Tanti saluti alla Leadership USA

Abdicazione al ruolo di guida mondiale.

Così passerà probabilmente alla storia il discorso di ieri di Trump.

Un punto di svolta epocale che paradossalmente potrebbe accelerare la lotta ai cambiamenti climatici.

Di Dario Faccini

Il primo pensiero a caldo è: ma chi gli scrive i discorsi?

Il secondo è più razionale: ma chi lo consiglia sulla politica estera?

Il terzo è un sollievo: considerando l’effetto rimbalzo che si sta verificando, forse è davvero un’ottima notizia.

IL DISCORSO

Innanzitutto, per gli standard di Trump, questo discorso è stranamente lungo.

La forma è quella collaudata del pensiero semplice e della ripetizione esasperata di pochi concetti, mentre i numeri e le fonti citate sono così deboli che sono smentibili con la velocità di un tweet.

Vediamo i passaggi sul clima più significativi.

[…] per compiere il mio dovere solenne di proteggere l’America e i suoi cittadini, gli Stati Uniti si ritireranno dall’accordo di Clima di Parigi – (applausi) – grazie, grazie – ma avviando i negoziati per rientrare nell’accordo di Parigi o in una trattativa interamente nuova a condizioni eque per gli Stati Uniti, per le sue imprese, i suoi lavoratori, la sua gente, i suoi contribuenti. Quindi stiamo uscendo. Ma cominceremo a negoziare e vedremo se possiamo fare un accordo che sia giusto. E se possiamo, è fantastico. E se non possiamo, va bene. (Applausi.)

Ecco subito il messaggio “America First” per il suo elettorato.

La decisione di seguire i termini dell’accordo di Parigi, e le onerose limitazioni energetiche che ha posto agli Stati Uniti, potrebbero costare all’America fino a 2,7 milioni di posti di lavoro persi entro il 2025 secondo il National Economic Research Associates. Ciò include 440.000 posti di lavoro in meno nella manifattura – non è quello di cui abbiamo bisogno – credetemi, questo non è ciò di cui abbiamo bisogno – compresi i posti di lavoro nell’industria automobilistica e l’ulteriore decimazione di industrie americane vitali, su cui contano innumerevoli comunità.

Finalmente si arriva a qualche numero su cui si può ragionare. Peccato che sia la fonte citata, sia il rapporto in questione siano, come dire… diversamente attendibili?

Innanzitutto quel rapporto è stato commissionato solo pochi mesi fa dall’American Council for Capital Formation, definita da Greenpeace come Gruppo per la Negazione Climatica finanziato dall’impero dei Koch, e dall’U.S Chamber of Commerce, la più grande federazione di imprese al mondo, le cui posizioni lobbistiche in chiave anti-clima sono pubblicamente note.

La metodologia utilizzata nel redigere quel rapporto è poi, “altamente innovativa”: si pone nello scenario in cui i posti di lavoro persi sono massimi, dimenticando di calcolare i nuovi posti di lavoro creati.

No, non è uno scherzo.

La nota 3 a pagina 6 del rapporto recita infatti: [lo studio] non prende in considerazione i potenziali vantaggi derivanti dalle emissioni evitate. I risultati dello studio non sono un’analisi costi/benefici […].  In pratica la NERA consulting, che è stata pagata per redigere quel rapporto, ha voluto proteggere la propria  credibilità futura ammettendo che quello non è un rapporto, hanno solo preso soldi per calcolare qualche numero. Tutto sommato una posizione intellettualmente onesta, visto che l’hanno messo nero su bianco.

Questi particolari non hanno certo fermato il discorso di Trump, che ha proseguito imperterrito:

Secondo questo stesso studio, entro il 2040, il rispetto degli impegni assunti dalla precedente amministrazione ridurrebbe la produzione nei seguenti settori: la carta vedrebbe una diminuzione del 12%; il cemento giù del 23%; il ferro e acciaio giù del 38%; il carbone – e si da il caso io ami i minatori di carbone – in calo dell’86 per cento; il gas naturale diminuito del 31%. Il costo per l’economia in questo momento sarebbe prossimo a 3 trilioni di dollari il PIL perduto e 6,5 milioni di posti di lavoro industriali, mentre le famiglie perderebbero 7,000 dollari di reddito,  e in molti casi, anche di più.

A questo punto il quadro è chiaro. L’accordo è una immane fregatura. Ma di chi è la colpa?

