Cibo, Clima e Petrolio: siamo alla frutta?

L’unicità ecologica dell’uomo e l’economia della ciambella.

Di Luca Pardi (ASPO-Italia, CNR-IPCF)

Intervento pronunciato all’incontro organizzato a Firenze da diverse associazioni, presso “Sit’N’Breakfast” in occasione della Giornata dell’Alimentazione.

Cerchiamo di dimenticare il flusso di informazioni inutili che parassitano la nostra mente quotidianamente, attraverso il sistema dell’informazione- intrattenimento, e concentriamoci qualche minuto su qualcosa di fondamentale.

Figura 1: Vertebrati che vivono sulle terre emerse. Mammiferi, uccelli, rettili e anfibi

 

Noi uomini siamo vertebrati, cioè apparteniamo alla divisione tassonomica di animali con i quali condividiamo la struttura ossea rappresentata in figura 1. Limitiamoci a considerare solo i vertebrati che vivono prevalentemente sulle terre emerse (cioè escludiamo essenzialmente i pesci e i mammiferi marini). Dividiamo questo gruppo di animali in due gruppi: da una parte Homo sapiens e i suoi animali domestici (bovini, ovini, suini, pollame, cani e gatti ecc) e dall’altra i vertebrati selvatici (mammiferi, uccelli, rettili e anfibi) (figura 2).

Consideriamo adesso come il rapporto fra le biomasse di questi due gruppi di vertebrati si è evoluto storicamente.

Figura 2: Homo sapiens, vertebrati domestici e selvatici.

 

Se risaliamo a diecimila anni fa, quando la domesticazione era già iniziata, sappiamo che l’uomo ed i suoi animali domestici occupavano, nella biosfera, uno spazio confrontabile con quello di altre specie.

Figura 3: 10.000 anni fa l’uomo era una piccola parte della biosfera, oggi ha invaso interamente la biosfera.

 

Da allora la biomassa dell’uomo e dei suoi animali domestici è cresciuta ininterrottamente nel corso dei millenni. Si stima che intorno all’inizio del XIX secolo la biomassa dell’uomo e dei domestici fosse già oltre l’80% del totale. Oggi si stima (ma la stima è di qualche anno fa) che il 97% della biomassa dei vertebrati terrestri sia costituita dalla biomassa di Homo sapiens e di bovini, suini, ovini, pollame ecc e solo il 3% dalla biomassa del resto dei vertebrati. In quel 3% ci sono gli elefanti, le giraffe, volpi, lupi, cervi, orsi, aquile …. ecc. Abbiamo praticamente portato a termine l’opera di estinzione della megafauna che abbiamo iniziato millenni fa quando, lasciando il continente africano, abbiamo colonizzato il resto del pianeta. Ma c’è stata un’evidente accelerazione nei secoli recenti. I numeri che riguardano il XX secolo sono riportati in Figura 4. Si deve notare che nel ‘900 biomassa dei vertebrati selvatici diminuisce in percentuale e in assoluto a fronte di un aumento complessivo di tre volte della biomassa totale da 60 a 180 miliardi di tonnellate di carbonio (Gt C). Un fenomeno sconvolgente che rappresenta in modo chiaro la condizione di overshoot ecologico della nostra specie.

Figura 4: Evoluzione delle biomasse dei vertebrati terrestri (in miliardi di tonnellate di carbonio Gt C) nel XX secolo.

 

Una rappresentazione degli stessi dati, ma limitata alla biomassa dei soli mammiferi terrestri è stata pubblicata su questo sito web ed è riportata in figura 5.

