La morte prematura dei giacimenti petroliferi

Le guerre fanno morti. Quelle petrolifere uccidono interi giacimenti.

Nel mentre, la confusione mediatica regna sovrana.

Di Dario Faccini

Sono tutti preoccupati al 22-esimo World Petroleum Congress, il principale evento annuale del settore, che quest’anno si tiene ad Istanbul.

Tutti preoccupati, ma per motivi diversi.

Alla Saudi Aramco, ad esempio, i crucci sono molteplici.

Il primo naturalmente è il prezzo al quale piazzeranno il 5% delle loro azioni l’anno prossimo. Siccome è la prima volta che i sauditi vendono una quota della loro compagnia petrolifera nazionale, seppur minima,  la cosa non deve essere facile per loro. A questo si aggiunge la nuova recente caduta del prezzo del barile (attorno ai 45$) che sta mostrando come l’accordo OPEC sui tagli di produzione, promosso proprio dall’Arabia Saudita, stia fallendo. Un accordo raggiunto dopo due anni di una guerra petrolifera commerciale promossa dai sauditi per danneggiare la concorrenza, tra cui il fracking negli USA.

Ma la kermesse turca fornisce la possibilità ai Sauditi di esprimere anche altre preoccupazioni, di senso opposto, in una certa misura ‘compensatrici’. Ecco allora sentirli affermare su come siano “sempre più preoccupati” per la futura produzione petrolifera globale, minata dalla tendenza storica di minori scoperte sul greggio convenzionale (-50% negli ultimi quattro anni, rispetto i quattro anni precedenti) e dalla perdita di 1000 miliardi di dollari in investimenti dal 2014 che nei prossimi 5 anni imporranno la necessità di produrre altri 20 milioni di barili al giorno. Certo, i sauditi fanno sapere che non staranno con le mani in mano nei prossimi 10 anni: hanno già stanziato 300 miliardi di dollari di investimenti per mantenere la spare capacity petrolifera (il margine produttivo normalmente inutilizzato) e per sviluppare le proprie riserve di gas, raddoppiandone la produzione e portando la quota di consumo interno al 70%, la più alta nei G20.

Infine, per bocca del CEO di Saudi Aramco, i sauditi hanno chiarito che c’è in giro troppa disinformazione che ha allontanato gli investitori finanziari, aggiungendo ulteriori difficoltà ad un settore da cui dipende la sicurezza energetica internazionale, quindi la stessa transizione energetica che farà abbandonare l’uso delle fonti fossili. Concetti come il Picco del Petrolio e quello di Stranded Resources (risorse petrolifere disponibili ma che non potranno essere utilizzate per via degli accordi sul Clima) sono per i sauditi largamente fuorvianti in quanto la transizione energetica sarà molto lunga, nonostante i proclami e gli obiettivi dei governi e delle industrie.

Certo, c’è tutta una sfilza di esperti che la pensano in modo diverso, con un’accelerazione della transizione energetica che creerà un Picco della Domanda di Petrolio a cavallo del 2030, un brutto affare davvero. Comunque sarà un picco della domanda, e non dell’offerta, sia chiaro.

Nessun problema di abbondanza dunque, il che è curioso, non solo perché tutti piangono miseria per via degli alti costi necessari per sviluppare nuove risorse di petrolio convenzionale, ma anche perché pare che non si riesca neppure a coprire i costi operativi per i giacimenti maturi, anticipandone la chiusura e accettando la perdita di produzione.

La Rystad Energy, una società di consulenza petrolifera, ha appena pubblicato un’analisi per i suoi clienti subito ripresa e diffusa da Bloomberg. Un terzo della produzione petrolifera mondiale, circa 30 milioni di barili al giorno, proviene da giacimenti convenzionali “maturi”, cioé che hanno sorpassato da un pezzo il loro picco produttivo, collocati soprattutto in Cina (dove pesano per  quasi la metà dell’output nazionale) e negli USA (dove pesano per un terzo).

La loro produzione è crollata del 8,3 % nel 2016 e dell’11% nel 2015, comparata con una media del 4,1% nei precedenti 4 anni.

In media, a livello globale, la perdita ha quasi raggiunto il 6% all’anno, un livello record negli ultimi 23 anni.

Perdita produttiva globale  dai giacimenti convenzionali maturi, in percentuale da un anno all’altro. Fonte: Rystad Energy tramite Bloomberg.

Il pericolo è che:

…il declino possa essere difficile da invertire, aumentando il rischio di scarsità sugli approvvigionamenti futuri, poiché i tagli di spesa avranno effetto nei prossimi anni.

Solo nel 2017 verranno così persi 1,8 milioni di barili al giorno.

Certo per ora l’onda lunga degli investimenti nel decennio d’oro per i produttori (2004-2014) sta ancora mascherando questi cali e forse continuerà a farlo ancora per un po’. Nel frattempo però continuerà anche ad essere “bruciata” questa imponente quota produttiva, con effetti cumulativi negativi via via più grandi sulla produzione dei prossimi anni.

Sono passati i tempi i cui tutti i giacimenti in “coltivazione” erano giovani e pochissimi in declino. Questa è l’era della Regina Rossa, dove dobbiamo produrre sempre più petrolio per compensare il declino dei giacimenti esistenti.

Ma attenzione, preoccupazioni a parte, nessuno parli di Picco del Petrolio.

E’ una brutta parola.


P.s. E’ doveroso in questa sede ricordare con grande rammarico la recente scomparsa di Leonardo Maugeri, alto dirigente ENI e studioso attento del settore petrolifero, cui va riconosciuto il merito di aver previsto con anticipo l’esplosione del fenomeno fracking nel settore petrolifero USA. Pur avendo avuto una posizione diversa e a volte opposta a quella di ASPO Italia, ha sempre avuto una disponibilità al dialogo e un’onestà intelettuale che è merce rara in questo settore e denota qualità umane non comuni.


 

 

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Una risposta a “La morte prematura dei giacimenti petroliferi

  1. pare però che alla iea vedano lo shale come la salvezza arrivata dal cielo per un lungo futuro petrolifero. Penso che si sbaglino e che tirino a campare, ma in fondo un’altra decina d’anni d’abbondanza fanno comodo.

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