[…] in base all’accordo, la Cina potrà aumentare queste emissioni per un numero impressionante di anni – 13. Possono fare tutto ciò che vogliono per 13 anni. Non noi. L’India ha fatto si che la sua partecipazione all’accordo fosse subordinata a ricevere miliardi e miliardi e miliardi di dollari di aiuti stranieri dai paesi sviluppati. Ci sono molti altri esempi. Ma la linea di fondo è che l’Accordo di Parigi è molto ingiusto, al livello più alto, per gli Stati Uniti.

Qui il problema è doppio: non solo è quasi tutto falso, ma incolpa ingiustamente altre due nazioni sovrane.

La Cina entro il 2030 si è impegnata a ridurre, rispetto ai livelli del 2005, le proprie emissioni di carbonio del 60-65% per unità del PIL. L’India ha dichiarato che le ridurrà dal 33 al 35%, è però vero che ha richiesto aiuto straniero per raggiungere gli obiettivi e ridurre i costi. Entrambi i paesi si sono impegnati per il 2030, quindi stanno già adottando importanti misure, ad esempio nel campo delle rinnovabili.

Ma perché limitarsi solo alla Cina e all’India? Dai Trump tu sai pensare più in grande di così!

Questo accordo c’entra poco con il clima e c’entra di più con il vantaggio finanziario che gli altri paesi guadagnano rispetto agli Stati Uniti. Il resto del mondo ha applaudito quando abbiamo firmato l’Accordo di Parigi – erano inebriati; erano così felici – per la semplice ragione che l’accordo ha messo il nostro paese, gli Stati Uniti d’America, che tutti noi amiamo, in uno svantaggio economico molto grande. Un cinico direbbe che la ragione ovvia per cui i nostri concorrenti economici vogliono farci rimanere nell’accordo è per farci continuare a subire questa grave ferita economica che ci siamo auto inflitti. Troveremmo molto difficile competere con altri paesi provenienti da altre parti del mondo.

Ok, in effetti così il complotto sembra grande… abbastanza. Ma non è che però il clima, senza un l’accordo di Parigi, potrebbe andare fuori controllo?

Anche se l’Accordo di Parigi fosse realizzato in pieno, con un rispetto totale da parte di tutte le nazioni, si stima che produrrà un beneficio solo di due decimi di grado – pensiamo a questo; solo un calo di temperatura globale così modesto entro il 2100. Una minuscola, minuscola quantità. Infatti, 14 giorni di emissioni di carbonio dalla Cina, da soli, eliminerebbero i guadagni dall’America – e questa è una statistica incredibile – potrebbero totalmente cancellare i guadagni dalle riduzioni previste dall’America nel 2030, dopo che avremmo dovuto spendere miliardi e miliardi di dollari, avremmo perso posti di lavoro, chiuso fabbriche e subito costi energetici molto più elevati per le nostre attività e per le nostre case.

Qua manca la fonte, ma grazie ad alcuni giornalisti dell’agenzia Reuters, sappiamo che viene citato il MIT. Peccato che proprio il MIT abbia immediatamente fatto sapere che Trump ha “malamente frainteso” il loro studio, che individua invece il beneficio dell’accordo di Parigi tra gli 0,6 e gli 1,1 gradi. al 2100. Come dicono gli stessi autori dello studio, semmai un problema dell’accordo di Parigi è che sia troppo debole. Sempre dal MIT hanno fatto sapere che nessuno alla Casa Bianca ha trovato il tempo di contattarli per dargli la possibilità di spiegare il loro lavoro.

Rimanere nell’accordo potrebbe anche porre gravi ostacoli agli Stati Uniti mentre avviamo il processo di sblocco delle restrizioni sulle abbondanti riserve energetiche dell’America, che abbiamo iniziato in modo massiccio. Un tempo sarebbe stato impensabile che un accordo internazionale potesse impedire agli Stati Uniti di condurre i propri affari economici nazionali, ma questa è la nuova realtà che affrontiamo se non lasciamo l’accordo o se non ne negoziamo uno molto migliore.

I rischi crescono visto che storicamente questi accordi tendono a diventare sempre più ambiziosi nel tempo. In altre parole, l’accordo di Parigi è un punto di partenza – nonostante sia già così cattivo – non un punto finale. E uscire dall’accordo protegge gli Stati Uniti da future intrusioni sulla sovranità degli Stati Uniti e sulla massiccia responsabilità legale futura. Credetemi, abbiamo una grande responsabilità legale se rimaniamo.