Come è stato possibile? Forse sono un incorreggibile riduzionista, ma la mia risposta è semplice: la terza grande scoperta prometeica della nostra specie, dopo quella del fuoco e dell’agricoltura (cfr Mauro Bonaiuti), e cioè la scoperta, o l’invenzione, del modo di utilizzare i combustibili fossili ha permesso alla nostra specie, già molto invasiva, di dotarsi di tutti gli strumenti necessari per instaurare un dominio assoluto della biosfera. I combustibili fossili e il grado di industrializzazione che essi hanno determinato (l’industria esisteva anche prima, ma in forma ed estensione infinitamente più limitate) hanno visto nel ‘900 il passaggio all’industrializzazione delle principali attività di produzione del cibo: l’agricoltura, la pesca e l’allevamento (Figura 6), che, da allora, si configura come un sistema per trasformare energia fotosintetica fossile (accumulatasi milioni di anni in periodi geologici risalenti a centinaia di milioni di anni fa) in cibo. Questo è, a sua volta , la causa della crescita della popolazione umana e di quelle di bovini, suini, ovini e pollame oltreché quella del progressivo declino di innumerevoli altre popolazioni animali, incluse, e ormai drammaticamente incluse, quelle degli organismi marini.

Figura 5: Biomassa dei mammiferi terrestri.

Figura 6: Industrializzazione della produzione di cibo per mezzo dei combustibili fossili. Un mezzo per trasformare petrolio in cibo.

 

Anche sul piano dello sfruttamento delle risorse minerarie si è passati, grazie all’abbondanza di energia, a sistemi di estrazione sempre più efficienti, che causano un sempre più rapido esaurimento delle risorse del sottosuolo. Fenomeno che riguarda sia le risorse minerali vere e proprie (metalli, inerti, fosfati ecc) sia le stesse fonti fossili sul cui sfruttamento scriviamo regolarmente sul blog di ASPO-Italia.

Figura 7: Evoluzione dell’estrazione mineraria.

 

Potremmo cercare di immaginare un pianeta identico alla Terra, ma nel quale non si sono verificate le condizioni per la formazione di carbone, petrolio e gas e, in un esperimento mentale o in un romanzo di fantastoria, immaginare cosa sarebbe accaduto all’umanità e all’idea stessa di progresso.

La progressiva industrializzazione della produzione di cibo è un processo che porta con se tutti gli effetti collaterali ben descritti dallo Stockolm Resilience Center attraverso la definizione dei confini planetari per l’attività umana, una serie di soglie che l’umanità non dovrebbe superare o, meglio, non avrebbe dovuto superare dato che per almeno tre di essi, il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e il ciclo dell’azoto e del fosforo, queste soglie sono già state superate (figura 8).

Figura 8: I dieci confini per uno spazio sicuro dell’attività umana

 

Prendendo spunto da questo grafico Kate Raworth ha creato un’immagine per rappresentare un’economia sostenibile che non costituisca il solito ossimoro dello “sviluppo sostenibile” inteso come perseguimento della crescita del PIL, cercando di limitare i danni agli ecosistemi, qualcosa che ricorda il famoso detto: “voler la botte piena e la moglie ubriaca”.

L’economia della ciambella di Kate Raworth include, oltre al tetto ecologico all’attività umana del grafico di figura 8 (il limite oltre il quale la Biosfera inizia a cedere), anche un pavimento sociale al di sotto del quale non si dovrebbe scendere per evitare il malessere e l’instabilità sociale. L’immagine è affascinante perché descrive in una singola figura un’economia di stato stazionario in cui il metabolismo sociale ed economico umano ha raggiunto un livello che garantisce un elevato grado di benessere, equità distributiva e salvaguardia della biosfera. Cioè qualcosa che è sideralmente lontano dall’attuale dinamica globale (figura 9).

Figura 9: L’economia della ciambella. Variabili ecologiche e sociali.

 

Le variabili ecologiche e sociali definiscono i confini entro cui è possibile sviluppare un’economia di questo tipo.  La complessità del problema ci porterebbe a prendere in considerazione anche le molte relazioni che intercorrono fra le variabili ecologiche, fra quelle sociali e fra quelle di ciascun ambito. Se volessimo tracciare con una freccia ciascuna di tali relazioni il grafico di figura 9 diventerebbe rapidamente un groviglio illeggibile di linee. Ma è bene tener presente tale complessità in ogni discorso futuro. Resta il problema di come realizzare un progetto politico di questa portata, cioè il “che fare?”. Tale quesito necessita uno spazio e uno sforzo molto maggiori di quelli in cui è limitato questo intervento.

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6 risposte a “Cibo, Clima e Petrolio: siamo alla frutta?

