Petrolio: la vendetta dei pensionati

Dodici anni e oltre 4500 miliardi di dollari di investimenti.

Solo per dare ragione a due pensionati.

Di Dario Faccini

I PENSIONATI NON CREDONO ALLE FAVOLE

Dalla fine del 2014 ce l’hanno raccontata, ed hanno avuto pure gioco facile.

Ci hanno detto che il picco del petrolio era una bufala. Che il prezzo del petrolio sarebbe stato basso per almeno altri 10 anni. Hanno persino creato un meme: “lower for longer“, (prezzo) più basso, più a lungo. Non male come idea promozionale, visto che il prezzo del greggio era stato il cruccio degli economisi negli anni precedenti.

Il racconto aveva anche un protagonista credibile, la tecnica del “fracking”che in pochi anni è giunta a liberare da rocce compatte milioni di barili al giorno di petrolio leggero  (“tight oil” in inglese). Petrolio più caro, ma forse non così diverso come costo energetico da quello che abbiamo estratto negli ultimi 70 anni. Certo, con qualche problemuccio collaterale a livello ambientale, sismico e sulla salute dei neonati. Ma lo sappiamo tutti che non è possibile fare una frittata senza rompere qualche uovo.

Quindi barra a dritta e avanti tutta.

Peccato che questo bel racconto sia durato solo tre anni.  Perché nel frattempo le dinamiche di esaurimento geologico non sono state così cortesi da arrestarsi.

Chi avrebbe potuto prevedere una cosa simile?

Figura 1: Colin J.Campbell (a sinistra) e Jean H. Laherrère (a destra) in una foto di repertorio.

 

Ecco, a dirla proprio tutta un paio di pensionati freschi freschi (figura 1) nel 1998 avevano scritto su una rivista poco conosciuta chiamata Scientific American un articoletto dal titolo  “La fine del petrolio a Buon Mercato”. I due pensionati, che incidentalmente hanno portato alla nascita di ASPO (Associazione per lo Studio del Peak Oil), si chiamano Colin Campbell e Jean Laherrere e per oltre 40 anni hanno lavorato nel settore petrolifero. La loro previsione? Era scritta nel sottotitolo:

La produzione di petrolio convenzionale inizierà a declinare prima di quanto la maggior parte delle persone pensi, probabilmente entro 10 anni

Il petrolio convenzionale era oltre l’85% del petrolio che si consumava all’epoca (ora il 75%) perché facile da estrarre e di buona qualità.

Nell’articolo creavano anche un modello di previsione seguendo quanto già fatto dal geologo MarionK. Hubbert decenni prima e mettendo insieme le stime disponibili all’epoca sul petrolio convenzionale e il non convenzionale (figura 2).

Figura 2: Previsione della produzione mondiale di petrolio sia convenzionale che non convenzionale (linea rossa) riportata in “The End Of Cheap Oil“.

 

I GRAFICI NON MENTONO

Adesso possiamo dire che si sono sbagliati: il picco del petrolio convenzionale è capitato prima del 2008, nel 2005!

Ma come! E nessuno ci ha avvisato?

I segnali ci sono stati, solo magari un tantino confondenti. Come quando nelle statistiche sul petrolio si è deciso di metterci anche quello che petrolio proprio non è. Oppure di sommare le mele con le pere (nella fattispecie, volumi ed energia).

Ve ne abbiamo parlato proprio 3 anni fa proponendovi un grafico che ora abbiamo aggiornato sino al settembre 2017 (Figura 3).[1]

Figura 3: Produzione storica mondiale di “Total All Liquids” che comprende il greggio convenzionale (verde), i natural gas plant liquids che derivano dal gas naturale (in celeste), i guadagni di raffinazione che derivano da un artificio contabile (in viola), gli altri liquidi tra cui i Biocombustibili (in giallo), le sabbie bituminose canadesi (in nero) e il tight oil (in rosso). [1]

 

La produzione di petrolio convenzionale storicamente è sempre andata aumentando per seguire la domanda. La figura 3 mostra come questa tendenza si  sia infranta dal 2005 in poi quando la produzione di petrolio convenzionale si è appiattita e così è rimasta sino ad oggi. In termini tecnici il convenzionale mostra un undulating plateau.