Ecco forse l’unica parte veritiera del discorso. La paura è che si possa vendere una goccia di petrolio di meno di quella si potrà pompare. Su lungo termine a rischio c’è il futuro di molte compagnie attive nel carbone, nel petrolio e nel gas, il cui 60-80% delle riserve fossili diventerebbero “non bruciabili” sotto l’accordo di Parigi.

 

ISOLAMENTO

Il resto del discorso è sostanzialmente una ripetizione di questi stessi concetti con altre parole, una, due o tre volte, quasi a volersi giustificare per il passo compiuto.

L’uscita immediata dall’accordo di Parigi diventa così l’uscita da un incubo, ma non si fa cenno in nessun modo a come può essere realizzata. Il fatto è che gli USA si possono ritirare dall’accordo solo in due modi:

  • Con l’annuncio presidenziale dell’uscita dopo tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo nel novembre 2016, con un altro anno perché diventi effettiva, quindi non prima del novembre 2020;
  • Con un voto del Congresso USA per uscire dal trattato delle Nazioni Unite sul Clima(UNFCCC), che è la base legale dell’accordo di Parigi, con una tempistica minima di un anno.

L’unica via legale praticabile quindi per l’uscita “immediata” è la seconda, con la necessità di un voto del Senato dove su 100 rappresentanti, 52 sono repubblicani, quindi con un successo niente affatto scontato.

Se l’uscita dall’accordo di Parigi è tutt’altro che immediata e sicura, il danno per la politica estera USA invece è del tutto certo e già verificabile.

L’annuncio di Trump era nell’aria e le varie diplomazie hanno avuto tutto il tempo per prepararsi. L’occasione era ghiotta: la nazione che per 70 anni ha tenuto saldamente la leadership mondiale ha deciso di uscire dal più grande accordo ambientale della storia… da sola. Già perché attualmente ci sono solo altri due paesi in tutto il mondo che sono al di fuori degli accordi di Parigi: la Siria e il Nicaragua.

I Paesi che aspirano ad erodere l’influenza politica USA hanno quindi giocato d’anticipo, lanciandosi in difesa degli accordi di Parigi. La Russia ne ha approfittato per ribadire gli impegni assunti. I media di stato cinesi hanno riaffermato la volontà di seguire gli accordi di Parigi pochi minuti prima che iniziasse il discorso di Trump. Il primo ministro dell’India, Narendra Modi, in settimana ha affermato senza mezzi termini che ritirarsi dagli accordi sarebbe un “atto moralmente criminale” (e l’India non è un sostenitore di punta degli accordi). Sotto la leadership tedesca, Italia, Francia e Germania hanno emesso a tempo di record un comunicato congiunto (evidentemente già pronto) dal tono inusualmente secco e deciso. Solo pochi giorni prima, alla conclusione del G7 di Taormina, la Merkel aveva detto poche parole dal senso profondo: “I tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo, questo l’ho capito negli ultimi giorni”. Sono parole che definiscono uno smarcamento storico dall’alleato americano.

L’aspetto più innovativo di questo cambiamento geopolitico è l’improbabile asse UE-Cina. Già alcuni giorni prima dell’annuncio di Trump, le due superpotenze hanno annunciato che forgeranno una “nuova alleanza per guidare la transizione energetica verso un’economia a basso uso di carbonio”. Ecco quindi come, almeno per ora a parole, si assista ad un’accelerazione delle politiche concordate a Parigi, se non altro in chiave anti-USA.

L’annuncio di Trump sull’uscita dagli USA dagli accordi di Parigi sta quindi avendo un effetto rimbalzo inaspettato: aderire più strettamente al trattato vuol dire isolare politicamente gli Stati Uniti.

La questione climatica è diventata suo malgrado un’arma geopolitica, esattamente come il petrolio.

E, per ora, l’unico danno sicuro non è certo alle politiche di lotta ai cambiamenti climatici, ma alla leadership USA.

