L’effetto riccio e il dilemma di Cassandra

Un gruppo whatsapp tra amici. Una storia che vi farà cambiare idea: un attacco a “Piero Angela”, in salsa inglese.

E perché sinora siamo rimasti in alto mare.

Di Dario Faccini

LA STORIA

Per capire questa storia, proviamo a trasportare un paio di persone dal Regno Unito all’Italia.

Il primo è George Monbiot, uno scrittore, giornalista, attivista politico e ambientale che scrive sul Guardian (una sorta di Il Fatto Quotidiano). Monbiot ha un grado di consapevolezza dei problemi ambientali che non è troppo lontano da quello di un Luca Mercalli o di un Ugo Bardi. Per semplicità in questo post chiameremo Monbiot con lo pseudonimo di “Ugo Mercalli“, spero che nessuno dei due miei connazionali me ne vorrà.

Il secondo è David Attenborough un divulgatore scientifico e naturalista, famoso per i suoi documentari naturalistici trasmessi dalla BBC (la RAI inglese) tra cui gli eccezionali Blue Planet e Blue Planet 2. L’equivalente di David Attenborough in Italia è sicuramente Piero Angela, con cui lo sostituiremo perché mi rifiuto di scrivere una volta di più quel cognome inglese impronunciabile. Per evitare di confonderlo con il nostro connazionale lo chiameremo Pieru Angela.

Ed ecco la storia.

Ugo Mercalli ha appena scritto un articolo dal titolo Pieru Angela ha tradito il pianeta vivente che ama. L’accusa è quella di aver creato una falsa impressione dello stato di salute del pianeta, proprio con i suoi bellissimi documentari. Il Piero Angela inglese gode di una notorietà e di una fiducia praticamente universali. Nei suoi documentari la pressione cui l’uomo sottopone la natura è evidente, con la perdita degli habitat, i cambiamenti climatici e l’inquinamento.   Eppure ha compiuto una precisa scelta di comunicazione: evitare di sottolineare questi problemi e, soprattutto, evitare di attribuirne la colpa all’uomo. La ragione che adduce è che suonare l’allarme troppo spesso potrebbe essere controproducente, portando alla disaffezione di parte del pubblico.

Questo articolo mi è stato segnalato in un gruppo Whatsapp da un caro amico e la discussione che ne è nata è interessante perché inquadra quelli che potremmo definire come effetto riccio e dilemma di Cassandra.

UNA DISCUSSIONE SU WHATSAPP

Vi riporto qualche stralcio della discussione, usando pseudonimi al posto dei nomi dei partecipanti.

Gasteropode Bavoso:

Mi scazza leggerlo, riassumi in dieci parole per favore!

Esteta della violenza delle retroazioni:

Ugo Mercalli accusa Pieru Angela di non citare mai le cause profonde della crisi della biosfera terrestre, nonostante parli dei problemi in tutte (o quasi) le sue serie di documentari.

Eliminando la chiara accusa al Consumismo e allo stile di vita Occidentale, sostiene Ugo Mercalli, Pieru Angela ha dato una prospettiva di falsa “profondità” del mondo naturale, nel senso che dai documentari sembrerebbe emergere l’impressione che il mondo naturale ed incontaminato esista ancora, e lo si possa filmare e documentare con relativa facilità.

Il risultato sarebbe un generale senso di “autocompiacimento” e “falsa sicurezza” verso qualcosa che, alla prova dei fatti, non esiste praticamente più e stiamo perdendo ad un tasso esponenziale.

Con la conseguenza che la popolazione Inglese (su questa si concentrano i due…) avrebbe la falsa percezione che la crisi sia ancora un concetto astratto lungi dal realizzarsi.

Amico pettegolo:

Un buon pezzo davvero. Anche se è vero che quasi tutti quelli che tengono all’ambiente hanno iniziato da piccoli guardando i documentari. Chi non li ha guardati dubito che prima o poi possano sviluppare una sensibilità ambientale. Ti manca l’attaccamento emotivo per farlo.

Imprenditore tra gli incompetenti:

Io credo che l’attaccamento all’ambiente si sviluppa se lo vivi (scopri piccoli insetti, giochi in mezzo agli alberi, boschi).
La televisione da sola può darti un interesse da zoo safari, da acquario o rettilario.

Esteta della violenza delle retroazioni:

Secondo me avete ragione entrambi… Purtroppo la natura scompare sia dal mondo reale che dal mondo virtuale televisivo… Solo certi videogiochi hanno ancora una vena “ambientalista” che si sussegue negli anni…

Cervello fugato nerdone:

To do otherwise, he suggests, would be “proselytising” and “alarmist”. Purtroppo devo dargli ragione, dopo anni di lavaggio del cervello la gente lo crede davvero. E lui deve rispettare la narrativa facendone parte. O forse ne è vittima.

Mi ricorda la reazione di tanta gente al video gioco “A New Beginning” che aveva un tema ambientalista le parole usate erano proprio “preaching”(predicando) e simili.

Gasteropode Bavoso:

Secondo me ha torto, perché Pieru Angela avrebbe dovuto calcare la mano sui concetti di tutela ambientale e rischio ambientale oltre che di impronta ecologica e conseguenze ambientali. Ho usato questi quattro termini volutamente perché la scelta di diminuire il proprio impatto è personale. Io credo che quei documentari abbiano fatto un lavoro apprezzabile  a livello di divulgazione scientifica preparando la gente ad essere sensibilizzata, non spettava a Pieru Angela fare di piu perché se lo avesse fatto la parte di popolazione semianalfabeta inglese (che non conosce i quattro termini che ho usato prima e per i quali non basta un documentario a spiegarne contenuti e implicazioni) avrebbe perso interesse, sentendosi al contempo in colpa e impotente e avrebbe scelto di cambiare canale, non di cambiare le cose. Purtroppo è storico e fisiologico: noi riusciamo ad affrontare i problemi solo quando ci danno un calcio in culo, non prima.