  1. mi sembra un buon messaggio, positivo, lo riprenderò nella parte finale dei post che sto facendo sull’antropocene

  2. aggiungo la versione inglese del libro citato da Luca

    è un epub file vi serve un lettore adatto

    mi sembra un buon messaggio, positivo, lo riprenderò nella parte finale dei post che sto facendo sull’antropocene

  3. Non credo che la causa della esponenziale crescita della popolazione umana sia da ricercarsi primariamente nella scoperta dell’uso dei combustibili fossili.
    La popolazione umana e’ cresciuta fino all’anno mille circa e poi ha smesso di crescere, fermandosi a circa mezzo miliardi di individui, ben prima della scoperta dei combustibili fossili, a causa della comparsa delle epidemie originate da eccesso di popolazione, di assembramento, e di facile e veloce comunicazione globale. Tutte o quasi le nostre attuali malattie infettive non esistevano quando gli uomini erano pochi, suddivisi in gruppi piccoli, molto distanziati e resi ulteriormente lontani dalle difficolta’ di spostamento: quando abbiamo cominciato a diventare tanti, assiepati in spazi sempre piu’ ristretti, in rapido movimento ai quattro angoli della terra, i nostri microrganismi antagonisti hanno avuto un sacco di terreno di coltura in cui svilupparsi, e si sono anch’essi evoluti e moltiplicati nell’abbondanza di risorse quali noi stessi eravamo per loro, fino a sfociare nelle grandi epidemie dei secoli successivi all’anno mille.

    La causa dell’esplosione demografica dell’ultimo millennio, quindi, e’ tutta da ricercarsi nella medicina moderna, nell’ordine concretatasi in igiene, vaccini, antibiotici: nella storia delle varie specie, compresa la nostra, si sono coevoluti i relativi microrganismi infettivi che altrimenti limiterebbero l’espansione prima che venga raggiunto il tasso di concentrazione della popolazione tale da mettere a rischio i mezzi di sostentamento delle specie stesse.

    I carnivori territoriali, la cui popolazione e’ essenziale debba essere relativamente rarefatta pena la distruzione del loro stesso habitat di sostentamento, sono estremamente sensibili alle malattie infettive facilmente trasmissibili, gli erbivori molto meno, altri animali nel mezzo.

    Le stesse api domestiche a quanto pare sono falcidiate dalle malattie trasmissibili cui le abbiamo esposte attraverso le nostre tipologie di allevamento, diffusione transcontinentale e selezione clonante, piu’ che dagli antiparassitari sui quali soli si concentra l’attenzione per le varie ragioni ideologiche che ben sappiamo. Vediamo cio’ che vogliamo, e ci aspettiamo, di vedere.

    Per quasi tutte le specie selezionate dall’uomo a suo uso e consumo, animali e vegetali, il problema numero uno e’ nelle loro avversita’ microbiologiche, per ovviare alle quali e’ necessario sviluppare o selezionare sempre nuove specie resistenti, che pero’ restano tali solo per qualche anno o decennio, a causa proprio sia della loro grande diffusione globale, che della loro alta concentrazione nello spazio.

    In altre parole, abbiamo sempre davanti agli occhi il fenomeno delle avversita’ microbiologiche come limite al sovraffollamento delle specie e, in particolare, delle nostre specie addomesticate, come puo’ vedere e sa benissimo qualsiasi agricoltore o allevatore per quanto ignorante purche’ in possesso della nozione di microrganismo trasmissibile, ma chissa’ perche’ questo fenomeno cosi’ evidente e ben noto e documentato, e’ del tutto invisibile all’ecologista malthusiano medio 🙂

    Come detto piu’ volte, il fatto che ci concentriamo sempre e solo sul problema dell’energia deve essere dovuto al fatto che la generazione oggi adulta e influente e’ quella che ha subito da giovane lo “shock primario” della crisi energetica del 1973, col relativo blocco della circolazione domenicale dei motorini, oltre ad essere quella con la fissa del diritto al “lavoro” che come ben sappiamo equivale all’energia.

