L’insostenibile pesantezza dell’essere longevi

elderly

Il mito di una sempre maggiore longevità e salute. Alla prova dei fatti. 

Di Stefano Ceccarelli

Questo post è stato pubblicato in contemporanea anche sul blog stopfontifossili.

Il mito dell’immortalità è antico quanto l’uomo. Il terribile impatto di ogni essere umano con la morte, la sua ineluttabilità, e il dolore che una vita che si spegne porta con sé hanno rappresentato la sfida per antonomasia all’idea stessa di progresso sin da quando, con l’illuminismo, si faceva strada l’idea che nessun traguardo fosse precluso all’uomo moderno. Perché la morte è in sé stessa il più invalicabile dei limiti che il progresso scientifico e tecnologico ha di fronte. Ma se non hanno potuto sconfiggere la morte, il progresso e la scienza sono riusciti, con sforzi sovrumani, ad alleviare le nostre sofferenze e ad allungare le nostre vite. Con risultati strepitosi, come sappiamo. L’aumento della vita media è stato costante negli ultimi secoli, ed è andato di pari passo con la crescita della ricchezza. Vivere più a lungo è il risultato di una serie di fattori fra i quali un peso via via più rilevante lo hanno avuto le scoperte scientifiche nei campi della medicina e della biologia rese possibili dalla crescente disponibilità di risorse pubbliche e private destinate alla ricerca.

E’ opinione diffusa, anzi è uno dei pilastri dell’utopia progressista, che l’aspettativa di vita nei paesi sviluppati continuerà a crescere fino a raggiungere la soglia simbolica dei cento anni. Molti anzi già davano questo risultato per acquisito, sulla base della serie storica dei dati degli ultimi 170 anni che, almeno fino al 2010, mostra un aumento della speranza di vita alla nascita di 2,5 anni per decennio, praticamente una crescita di sei ore al giorno. Va da sé che non stiamo ragionando su quanto a lungo si possa vivere in linea teorica, o in un mondo ideale: l’esistenza di un gran numero di ultracentenari sta a dimostrare che il limite dei 100 anni può essere agevolmente superato (l’attuale primato, certificato dal Guinness World Records, è di 116 anni) e che i limiti alla longevità posti dalla biologia si collocano certamente al di là dei 120 anni. Non mi riferisco neanche all’aspettativa di vita in salute, che meriterebbe una riflessione a parte. La questione su cui vorrei ragionare riguarda invece la speranza di vita nel mondo reale, un mondo nel quale una serie di problemi su scala globale quali la stagnazione dell’economia, la crisi del debito, la sovrappopolazione, l’inquinamento, l’emergere di nuove epidemie e i cambiamenti climatici (tanto per citare quelli che mi sembrano più rilevanti) sembrano stringere l’umanità da più fronti in una tenaglia che limita e anzi mette a repentaglio l’avanzata del progresso come siamo abituati a conoscerlo.

Per comprendere come stia evolvendo la speranza di vita alla nascita (definita come il numero presunto di anni di vita di un individuo nato in quell’anno nell’ipotesi che i tassi di mortalità rimangano costanti in futuro) abbiamo bisogno di analizzare i trend demografici più recenti, a partire da quelli dei Paesi che si collocano in testa alle classifiche mondiali per questo indicatore. Infatti, per avvalorare l’idea che ci stiamo avvicinando al “picco della longevità”, dovremmo attenderci che per questi paesi sia più difficile mantenere lo stesso trend di crescita della media mondiale. Secondo le statistiche dell’OMS, tralasciando le nazioni più piccole, gli stati con la più alta aspettativa di vita alla nascita (dati 2013) sono Giappone, Spagna, Australia, Italia, Francia, Corea del Sud, Canada, Norvegia e Svezia. Esaminando per ciascuno di questi paesi l’aumento della speranza di vita osservato nel decennio 2004-2013, otteniamo il grafico che segue:

life expectancy

da cui si evidenzia come, se si eccettua la Corea del Sud che ha avuto un impetuoso sviluppo economico nel periodo considerato, l’incremento della speranza di vita continua a persistere ma è di intensità minore che in passato e tende a livellarsi nel quinquennio 2009-2013, assestandosi intorno a meno della metà dell’aumento medio mondiale. Esaminiamo ora i dati ancora più aggiornati disponibili e veniamo all’Italia. L’ISTAT ha appena diffuso le statistiche sugli indicatori demografici del 2015: accanto al previsto calo della natalità, su cui come era da attendersi si è concentrata l’attenzione dei media, è stato messo in evidenza un aumento della mortalità del 9,1% rispetto al 2014, che si traduce in una diminuzione della speranza di vita alla nascita, da 80,3 anni (2014) a 80,1 anni per gli uomini, e da 85 a 84,7 anni per le donne. In proposito, ISTAT commenta che “non è la prima volta che la speranza di vita alla nascita registra variazioni congiunturali di segno negativo (nel 1975 e nel 1983; nel 1980, nel 2003 e nel 2005 limitatamente alle donne) ma mai di questa intensità, in particolar modo per le donne” (il grassetto è mio). Sulla base delle tendenze storiche, l’ISTAT parla dunque di una diminuzione congiunturale, lasciando intendere che sia da aspettarsi che l’indice torni presto a crescere come in passato. Allo stesso tempo, però, il rapporto evidenzia che l’andamento negativo italiano è stato osservato anche in Gran Bretagna e in Francia, il che, mi chiedo, vorrà pur dire qualcosa… Naturalmente nessuno può sapere cosa accadrà nei prossimi anni, e sarebbe imprudente e scientificamente infondato sostenere che siamo di fronte ad una reale inversione di tendenza. Tuttavia, questi dati impongono una attenta analisi e una franca riflessione collettiva che non si fermi alle cause contingenti che possono aver determinato la diminuzione osservata.

Partiamo dalla lettura dei dati italiani. Anzitutto si deve sgombrare il campo da un possibile equivoco: non c’è per fortuna un allarme salute generalizzato, perché l’incremento di mortalità si concentra sulle classi di età molto anziane. Se di picco si tratta, in sostanza, esso riguarda la longevità più che la salute nel suo insieme (il che, beninteso, non vuol certo dire che i meno anziani scoppiano di salute). Ma proseguiamo con i numeri: se si esamina l’andamento della mortalità per mese emerge un picco molto marcato in luglio, pari al +20,3% rispetto al 2014, che non può non ricondursi alla persistente ed intensa ondata di calore che ha colpito il nostro paese. Il fenomeno ricalca quanto accadde nella caldissima estate del 2003, dove pure furono registrati migliaia di decessi in eccesso in tutta Europa. E’ ben noto dalla letteratura medica che l’esposizione prolungata a temperature elevate può far precipitare la situazione clinica di soggetti molto anziani affetti da patologie croniche specie di tipo cardiorespiratorio. Dunque, per quanto si possano predisporre opportune difese, l’avanzare del riscaldamento globale con l’aumento della frequenza delle ondate di calore è inevitabilmente destinato a contenere ogni ulteriore aumento della vita media anche nei paesi sviluppati. I cambiamenti climatici rappresentano allora un primo importante freno alla longevità che non possiamo più ignorare.

Veniamo ora al cuore del problema. E’ fuor di dubbio che la qualità e la quantità delle prestazioni erogate dal SSN, dopo molti anni di tagli agli stanziamenti statali, sono andate deteriorandosi in misura significativa. Una delle manifestazioni più evidenti del progressivo scadimento del sistema salute italiano, sistematicamente mascherato sotto le spoglie spesso menzognere dell’efficientamento, ha riguardato i reparti di pronto soccorso degli ospedali, ridotti in numero e depotenziati nell’organico. Va da sé che la rapidità e l’efficienza dei trattamenti d’emergenza possono fare la differenza fra la vita e la morte, e non stupisce che a fare le spese di un peggioramento qualitativo delle unità di primo soccorso siano soprattutto i più anziani. Non meno drammatici sono i problemi del costo delle visite mediche e delle estenuanti liste d’attesa alle prestazioni specialistiche, che inducono alcuni fra i soggetti più deboli a rinunciare alle cure e costringono altri ad accedervi quando la patologia è in uno stadio troppo avanzato.