In realtà il grafico è ottimista perché include come petrolio convenzionale anche quello ottenuto dalle piattaforme oceaniche che operano in acque profonde (deepwater e ultradeep water), che è in progressivo aumento (vedi figura 4).

Figura 4. Produzione petrolifera offshore dal 2005 al 2015. E’ in aumento la produzione da giacimenti più difficili collocati dove il fondo marino è oltre i 1500 metri di profondità (Ultra deepwater). Dall’Energy information Agency.

 

La copertura dell’incremento della domanda di petrolio è stata soddisfatta in questi anni grazie ai petroli di “scarto” come le sabbie bituminose canadesi, alla trasformazione del cibo in combustibili (biocombustibili), all’aumento della produzione di gas naturale e naturalmente al tight oil prodotto mediante fracking.

Verrebbe da pensare che forse la produzione di petrolio convenzionale non è aumentata perché non ci sono stati abbastanza investimenti dal 2005.

Niente di più sbagliato. Anzi si può affermare che la produzione di petrolio convenzionale non è aumentata nonostante gli enormi investimenti effettuati, che non hanno paragoni nella storia di questo settore: solo dal 2005 al 2016 si parla di 4500 miliardi di dollari, e solo per il petrolio (figura 5), se consideriamo anche il gas naturale sono molti di più.

Figura 5: Investimenti mondiali nel settore dell’upstream petrolifero e del gas naturale (acquisizione titoli minerari, esplorazione, sviluppo e produzione). Fonte: IEA, World Energy Investment 2016.

 

Questa enorme quantità di investimenti è riuscita comunque almeno ad evitare che la produzione di petrolio convenzionale iniziasse a declinare [2] ed è il principale motivo per cui vediamo un plateau. Inoltre ha permesso la crescita delle frazioni di petrolio non convenzionale, sempre più care, sovvenzionando anche produzioni praticamente in perdita come le sabbie bituminose e i biocombustibili. Per un periodo di pochi anni è riuscita anche a creare un eccesso di offerta sui mercati (e la narrativa “lower for longer”) che ha spostato più in là il picco del petrolio totale (convenzionale + non convenzionale). Ecco perché ancora non si vede la curva a campana della figura 2.

Ma stiamo tranquilli. Arriva.

CHI INVESTE SE N’E’ GIA’ ACCORTO

Ormai la festa è finita. Alcune verità non più mascherabili tornano prepotentemente alla ribalta come ha descritto recentemente un rapporto dell’HSBC :

1. Ogni anno, la domanda di petrolio continua ad aumentare di oltre 1 milione di barili al giorno (1,6 nel 2017 e 1,3 previsti nel 2018) e prima del 2040, nonostante gli accordi di Parigi, non è affatto sicuro che si verificherà un picco della domanda;

2. l’81% degli impianti dedicati alla produzione dei combustibili fossili liquidi (convenzionale+non convenzionale) mostra un declino produttivo, con tasso del 5-7% all’anno, pari ad una produzione persa di 3-4,5 milioni di barili al giorno; questo vuol dire che al 2040 servirà trovare la produzione equivalente a 4 volte quella dell’Arabia Saudita solo per mantenerla piatta;

3. I piccoli giacimenti petroliferi hanno tassi di declino solitamente pari al doppio dei giacimenti più grandi e la produzione mondiale è sempre più dipendente da giacimenti di minore dimensione; la dimensione media dei nuovi giacimenti messi a “coltivazione”[3] è crollata dai 500-1000MB di 40 anni fa ai 75 MB di questa decade;

4. Le nuove scoperte petrolifere sono anch’esse in declino; nel 2015 il tasso di successo nel trovare petrolio è crollato ad un pozzo esplorativo ogni venti (vedi figura 6), quattro volte inferiore alla media storica; anche il numero dei pozzi esplorativi è crollato e di conseguenza anche il totale delle scoperte petrolifere (figura 7) che hanno raggiunto il minimo storico; in passato la scoperta di nuovi giacimenti è stata utilizzata come indicatore per la produzione futura di petrolio poiché quest’ultima avviene mettendo a “coltivazione” le nuove risorse mediamente con un ritardo di 5-15 anni;

Figura 6: Petrolio scoperto per ogni pozzo esplorativo (barre rosse) e tasso di successo in % (linea continua in blu) a livello globale. Fonte: HSBC Global Research, Global Oil Supply, September 2016.

