Regalo di Natale

alexandra_elbakyan

Si chiama Alexandra. Per alcuni è una criminale. Per altri è un’eroina.

Ha attaccato uno dei più redditizi monopoli del mondo.

E lo sta riducendo in polvere.

di Dario Faccini

MONOPOLIO PER ANTONOMASIA

Supponiamo che in un piccolo comune di montagna si decida di costruire un ponte. I cittadini si tassano per finanziare l’opera,  pagando gli ingegneri che preparano il progetto, comprando l’attrezzatura e i materiali e assumendo tutti i lavoratori necessari. Giunti a questo punto mancano solo alcuni permessi dalla Provincia e dalla Regione, e si dà l’incarico ad un prestigioso studio legale nel risolvere questi aspetti burocratici.

A questo punto capita una cosa curiosa.

Il titolare dello studio legale accetta l’incarico solo se gli viene ceduta la proprietà del ponte. I cittadini, riuniti in assemblea, vengono convinti che è un grande onore cedere la proprietà del loro nuovo ponte a questo prestigioso studio legale e accettano. Subito dopo inizia finalmente la costruzione del ponte, ma lo studio legale chiede che i cittadini paghino prima una certa somma per coprire i costi nel fare approvare i vari permessi. Nessun problema, sembra giusto a tutti.

Alla fine il ponte è finito. I cittadini si raccolgono per inaugurarlo, ma hanno un’amara sorpresa. Da ambo i lati del ponte sono stati costruiti due caselli e un grande cartello spiega che per usare il ponte si deve pagare un pedaggio, o possedere un abbonamento. I cittadini si arrabbiano, qualcuno urla e tira qualche sasso, ma i vigili mantengono l’ordine e disperdono la folla. In fin dei conti la legge è legge.

Se questa storia vi sembra inverosimile, allora ricredetevi, perché è così che funziona la più grande impresa umana: la ricerca scientifica.

Per poter leggere un importante articolo scientifico, di solito pubblicato su una rivista prestigiosa (es. Science o Nature), un contribuente deve pagare 3 volte:

  1. Finanziando tramite le sue tasse un’Università o altro Ente Scientifico (di solito pubblico) che effettua la ricerca; organizzazione, stipendi, attrezzature e materiali che portano alla scoperta scientifica e poi alla stesura di un articolo sono quindi già pagate dai cittadini; in tutti i sensi i contribuenti sono i Committenti dell’articolo e dovrebbero possederne la proprietà intellettuale;
  2. I ricercatori che hanno scritto l’articolo devono poi inviarlo ad una rivista scientifica che lo sottopone a peer review, cioé lo fa controllare da altri ricercatori che decidono se può essere pubblicato, se va integrato o se va respinto; i ricercatori che effettuano la revisione lo fanno a titolo gratuito; se l’articolo viene accettato, perché possa essere effettivamente pubblicato gli autori devono pagare una forte somma (anche oltre 4000$) per pagarne la pubblicazione; anche questa somma è presa dalle tasche dei contribuenti;
  3. A questo punto un normale cittadino potrebbe pensare di andare su internet e leggersi il SUO articolo che ha già pagato DUE volte; purtroppo la proprietà intellettuale dell’articolo è passata, se non di nome di fatto, alla rivista che l’ha pubblicato, e il nostro ingenuo cittadino scopre che deve pagare 30€ per poterlo leggere, oppure pagare un abbonamento annuale che solo per quella rivista (tra le migliaia che esistono) costa 200€.

Ecco perché i profitti per l’editoria a pagamento in campo scientifico (esiste anche un’editoria “open”) sono di un valore tale da essere stati giustamente definiti osceni. Spesso superano il 30% del fatturato.

Se vi chiedete perché gli scienziati non si siano ancora ribellati a questo meccanismo perverso, che frena la circolazione delle idee e della conoscenza, vi consiglio di leggere il pensiero di Ugo Bardi in proposito, come sempre cristallino. In poche parole: le riviste più prestigiose sono a pagamento e solo pochi scienziati sono disposti a rischiare il frutto delle loro fatiche iniziando a pubblicare su riviste libere, che così non decollano mai.