 

 

 

 

 

 

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6 risposte a “Tanti saluti alla Leadership USA

  1. Ottima articolazione dell’analisi.
    Aggiungerei un aspetto che mi sembra trascurato da quasi tutti i commentatori e che riguarda il potenziale sviluppo della struttura tecno-industriale USA. In mancanza di stimoli interni, essa rischia di ritrovarsi tra pochi anni su posizioni arretrate e difficili da recuperare sul piano della ricerca e del mercato mondiale.
    Nei paesi dove si cercherà di sviluppare (con tutti i limiti che noi ben immaginamo) efficienza, rinnovabili, accumulo elettrico e riduzione delle emissioni, inevitabilmente si faranno passi in avanti. Magari non risolutivi ma probabilmente tali da lasciare “fuori mercato” le aziende che, “beneficiate” dalla possibilità loro offert da Trump di non ricercare il rispetto di limiti più impegnativi e tringenti, dovranno fare i conti con le loro posizioni arretrate.
    Trump per ben che vada (ma è un tempo limite del tutto improbabile) tra 8 anni dovrà abbandonare la scena. Chissà come sarà allora la situazione ma certamente nessuno dei problemi che oggi gli accordi di Parigi tentano di fronteggiare sarà risolto. La maggioranza dei cittadini probabilmente ne avrà finalmente preso atto e il recupero del tempo perso dalle aziende USA sarà una sfida molto difficile da superare.

    • E’ quello che gli rinfacciano le aziende(persino Exxon e Chevron non volevano uscire dall’accordo) e l’intera California che insieme a molte città e stati ha deciso che andrà avanti da sola. Quindi non so sino a che punto Trump potrà davvero rallentare il percorso USA verso un’economia più verde, anche se incidesse sul mercato interno, molte aziende USA sono esportatrici nette (es. Tesla) e sarebbero trascinate dal mercato internazionale.
      Forse il danno è proprio solo geopolitico per gli USA, con una forte perdita di influenza. Nei prossimi anni cambierà poco, ma la velocità con cui le principali democrazie hanno scaricato gli USA sul tema climatico fa pensare che i tempi fossero maturi e che Trump sia solo la foglia di fico che ha permesso l’accelerazione di un processo di smarcamento e riduzione della leadership USA che ci sarebbe comunque stato.
      Già solo la Cina, che sta perseguendo una politica estera accorta ed equilibrata, non ha intenzione di entrare in conflitto con gli USA perché sa che già grazie alla sua crescita economica toglierà agli USA il ruolo che hanno ricoperto per tanto tempo. Insomma questo episodio è forse un indicatore di come il mondo sta cambiando e di come alcuni fenomeni siano inarrestabili(lotta al clima, perdita di influenza USA), ma possono essere accelerati quando chi è al comando compie errori geopolitici tutto sommato stupidi (controproducenti per i suoi stessi interessi).

  2. «Il debito federale è in crescita continua, e si prevede che cresca ancora: nel 2016 è stato pari al 107,3% del pil, quest’anno al 108,3%, fino a raggiungere il 117% del 2022. La posizione internazionale netta americana peggiora in continuazione dai -1.279 miliardi di dollari del 2007 è arrivata ai – 8.109 miliardi del 2016. In dieci anni, il debito americano verso l’estero è cresciuto di 6.830 miliardi di dollari: con questo disavanzo commerciale e con questo debito pubblico non si va avanti»
    Trump è in particolare infastidito dai 68 miliardi di dollari di deficit commerciale con la Germania. Ma è un fatto che la Germania sia molto più competitiva degli Stati Uniti: secondo il Trade Performance Index sviluppato dall’Organizzazione Mondiale del Commercio insieme alle Nazioni Unite, su 14 prodotti nei quali viene suddiviso il commercio mondiale, la Germania è al primo posto in otto per competitività, mentre gli Stati Uniti sono mediamente intorno alla trentesima posizione. I rapporti commerciali tra Germania e Stati Uniti sono poi alquanto articolati: ad esempio, il primo esportatore di automobili dagli Stati Uniti non è la Ford o la General Motors, ma la Bmw con le sue fabbriche della Carolina del Nord. Attaccare la Germania può essere poi controproducente sul fronte degli investimenti: le aziende tedesche hanno investito negli Stati Uniti circa 255 miliardi di dollari, dando da lavorare a 670 mila persone (dati Bureau of Economic Analysis). Piuttosto che attrarre nuovi investimenti e creare occupazione, la politica di Trump verso la Germania potrebbe far mancare un partner prezioso per fare “l’America nuovamente grande”. Senza contare che il 44 per cento di tutti gli investimenti stranieri in America vengono dai 27 membri dell’Unione Europea».

  3. è l’imperialismo belezza!

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