 

Figura 7: Nuove scoperte petrolifere (barre rosse) e numero di pozzi esplorativi (linea continua in blu) a livello globale. Fonte: HSBC Global Research, Global Oil Supply, September 2016.

 

5. La produzione di tight oil americano dal fracking ha avuto una crescita impetuosa, ma per ora si attesta sui 5MB al giorno, poco più del 5% della produzione totale (figura 3); è l’esaurimento del petrolio convenzionale che dominerà le dinamiche sui mercati nel medio termine;

6. l’industria petrolifera ha reagito al basso prezzo del barile degli ultimi tre anni diventando più efficiente e questo ha in parte mascherato il declino del petrolio convenzionale, ma i margini di ulteriore miglioramento sono ormai minimi; in compenso le grandi compagnie petrolifere hanno via via diminuito la taglia degli investimenti concentrandosi su giacimenti più piccoli che potessero generare ritorni economici in tempi brevi;  come è stato osservato però, i giacimenti piccoli, oltre ad esaurirsi prima, mostrano tassi di declino accelerati;

Ecco perché pian piano il prezzo del barile di petrolio sta risalendo. Ad esempio il Brent dopo aver toccato i 44$ nel giugno scorso, si attesta in questi giorni sui 64$. Non è solo per l’inverno più rigido. Nel 2018 si prevede che l’offerta scenderà di nuovo sotto la domanda e poi, anche se l’OPEC dovesse rinunciare ai tagli di produzione, cambierebbe poco perché nel frattempo la spare capacity (la capacità produttiva inutilizzata e mantenuta di scorta) sarebbe comunque a livelli piuttosto bassi (figura 8).

E’ interessante notare come la spare capacity dell’OPEC, in assenza degli accordi sui tagli produttivi per far risalire il prezzo del greggio, alla fine del 2016 era a livelli bassissimi, pari a quelli raggiunti durante il picco del prezzo del barile a metà 2008. Ci sarà pure una guerra commerciale, ma forse c’è anche il fatto che avevano aperto troppo i rubinetti.

Figura 8: Storico della capacità produttiva inutilizzata dei paesi OPEC (barre blu) e prezzo del petrolio WTI in dollari del 2010 (linea continua rossa). Fonte: EIA, updated 12/12/2017

 

Che la situazione sia poco simpatica ormai viene detto da più parti e il fracking negli USA riuscirà al più solo a rallentare l’inevitabile.

Fatih Birol, ai vertici dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, ha dichiarato in aprile:

La domanda chiave per il futuro del mercato petrolifero è per quanto tempo un aumento delle forniture di petrolio da scisto americano(tight oil) compenserà il rallentamento della crescita in altre parti del settore petrolifero.

No.

La domanda chiave è: perché non abbiamo ascoltato una copia di pensionati che aveva previsto questi problemi già nel 1998?

Oppure una domanda altrettanto buona è: perché dal 2005, quando i problemi di esaurimento sul petrolio convenzionale si sono manifestati chiaramente, abbiamo lasciato passare 12 anni, 4500 miliardi di investimenti da parte di soggetti pubblici e privati nel mondo, per rimanere con lo stesso identico problema, nel frattempo peggiorato, segnalato dagli stessi identici due pensionati?

Ma in giro ci sono fior di economisti che dicono che per fare un altro giro della giostra basta pagare un prezzo del biglietto più alto.

Non dicono che sarà molto più alto dei 4500 miliardi già pagati per l’ultimo giro. Non dicono che comunque ormai è tardi perché il prezzo del biglietto andava pagato anni fa.

E, soprattutto, non dicono come smettere di andare su questa benedetta giostra.

