loro atteggiamento collaborativo nei confronti della conferenza di Parigi: le compagnie si presentano come parte della soluzione climatica invece che rimanere parte del problema. Si vestono di verde e spuntano gli argomenti di chi spinge a disinvestirvi.

Se poi la confernza di Parigi sul Clima non dovesse essere un successo, la colpa non sarà certo loro.

La colpa sarà dei governi mondiali che non avranno saputo trovare un accordo.

E per ora non è che ci siano grandi rassicurazioni in questo senso.

Note

[1] Non che questo venga detto chiaramente nel rapporto, ma ci sono un paio di riferimenti indiretti quando citano buone pratiche che hanno già intrapreso, come quella di effettuare valutazioni economiche sulle emissioni di CO2 dei nuovi progetti nel caso che vengano approvati in futuro schemi normative che impongono un costo per ogni tonnellata di carbonio emessa. Come dire: già lo facciamo. Alcune compagnie, come quelle con base Messico, Arabia Saudita e India, non sostengono apertamente una carbon tax e quindi nonostante quelle europee siano favorevoli non se ne trova traccia in questa presa di posizione.

 

 

6 risposte a “Galline d’oro (nero) in fuga

  1. Quanta aria fritta. L’unica soluzione percorribile è l’abbandono del consumo di massa di combustibili fossili e nella produzione energetica in pochi anni. E non ce n’è traccia nelle politiche degli Stati, tranne forse in quelli scandinavi.

  2. Paolo B.
    Dal punto di vista ambientale lei ha sicuramente ragione
    Ma chi si assume la responsabilità di far morire qualche miliardo di persone di fame e freddo?
    (Che poi si tratta di decedere se farlo subito o rimandare per poi pagare con gli interessi)

  3. Perchè siamo convinti che senza petrolio moriremo in miliardi? innanzitutto abbandonando il consumismo e vivendo soddisfando solo le esigenze primarie, consumeremmo molto meno petrolio. Abbandonare l’automobile di massa e optare per i trasporti pubblici collettivi o il car sharing, incentivare le rinnovabili sfruttando le fonti fossili per implementarle, regolamentare le nascite, ricorrere alle tecniche agricole libere dai fossili e combattendo gli insetti dannosi con i loro nemici, ecc. Se non ci fosse la cultura del dio denaro tutto questo sarebbe possibile.
    E comunque senza procedere in questa direzione i miliardi di morti ci saranno ugualmente per fame, freddo e malattie. In un ambiente ecologicamente devastato.
    E allora di cosa parla?

  4. Importante al momento il discorso sui flussi di cassa in perdita. Comincia a farsi sentire anche la insostenibilità finanziaria di una parte almeno delle avventure estrattive. Vai a vedere che qualcuno di questi signori sta cercando di scendere dal carro prima di andare a sbattere?

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