Il Brent è morto, ASPO c’è ancora

Il Picco sembra passato di moda, ma non è scomparso. Supera le barriere politiche, unisce Russia e Regno Unito.

All’Assemblea 2017 di ASPO Italia è stato detto: c’è ancora bisogno di noi.

Di Dario Faccini

Alcuni articoli hanno titoli curiosi e sono scritti apposta per non far capire qual’è il problema vero. Uno di questi, ieri, su Bloomberg, si intitolava “La Shell afferma che la Russia deve entrare nel Brent“.

L’articolo spiega che la Shell, la compagnia più attiva nel trading petrolifero, è anche la custode dei termini che regolano il contratto petrolifero benchmark Brent, il riferimento mondiale. Già dal 2014, importanti trader petroliferi indipendenti affermavano che:

…c’è il rischio che il Brent diventi un riferimento meno efficiente ed efficace. Petroli dall’Africa, dal Mar Caspio e possibilmente dalla Russia dovrebbero essere aggiunti al paniere per determinarne il prezzo…

Verrebbe da domandarsi perché gli Inglesi dovrebbero fare un favore ai Russi, a cui impongono sanzioni dopo che Putin si è annesso la Crimea. Purtroppo l’articolo non dice molto di più, se non puntualizzare come le raffinerie europee trasformino grandi quantitativi di petrolio provenienti dagli Urali, per cui questo petrolio dovrebbe essere considerato come parte del riferimento petrolifero europeo (il Brent appunto).

Il mistero si spiega subito guardando il grafico seguente, che mostra la produzione storica di petrolio dal campo Brent dall’anno del suo sfruttamento, il 1976.

Storico della produzione mensile del campo petrolifero Brent. Fonte: Oil & Gas Authority del Regno Unito.

 

Il fatto è che il petrolio Brent è finito da oltre 10 anni. In altre parole il Brent è a tutti gli effetti un petrolio zombie.

Non per niente è di pochi giorni fa la notizia del trasporto della piattaforma Delta Brent ad Hartlepool per la sua demolizione. Su quattro piattaforme originarie nel campo Brent, questa è la terza ad essere smantellata. La foto con cui si apre questo articolo ritrae proprio i tre piloni della piattaforma che sono stati lasciati dalla Shell e non verranno demoliti.

Ma allora come fa ad essere quotato un petrolio Brent sui mercati?

E’ molto semplice. Negli anni, man mano che il campo Brent si esauriva, nel contratto di riferimento quotato sui mercati sono state aggiunte altre varietà di petrolio estratto nel mar del Nord, di qualità simile. Queste a loro volta erano soggette ad esaurimento e quindi hanno obbligato ad aggiungere ulteriori campi nel “paniere” petrolifero. A tutt’oggi il contratto petrolifero conosciuto comunemente come Brent, si chiama in realtà BFOE, dai nomi di Brent, Forties, Oseberg (entrambi inseriti dal 2002) ed Ekofiskil (dal 2007). Nel 2018 sarà aggiunto anche il petrolio norvegese proveniente dal campo Troll.

Per evitare che il contratto BFOE perda la sua importanza come riferimento mondiale, la Shell è quindi pronta ad allargarne ancora la composizione e siccome non ci sono più altri giacimenti in Europa, vanno inserite le qualità extraeuropee come quella degli Urali.

Le dinamiche di esaurimento hanno così l’ultima parola sulle vicende geopolitiche.

Questa è una chiave di lettura, importante, ma spesso assente dal panorama dell’informazione.

Ecco quindi che, nonostante ormai le ricerche su google di “peak oil” siano state superate da “pisa calcio” (provare per credere), noi di ASPO Italia siamo ancora qua a raccontare qualche retroscena in più su come funziona il mondo del petrolio, su come si esauriscono le risorse e su come purtroppo peggiori lo stato dell’ambiente.

Ed è con il bicchiere in mano che dall’Assemblea ASPO 2017 di Bologna salutiamo tutti i nostri lettori.

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