Cielo chiuso sul carbone

kellingley

“Non è come un qualsiasi altro impiego. Lavori a 800 metri dalla superficie e viaggi per 90 minuti accartocciato in un piccolo treno, sudando e poi scendi e vai a fare il tuo lavoro.”

Dall’altro ieri questo lavoro nel Regno Unito non c’è più. E anche nel resto del mondo, ha un futuro… nero come il carbone.

Di Dario Faccini

Sembra un gioco di parole.

Due giorni fa ha chiuso l’ultima miniera a “cielo chiuso” di carbone nella patria storica della Rivoluzione Industriale, il Regno Unito, che sul nero combustibile ha basato le sue fortune e il suo avanzamento tecnologico. E’ infatti proprio per risolvere il problema dell’infiltrazione dell’acqua nelle prime miniere profonde di carbone che sono nati i motori a vapore di Newcomen e Watt (per citare solo i due più famosi) dando il via all’era dei combustibili fossili.

La miniera in questione è quella di Kellingley, nel Nord Yorkshire, aperta nel 1965 e chiusa il 18 dicembre 2015. Alla massima produzione poteva estrarre 900 tonnellate di carbone all’ora, mediante due pozzi profondi 800 metri e impiegava 2000 dipendenti.

Cielo aperto, cielo chiuso

Gli ultimi 450 minatori hanno manifestato due giorni fa, addossando la colpa al governo Conservatore, ma sono rassegnati al loro destino. Sanno bene che non c’è nulla da fare. I 10 milioni di sterline che il governo ha stanziato per mantenere aperta un altro anno la miniera sono finiti. Proprio così. La realtà, al di là delle ideologie, delle convinzioni personali e degli indiscussi impatti ambientali della peggiore tra tutte le fonti fossili, è solo questa: le 30 milioni di tonnellate di carbone che ancora giacciono sul fondo della miniera non saranno mai estratte perché non avrebbero mercato. Troppo care.

Non è un problema tecnologico. Semplicemente l’estrazione da miniere a cielo chiuso è più costosa, sia in termini di energia che di denaro, rispetto a quelle a cielo aperto. In superficie è possibile usare equipaggiamenti di dimensioni maggiori, un minor numero di apparecchiature e operazioni ausiliarie, un numero di addetti inferiore, senza contare condizioni di lavoro più salubri e sicure. Da un punto di vista energetico, l’EROEI, cioé la resa in termini di energia, diminuisce al crescere della profondità del deposito minerario. In termini economici, i costi di estrazione sono da 3 a 4 volte maggiori nelle miniere a cielo chiuso rispetto a quelle di superficie.

Non sorprende quindi che nonostante la chiusura dell’ultima miniera a cielo chiuso, nel Regno Unito sopravvivano ancora numerose miniere di carbone a cielo aperto.

uk coal map

Mappa della distribuzione dei giacimenti onshore di carbone nel Regno Unito. I pallini verdi indicano le miniere a cielo aperto ancora attive, quello rosso l’ubicazione della miniera di Kellingley, l’ultima miniera a cielo chiuso che ha terminato l’attività il 18/12/2015. Fonte: British Geological Survay mediante BBC.

 

uk coal production

Il crollo della produzione di carbone da miniere a cielo chiuso nel Regno Unito. Si noti come la produzione dalle minierea cielo  aperto, pur essendo marginale, abbia sofferto molto meno. La fonte è il British Geological Survey, nell’ultimo rapporto disponibile sull’argomento datato 2006.

 

Costi a parte, anche gli impatti ambientali delle miniere variano in funzione della profondità: le miniere a cielo chiuso vengono considerate meno impattanti perché non prevedono la rimozione del suolo fertile e della vegetazione, ma di contro permettono l’estrazione di un carbone che può essere più contaminato da elementi pericolosi. Nel Regno Unito il carbone estratto dalle miniere a cielo chiuso era ricco di sostanze nocive (zolfo e cloro in primis), per cui prima di essere impiegato nelle centrali termoelettriche veniva miscelato con quello estratto da miniere a cielo aperto, che di norma, risultava meno contaminato.

LA CINA GIRA LE SPALLE

Il carbone fornisce il 30% dell’energia primaria consumata nel mondo e il 40% dell’energia elettrica prodotta. Il 70% della produzione globale di acciaio si basa proprio sul carbone, rappresentando il 15% del consumo di questa fonte fossile (World Coal Association 2014).

Il consumo di carbone ha avuto due tendenze opposte negli ultimi decenni: in calo nei paesi sviluppati, in crescita in quelli in via di sviluppo e nel blocco BRICS. Nel complesso la tendenza è stata verso un aumento dei consumi.

Finora.

Il 2015 sarà ricordato come un anno terribile per l’industria del carbone, e probabilmente anticiperà di pochi anni un declino strutturale. Nei primi 9 mesi il consumo mondiale di carbone è crollato del 4,6%, un record storico. La Cina, responsabile da sola di metà del consumo globale di carbone, ne ha ridotto le importazioni del 31% e ne ha consumato il 4% in meno nelle centrali elettriche.

In Cina ci sono varie concause per questo crollo, alcune temporanee, tra cui il cambio economico in atto (minor domanda) ed annate piovose con maggiore produzione da idroelettrico, altre invece strutturali, quindi più importanti sul lungo termine. Tra queste spicca il problema dell‘inquinamento dell’aria. Da decenni ormai in Cina si forma un’enorme nube di inquinanti che aleggia nei mesi invernali, portando i valori delle PM2,5 a valori incredibilmente alti, con costi sanitari elevatissimi: uno studio del luglio 2015 ha stimato 1,6 milioni di morti all’anno per inquinamento dell’aria, il 17% di tutti i decessi in Cina. E’ proprio di ieri la seconda proclamazione dell’allerta di livello 4 (il massimo) a Pechino, con chiusura di scuola, veicoli a targhe alterne e riduzione dell’attività industriale.