Due pensionati, nel 1998, avevano già detto anche questo: rinnovabili e programmi di risparmio energetico.[4]

E poi dicono che i pensionati non sanno guardare al futuro.

Datemi retta. Guardatevi dai giovani 🙂

 

Note

[1] Abbiamo usato le stesse fonti di 3 anni fa. Per il tight oil ora l’EIA fornisce statistiche della produzione mensile direttamente su foglio di calcolo.

[2] Ad essere pedanti alla fine del 2014 la produzione di  petrolio convenzionale è salita un poco, ma si è stabilizzata subito. E l’effetto delle migliaia di miliardi di dollari spesi negli anni precedenti, che oltre ad evitare il calo del convenzionale hanno aggiunto circa 1/2 milioni di barili.

[2] Nella follia umana, si usa proprio il termine “coltivazione” per indicare lo sfruttamento di un giacimento minerario. Uso questo termine ogni volta che posso e sempre con le virgolette, per non dimenticare che, alla fine, sono tutti problemi che abbiamo creato con le nostre mani.

[4] L’articolo citava anche lo sviluppo del gas naturale e del nucleare per dare il tempo necessario a fare una transizione energetica uscendo dalla dipendenza pertrolifera.

 

 

 

 

 

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16 risposte a “Petrolio: la vendetta dei pensionati

  1. non so se è un problema di firefox o dell’ad-blocker, ma io non vedo nessun grafico…

  2. ‘T appost

  3. Nel 2008 c’è stato lo scoppio della grande crisi a tre anni dal picco del convenzionale… ops ma non era soo una storia di mutui subrpime e finanza ballerina? 😀

  4. Gran bell’articolo, Dario!
    Grazie per aver fatto il punto della situazione e aggiornato i grafici.
    E grazie per mostrare il grafico della produzione storica mondiale di tutti i liquidi a partire dal vero fondo scala (lo 0), e no da 60MB circa come fanno certi individui che si dedicano al maquillage per far risaltare la crescita del Tight Oil.

  5. Curiosamente, il termine “coltivazione” si usa anche per descrivere l’accumolo dei rifiuti nelle dicariche. Una discarica viene “coltivata” per anni fino al suo esaurimento. Come un pozzo di idrocarburi ma con flusso dei materiali di segno opposto.

  6. ottimo articolo Dario, complimenti

  7. Quando si parla di risorse minerarie come il petrolio i termini “Coltivazione” e “produzione” dovrebbero essere sostituiti con “sottrazione”, “prelievo”, “furto”.

  8. dalla giostra non se ne esce colle rinnovabili, tanto che dopo 20 anni di installazioni siamo all’1% del consumo mondiale. Ci vorrebbe il risparmio, ma quello non lo vuole quasi nessuno. Siamo sempre alla mentalità ottocentesca del “Avanti Savoia” o medioevale del sempre compianto Brancaleone da Norcia, che incitava il suo branco di sgangherati col suo: “Dio lo vuole”. Bisognerebbe comnciare a tagliare i prodotti di consumo e svuotare un pò i negozi, ma “Dio lo vuole”. E fintanto che la superbia ci vuole far credere di essere dio, Dio lo vorrà.

  9. dalla giostra non se ne esce colle rinnovabili, tanto che dopo 20 anni di installazioni siamo all’1% del consumo mondiale. Ci vorrebbe il risparmio, ma quello non lo vuole quasi nessuno. Siamo sempre alla mentalità ottocentesca del “Avanti Savoia” o medioevale del sempre compianto Brancaleone da Norcia, che incitava il suo branco di sgangherati col suo: “Dio lo vuole”. Bisognerebbe comnciare a tagliare i prodotti di consumo e svuotare un pò i negozi, ma “Dio lo vuole”. E fintanto che la superbia ci vuole far credere di essere come dio, Dio lo vorrà.

  10. Articolo magistrale Dario, grazie per averlo scritto e data la possibilità di leggerlo

  11. Pingback: Il Picco in Italia: 15 anni e non sentirli | Risorse Economia Ambiente

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