L’unica eccezione degna di nota è l’archivio arXiv sul quale per un ricercatore è possibile pubblicare una bozza non definitiva di un articolo, che potrà essere commentata da altri esperti e rimarrà disponibile liberamente anche dopo la pubblicazione della versione definitiva su una rivista a pagamento.

Ma è ancora troppo poco.

SALVATI DAGLI HACKER

La ragazza nella foto si chiama Alexandra Elbakyan, una giovane ricercatrice kazaka. La sua storia è interessante.  Dotata di grandi competenze informatiche, ha visto deluse le sue aspirazioni idealiste quando ha iniziato a lavorare nel settore della ricerca scientifica: l’ambiente lavorativo era “senza anima”, senza la passione di lavorare per un ideale più alto e con troppe barriere alla circolazione delle idee. Per chi è costretto a fare ricerca con fondi risicati, l’accesso agli articoli di settore può essere proibitivo. Da qui l’idea: perché non condividere a tutti gli abbonamenti alle riviste scientifiche pagati dalle Università?

Sfruttando le proprie competenze e le proprie conoscenze nell’ambiente dell’hacking, nel 2011 Alexandra ha messo in piedi SCI-HUB, un sito WEB in S.Pietroburgo (Russia) che permette di scaricare istantanemente praticamente ogni articolo scientifico pubblicato in ogni rivista.

sci-hub

Il sito funziona talmente bene, che ormai ospita oltre 50.000.000 di articoli e viene preferito persino dai ricercatori che sono in possesso di un accesso istituzionale alle riviste a pagamento. Così la maggior parte dei download, se nei primi anni era effettuato dai paesi cosiddetti emergenti, ora è al servizio di quelli sviluppati come USA e UE.

Gli editori delle riviste scientifiche a pagamento hanno provato a ricorrere ai ripari: nel 2015 hanno vinto una causa negli USA che ha oscurato SCI-HUB e costringe ora Alexandra a vivere nascosta in Russia. Il sito però è stato spostato ed è tornato online quasi subito, protetto dal sistema legale russo, e ha continuato a crescere.

Per la legge Alexandra è una criminale, una hacker che sfrutta le pieghe di Internet per violare la proprietà intellettuale. Per un numero crescente di persone è un’eroina, un’attivista costretta a nascondersi per aver dato il via ad un processo simile a quello che portò Napster a mettere in ginocchio il mondo dell’editoria musicale.

Comunque lo vediate, ora sapete cosa ha fatto. Anche per voi.

Se questo non è bel regalo di Natale…

Auguri a tutti i nostri lettori.

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4 risposte a “Regalo di Natale

  1. Onestamente ‘sta cosa mi mette un po’ in difficoltà. Da non ricercatore ma semplice lettore ha una conoscenza non diretta ma mediata dei problemi della produzione scientifica: quello qui citato dell’accessibilità ai lavori clinici, il “publish or perish” e conseguente iper produzione, riviste predone che pubblicano la di ogni se si paga, i limiti del peer review e dell’impact factor, i problemi di riproducibilità (in particolare nella ricerca biomedica e scienze sociali). Insomma ce n’è tanta di roba storta come in tutti i sistemi umani. La signorina sta facendo, a suo modo, un servizio a molti, mi chiedo se sia la strada giusta da perseguire, spt nel lungo periodo. Spero divenga un primo movens per cambiare le cose in maniera diciamo “legale”. Oppure mettiamo in discussione il sistema della proprietà intellettuale in toto, ma, onestamente, non saprei capirne le implicazioni.
    Buon Natale

  2. https://it.wikipedia.org/wiki/Aaron_Swartz
    Pensso che Swartz se fosse ancora vivo ne sarebbe contento …

  3. L’espropriare gli averi ed il lavoro della comunità a favore di pochi arraffoni è una moda tipica di ogni fascismo in ogni epoca. Impossibile risolvere il problema in un ambiente in cui qualsiasi cosa deve essere per forza una merce.

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