    Oltre al fatto che “parlare bene” delle malattie, anche se solo da questo altamente particolare punto di vista, ovviamente non puo’ godere di alcuna popolarita’: e’ molto piu’ facile suscitare entusiasmi e raccogliere adepti alla propria causa contro un piu’ facile capro espiatorio, che non dare l’impressione di stare noi stessi dalla parte del piu’ classico, odioso e archetipico dei capri espiatori: l’untore, colui che propaga le malattie! Il rischio di essere in qualsiasi modo associati agli untori e’ un motivo validissimo in effetti per evitare accuratamente l’argomento, se si tiene alla pelle e alla popolarita’ e al successo delle proprie ipotesi. Ma cio’ non toglie che storicamente le cose potrebbero essere andate come descritto sopra…

    • La causa dell’esplosione demografica dell’ultimo millennio, quindi, e’ tutta da ricercarsi nella medicina moderna, nell’ordine concretatasi in igiene, vaccini, antibiotici:
      Non nego che i fenomeni da lei citati esistano, ma sono di secondo ordine. Il limite per millenni sono state le calorie, non le malattie. Le grandi pestilenze medioevali liberavano risorse e permettevano una nuova crescita della popolazione che rapidamente saturava la capacità di carcio dell’ecosistema. Il cambio c’è stato nel novecento quando la produzione agricola è stata quadruplicata dalla rivoluzione verde, che si basa su 4 fattori: selezione delle sementi, fertilizzanti, meccanizzazione e antiparassitari. I fertilizzanti azotati si fanno con il metano, la meccanizzazione con il petrolio, gli antiparassitari ancora con il petrolio. Guardare solo il tasso di mortalità non basta, ci sono altri fattori al lavoro, di cui il primo è l’energia extrasomatica che ha decuplicato almeno il lavoro che l’uomo svolge sulla biosfera, superando così i limiti imposti dalla propria fisicità.

      • Non credo, la limitazione microbiologica precede e procede a prescindere, e questo vale per tutte le specie, comprese quelle della “rivoluzione verde” citata, a chiusura del cerchio. La principale (pre)occupazione degli agronomi, quelli veri che lavorano in senso letterale _sul campo_, e’ nel selezionare nuove specie _resistenti_ alle avversita’, in continua e vana competizione con le predette avversita’ microbiologiche stesse, vedi OGM nella fattispecie attuale.
        Convengo pero’, anzi premetto io stesso, che la sollevazione di questo argomento sia estremamente pericolosa in quanto periclitante verso l’uso di argomenti di convenienza paranoide a sostegno di “soluzioni finali” di agghiacciante memoria. Ma non credo che in mancanza di questo essi non troverebbero, comunque, pretesti infinitamente meno pertinenti: il fine giustifica i mezzi. Si vede solo cio’ che si vuole, e si puo’, vedere.

  4. La causa dell’esplosione demografica dell’ultimo millennio, quindi, e’ tutta da ricercarsi nella medicina moderna, nell’ordine concretatasi in igiene, vaccini, antibiotici: questa frase è un coacervo di contraddizioni; prima di tutto nell’ultimo millennio ci sono state riduzioni della popolazione legate alla peste in europa, la tratta degli schaivi in Africa e lo scambio colombiano che hanno prodotto addirittura variazioni della quantità di CO2 in aria a seguito delle alterazioni in agricoltura; dunque vien da dire ma quali esplosioni dell’ulitmo millennio? in secondo luogo la medicina moderna è roba dell’ultimo secolo secolo e mezzo, basti pensare alla scelta di lavarsi le mani prima di operare le donne gravide; ne segue che il millennio non esiste, esiste il periodo del recente capitalismo industriale basato appunto sui fossili; l’organizzazione capitalistica moderna e l’uso dei fossili sono andati di pari passo. L’idea di poter trattare la specie umana che è l’unica che assommi: organi exosomatici, organizzazione sociale e soprattutto accumulo di risorse su lunghi periodi, (un fattore che porta alla forte instabilità retroattiva del sistema umano) usando il criterio usato per le altre specie , il carico ecologico semplicemente è una idea sbagliata ; il carico ecologico umano non è una costante geneticamente decisa, ma culturale e storica.

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