L’uso del carbone nella produzione elettrica è uno dei principali responsabili dell’inquinamento dell’aria e il governo cinese è seriamente intenzionato a combattere il problema. Uno studio di greenpeace del mese scorso rileva che nei primi 9 mesi del 2015 il solare e l’eolico hanno quasi coperto il 100% della crescita di domanda di elettricità in Cina.

China RW growth

Disaggregazione della domanda e della produzione elettrica in Cina negli ultimi tre anni. Si osservi a fronte di un contributo importante dell’idroelettrico (stagionale) e del nucleare, solare ed eolico abbiano quasi interamente coperto la (debole) crescita della domanda nel 2015. Fonte: Coal terminal’s decline, Greenpeace.

 

E vista la capacità di pianificazione a lungo termine del governo cinese, è legittima la costruzione di scenari ad alta penetrazione elettrica delle rinnovabili come quello nella figura successiva.

China coal exit

Penetrazione elettrica delle rinnovabili in uno scenario ottimista, ma tecnicamente ed economicamente possibile. Fonte: Energy Foundation China.

 

Paradossalmente in Cina si continuano a costruire nuove centrali a carbone, non giustificate dalla domanda di elettricità. Le grandi compagnie statali hanno accesso al credito privilegiato e i tempi di ritorno dell’investimento nel carbone termoelettrico sulla carta sono abbastanza brevi. Le ore effettive di utilizzo delle centrali a carbone sono così in discesa, quasi mille ore all’anno in meno dal 2011 al 2015, e il vecchio adagio sulla fame d’energia in Cina si è trasformato: “ogni settimana la Cina aggiunge una centrale a carbone… inattiva“.

Il resto del mondo le ha già girate

Nel resto del mondo il carbone deve affrontare  un’opposizione crescente per gli impatti sul clima. Il carbone ha infatti le più alte emissioni di CO2 per unità di energia elettrica prodotta, il doppio di quelle del gas naturale (fonte: IPCC, pag 982).

Alla COP21 di Parigi, il carbone è stato messo sotto accusa da tutti, persino dalla compagnie petrolifere, che puntano sulla crescente quota di mercato del gas naturale.

Il prezzo internazionale del carbone è il più competitivo rispetto ad ogni altra fonte d’energia e questo spiega il suo largo impiego nella generazione elettrica. Ma è un prezzo che non include le esternalità, cioé i danni che provoca, per cui è indirettamente sussidiato per ben 2700 milardi di dollari all’anno, che sono pagati dai contribuenti di tutto il mondo sotto vari capitoli di spesa (sanitari, ambientali e ormai climatici). Una situazione idilliaca che è probabilmente destinata a cambiare: alla COP21 l’idea di una carbon tax è quella che ha messo d’accordo proprio tutti, persino i più conservatori.

Si potrebbe credere che siano tutte aspettative per un futuro neanche tanto vicino, in fin dei conti il sistema energetico ha un’inerzia enorme e il basso prezzo del carbone lo manterrà comunque conveniente. Qui però si innesta l’effetto moltiplicatore dei mercati finanziari.

Se c’è una cosa che sta facendo veramente male all’industria del carbone è la velocità con cui viene abbandonata dagli investitori. I motivi sono principalmente quattro. Il primo ha natura ciclica ed è legato al recente crollo del prezzo delle materie prime. Gli altri tre sono invece strutturali e non invertiranno la tendenza:

  • la progressiva penetrazione del gas naturale (eclatante negli USA con il fenomeno shale gas) e delle rinnovabili nella generazione elettrica che tolgono quote al carbone, in un ciclo di autorinforzo che fa salire i costi di quest’ultimo a favore del calo dei costi delle energie più pulite;
  • l’accumulo di vincoli regolatori alle emissioni delle centrali a carbone nelle economie avanzate;
  • la campagna di “disinvestimenti volontari” dal carbone per motivi climatici;

Complessivamente il settore del carbone è diventato il peggior investimento negli ultimi otto anni negli USA (2005-2013), come certificato da Carbon Tracker: -76%, contro un +69% dell’indice Dow Jones Industrial Average.

Un fallimento epocale che si riflette bene nel crollo del prezzo del carbone per usi termici (centrali elettriche), ad esempio in Europa.

coal eu price

Andamento del prezzo europeo di una tonnellata di carbone per usi termici. Osservare come l’asse delle ordinate parta da 40$ e non da zero. Fonte: bloomberg.

 

Anche il prezzo internazionale del carbon coke, per usi siderurgici, è in discesa.

coke international price

Andamento internazione del prezzo di una tonnellata di carbon coke. Osservare come l’asse delle ordinate parta da 80$ e non da zero. Fonte: bloomberg.

Anche se la domanda globale di carbone potrà verosimilmente aumentare ancora per qualche altro anno, il suo declino è inevitabile e ravvicinato. I mercati finanziari non amano settori in contrazione strutturale e con lo spostamento degli investimenti verso le rinnovabili e l’efficienza energetica il crollo del settore del carbone verrà accellerato.

Per il carbone, l’unico futuro possibile, è nero.

 

3 risposte a “Cielo chiuso sul carbone

  1. L’Inghiterra negli anni ’90 esportava petrolio carbone e gas.
    Ora ne è importatrice netta, auguri.

  2. Pingback: la tutela dei risparmiatori | gaia baracetti

  3. Pingback: L’anno passato, insieme | Risorse Economia Ambiente

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