Gli “errori del Club di Roma” dopo mezzo secolo.

Il ceto accademico cosmopolita, liberale o meno liberale, di sinistra o conservatore, laico o clericale, ha cianciato per qualche decennio sugli ERRORI DEL CLUB DI ROMA. Lo hanno fatto, generalmente, per sciatteria, senza neppure aver letto “i Limiti dello Sviluppo”, il primo rapporto per il Club di Roma redatto da un gruppo di ricercatori del MIT. A volte lo ha fatto in malafede, riuscendo in ogni caso ad influenzare l’opinione pubblica in modo da neutralizzare il valore culturale e la portata politica di quel rapporto. Quest’anno, in aprile, cadeva il cinquantesimo anniversario dalla fondazione del Club di Roma da parte di Aurelio Peccei e Alexander King. Fra pochi giorni l’evento sarà ricordato con un convegno a Roma.

Una piccola casa editrice, Lu:Ce edizioni, si è presa l’incarico di riproporre l’edizione italiana di quel rapporto che, secondo i soggetti menzionati all’inizio di questo post, conteneva i famosi “errori”. ASPO-Italia ha aiutato l’editore con entusiasmo per la rinascita dell’edizione italiana di questa pubblicazione, che sentiamo, per questo, anche un po’ nostra. E per varie buone ragioni. La prima delle quali è legata alla nascita stessa di ASPO-Italia. Ho raccontato diverse volte che ASPO-Italia nacque nel 2003 dopo la visita di Colin Campbell  venuto in Italia su invito di Ugo Bardi, per parlare del Picco del Petrolio. Alla fine del seminario che Campbell tenne all’Università di Firenze,  gli chiesi proprio (sfidando il ridicolo): “cosa mi dici degli errori del Club di Roma?” e lui mi rispose semplicemente: “non ci sono errori del Club di Roma, vai a rileggerti il libro”. Cosa che feci nei giorni successivi, ed è per questo sono qui. Ora potete rileggerlo anche voi.

 

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9 risposte a “Gli “errori del Club di Roma” dopo mezzo secolo.

  1. L’unico errore è stato illudersi che l’umanità avrebbe capito.

  2. penso sia un problema di “comprendonio” o di QI. Solo il 10% lo ha superiore a 110, che credo sia il minimo per accettare l’esistenza e capire concetti complessi. Il restante 90% capisce solo ciò che vede e tocca.

    • @Mago:
      Non ho mai misurato il mio QI
      Ma non credevo ci volesse un genio per capire che un mondo di dimensioni finite non può ospitare un numero di persone infinite.
      Più che il Qì per mé occorre un po’ di umiltà e meno superbia.

  3. Si esatto Mauro, hai centrato il problema, ho sentito Dennis Meadows dire esattamente questo (cito a memoria):

    “Quando fu finito il lavoro (quello di modellazione dietro LTG) pensammo che le cose fossero tanto chiare che, quando fossimo andati a parlarne in giro, la gente avrebbe detto che era ovvio e si doveva e poteva agire, invece non fu così. Ci sono moltissime persone che capiscono il messaggio e restano convinte che non ci siano limiti alla crescita.”

    I più intelligenti pensano che una progressiva dematerializzazione dell’economia sia possibile e in atto, ad una velocità sufficiente a non forzare il sistema economico ad un riaggiustamento traumatico. Difficilissimo scalzarli da una simile posizione.

  4. @Luca Pardi
    Si puo dematerializzare una parte dell’economia inventandosi dei servizi (Leggi “aria fritta”)
    Ma poi la gente deve comunque mangiare!

    • il secondario e terziario sono stati possibili solo coi FF. Per mangiare occorre sempre il primario e da solo, questo pianeta ha dato sostentamento a 500 mln. Quindi capirlo o no, che questo pianeta è finito, il risultato non cambia.

  5. a proposito leggevo che la popolazione umana dall’1 dc al 1650 è aumentata solo da 300 mln a 500 mln. Dopo prima il carbone, poi il petrolio hanno fatto il danno. Anche questo è un concetto astratto, nel senso che non lo vedi o tocchi, quindi ci puoi credere o no. Le azioni umane sono basate sul reale e non sull’ipotetico. Sperare che tutti basino la propria esistenza sulle leggi termodinamiche o il calcolo logaritmico, è pura follia, sempre per colpa di quel QI del cavolo.

  6. Si Mago sono d’accordo, i combustibili fossili, cioè l’invenzione del modo di usarli, sono la causa dell’esplosione demografica umana e della conseguente catastrofe ecologica in atto. Non sono però sicuro che il pianeta, e neppure l’umanità, sia finita, e credo che nessuno possa esserlo. Vale la pena coltivare una speranza, senza accettare l’ottimismo idiota.

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