Ma ci sono tagli meno appariscenti che non fanno altrettanto notizia. Uno di questi riguarda l’assistenza farmaceutica ospedaliera, vincolata a tetti di spesa resi in qualche modo indispensabili dall’alto costo dei farmaci innovativi. Proprio questi ultimi, peraltro, incontrano barriere imposte dall’autorità regolatoria che ne limitano la diffusione: l’esigenza di garantire la sostenibilità finanziaria del sistema ha prodotto negli ultimi anni, nel nome dell’appropriatezza, una serie di cervellotici meccanismi di rimborsabilità condizionata e restrizioni alla prescrivibilità che hanno reso problematico l’accesso alle cure più avanzate.

Vale la pena a mio avviso soffermarsi di più sul ruolo dei farmaci nel determinare le condizioni per un aumento della longevità. Nessuno in buona fede può negare che la disponibilità di terapie efficaci per il trattamento di una serie di patologie acute e croniche abbia prodotto dagli anni ’70 in poi una spinta decisiva all’allungamento della vita. Si tratta però di un traguardo conseguito a caro prezzo: il costo dei medicinali innovativi è aumentato progressivamente fino a mettere a rischio la tenuta dei sistemi sanitari pubblici. Questo aumento dei costi è strutturale al complesso meccanismo che genera l’innovazione in campo sanitario, caratterizzato da una serie di dinamiche difficili da scardinare, che provo a riassumere:

  • I costi medi di sviluppo di una nuova entità chimica sono cresciuti esponenzialmente, passando da circa 150 milioni di dollari negli anni ‘70 ai 2,5 miliardi di dollari stimati nel 2010;
  • Il time to market è anch’esso aumentato fino agli attuali 15,2 anni, che è il periodo che in media intercorre fra la fase di discovery fino all’immissione in commercio: nessun altro settore industriale registra un simile gap temporale fra l’invenzione e il lancio del prodotto;
  • Si è assistito a quello che potremmo definire il ritorno decrescente dell’attività di ricerca, nel quale la produttività del processo di R&S è rimasta sostanzialmente costante, ma ha visto nel tempo crescere il numero di me-too (farmaci nuovi ma chimicamente e farmacologicamente affini ad altri già in commercio) a danno del numero dei cosiddetti blockbuster, cioè i medicinali realmente innovativi in grado di apportare benefici significativi, che si è sensibilmente contratto;
  • Per assicurare il successo commerciale di un nuovo farmaco, specie laddove il suo valore aggiunto è marginale, Big Pharma ha spinto sull’acceleratore della pressione promozionale, generando scandali a non finire e facendo lievitare a dismisura i costi di marketing che sono poi ricaduti sulla collettività.

E’ facile comprendere come l’esigenza di una governance sostenibile dei sistemi sanitari faccia letteralmente a pugni con un sistema come quello descritto, che potrà essere in grado di produrre ancora innovazione solo in un contesto di crescita economica sostenuta lungo un orizzonte temporale di diversi decenni. Senonché, diventa sempre più chiaro a sempre più persone che le sfide che l’umanità ha di fronte impongono di tirare il freno a mano e ripensare radicalmente un modello economico che non può reggere l’urto dei limiti dettati dalla sovrappopolazione e dalla crisi ecologica globale. E allora nessuno può seriamente pensare che le risorse da destinare alla sanità possano in futuro crescere in misura tale da poter ripagare i costi e garantire i profitti dei colossi dell’industria farmaceutica in presenza di un’eventuale innovazione in grado di sconfiggere una delle patologie tipiche dell’invecchiamento. Pensiamo, che so, alla malattia di Alzheimer: se fosse disponibile domani un farmaco davvero efficace e risolutivo, come potrebbe il nostro SSN rimborsare integralmente la relativa terapia a una platea di 600.000 pazienti senza deflagrare?

Naturalmente, tutto questo Big Pharma lo sa bene e perciò, oltre a proseguire nel cammino delle mega-fusioni e delle acquisizioni delle piccole aziende con i portafogli più promettenti, e oltre a tentare disperatamente di ridurre le spese di R&S puntando sull’azzardo di rimpiazzare almeno in parte le sperimentazioni cliniche con studi in vitro o in silico (!), sta dirottando sempre più risorse verso quei settori dove il ritorno sull’investimento può risultare meno rischioso, come ad esempio i farmaci orfani (che pur se ad alto costo sono destinati ad un piccolo numero di pazienti) o i cosiddetti lifestyle drugs sulla falsariga di Viagra, che non incidono sui sistemi sanitari pubblici.

Insomma, tutto sembra convergere verso scenari nei quali i margini per un ulteriore aumento della sopravvivenza, se ci saranno, si eroderanno fino a scomparire, e il sogno di un elisir di lunga vita sarà destinato a svanire per sempre. La rete di protezione garantita sinora ai più anziani dal welfare, già ora largamente insufficiente e minacciata dai costi esorbitanti associati all’inesorabile invecchiamento della popolazione, avrà sempre più difficoltà a contenere le spinte convergenti che giungono per un verso dall’assalto crescente degli stimoli nocivi provenienti da un ambiente via via più inquinato e per l’altro dal fisiologico rapido decadimento delle difese naturali dell’organismo degli ultraottantenni. Con il risultato, che nessuno fra i politici o fra i cantori delle mirabili conquiste della Scienza avrà il coraggio di ammettere, che il traguardo più ambizioso del tanto decantato Progresso si scioglierà come neve al sole proprio quando sembrava ormai a portata di mano.

Una risposta a “L’insostenibile pesantezza dell’essere longevi

  1. Interessante e condivisibile, in prospettiva. Credo che pochi, nel settore, non si rendano conto che il problema del sostegno finanziario di un sistema sanitario che dovrà erogare servizi a percentuali crescenti di anziani sia Il PROBLEMA. Alcune affermazioni dovrebbero essere sostenute da dati però, perchè altrimenti sembrano frutto di sentiment personale. Il mio, di informatore del farmaco da 17 anni, é che i “me too” ci sono sempre stati; mi pare invece di verificare che ora, con molta ricerca orientata sull’hi-end (en passant più che sulle orfane, sull’oncologia, la pneumologia e la diabetologia che garantiscono numeri maggiori e, talora, costi assimilabili) i doppioni si abbiano in detto ambito, nel quale peró la differenza tra 2 farmaci (parliamo di anticorpi monoclonali o piccole molecole inibitrici) é più facile sia sussistente piuttosto che per i prodotti, diciamo, classici. Le breaktrough terapies non hanno mai smesso di comparire (ultimi casi i nuovi anti-epatite C e gli antineoplastici modulatori della risposta immunitaria) ma il vero problema è, come ha detto Garattini, che dobbiamo poter accedere ai costi di sviluppo reali delle industrie e legare il prezzo di questi farmaci (spesso importanti) alla reale spesa e al valore effettivo dell’impatto del farmaco nella real life.
    Per quanto riguarda lo scadimento dei servizi, talora evidenziato anche da alcune classifiche (mentre quelle sulla sostenibiità finanziaria-tipo Bloomberg ci pongono ai vertici) al momento non ci sono dati che attestino alcun legame con la mortalità, mentre ho trovato studi, oltre la mia portata, che affermano che il risparmio non si associa a peggioramento dei parametri oggettivi
    http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2016/02/26/risparmiare-nella-sanita-pubblica-non-fa-male-alla-salute/?uuid=0ROx4BIK
    Saluti

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