Quei documentari hanno contribuito alla formazione di una sensibilità ambientale. Chiedere che facessero di piu è legittimo, accusare di aver fatto troppo poco è ingiusto.

L’EFFETTO RICCIO

Da una parte quindi c’è il tradimento come definito da Ugo Mercalli:

Le telecamere ci rassicurano sul fatto che ci sono vaste aree selvagge in cui la fauna selvatica continua a prosperare. Coltivano compiacimento, non azione.

Pieru Angela nasconde quelli che potremmo definire come i ritorni decrescenti del documentarista:

[…] I documentaristi che conosco e che riprendono la fauna selvatica, mi dicono che lo sforzo di ritrarre ciò che sembra un ecosistema incontaminato diventa più difficile ogni anno. Devono scegliere sempre più attentamente i loro angoli di ripresa per escludere le prove della distruzione in atto e viaggiare sempre più lontano per trovare i paradisi che ritraggono.

Come conseguenza, i documentari ci inducono automaticamente ad una fallacia induttiva (classificabile come generalizzazione indebita) che ci induce a credere che le splendide scene che vediamo siano la norma sul pianeta, e non in realtà l’eccezione. Pieru Angela quindi alimenta una grande bugia collettiva perché evita di menzionare che lo spettatore sta vedendo in realtà l’ultimo Dodo.

Ma va considerata anche un altro aspetto. Cosa sarebbe successo se Pieru Angela avesse messo sempre bene in chiaro l’eccezionalità delle riprese e le responsabilità dell’uomo? In questo universo alternativo Pieru Angela avrebbe avuto gli stessi ascolti? Avrebbe avuto gli stessi finanziamenti per produrre i documentari e gli stessi spazi sulla televisione di stato? Ma soprattutto, avrebbe avvicinato e coinvolto lo stesso numero di persone nell’apprezzare le meraviglie di una natura che non è più intorno a loro?

No, ha ragione “Gasteropode Bavoso”.

Chi ha provato a fare almeno una volta comunicazione su questi temi ha scoperto alla svelta che c’è quello che potremmo definire l’effetto riccio: il disagio indotto dalla gravità di un problema, attiva nell’interlocutore dei meccanismi psicologici di difesa come la negazione, la proiezione (la responsabilità viene scaricata addossandola ad altre cause esterne, come il complottismo), la razionalizzazione (la ricerca di argomenti di comodo, come ad esempio il fatto che sarà un problema più che altro per quelli che verranno dopo) e la rimozione. Tali meccanismi sono stati selezionati nel corso dell’evoluzione per permetterci di titrare avanti nonostante forti difficoltà e sono tanto più forti quanto più grandi sono le emozioni negative indotte (come la paura o il senso di vergogna), il senso di impotenza e l’attacco percepito alla propria identità. In certi casi diventano una barriera che renderà impermeabile l’individuo ad ogni ulteriore intervento di sensibilizzazione. A volte assumono proporzioni grottesche, come nel caso delle varie forme di complottismo.

Nella discussione sui cambiamenti climatici ad esempio, Ugo Bardi ha fornito ottimi esempi e l’ha sintetizzato con un frase che potremmo prendere come massima:

[…] fra la disperazione e la speranza, uno sceglie sempre la speranza, e la sceglie come può.

Persino Ugo Mercalli riconosce indirettamente l’esistenza dell’effetto riccio quando ammette che i suoi sforzi nello spingere la BBC a creare programmi con contenuti sull’ambiente si sono infranti perché la BBC non li voleva.

Se mi chiedete se sia la BBC o l’ExxonMobil ad essersi operata di più per frustrare l’azione ambientale in questo paese, vi direi la BBC.

Pieru Angela, da grande comunicatore, sa perfettamente che deve evitare questi meccanismi di difesa negli spettatori e i suoi documentari fanno esattamente questo.

IL DILEMMA DI CASSANDRA

A questo punto siamo di fronte al dilemma: dire la verità, sapendo che in massima parte non verremo né creduti, né ascoltati, oppure dire solo la parte di verità innocua e piacevole, che permette di essere ascoltati ma nasconde l’urgenza del problema?

Se Cassandra, la figlia preveggente del Re di Troia, avesse mentito sulle catastrofi che sarebbero poi giunte sulla sua città e sulle cause che le avrebbero prima scatenate, sarebbe riuscita ad evitarle almeno in parte?

Difficile da credere.

Ma è ancor più difficile da credere che basti dire la verità per suscitare una reazione.

Il mito di Cassandra incarna proprio questo monito: se urli al lupo al lupo, la gente si volta dall’altra parte e il lupo diventi tu.

E questo è l’errore che l’ambientalismo fa da cinquant’anni in tutto il mondo (vedi nota [1]).

Uscire da questo dilemma non è facile, ma non è neanche impossibile. Una volta che abbiamo realizzato che c’è un ostacolo si può pensare a come superarlo.

VENIRNE FUORI

Un primo aiuto può venire dal mondo della comunicazione e del marketing, che questi problemi li affrontano ogni giorno, magari per ragioni meno nobili.

Ad esempio un strategia che si è rivelata efficace[1] contro il dilemma di Cassandra, è l’idea di rappresentare un futuro migliore, più attraente  se l’individuo assume i comportamenti desiderati. In pratica usare la carota invece che il bastone. E’ il caso ad esempio delle Soap Opera prodotte dall’ONG Population Media Center efficaci nel ridurre il tasso di natalità dove troppo elevato, perché mostrano al pubblico femminile i vantaggi personali ottenibili con una migliore educazione e la pianificazione delle gravidanze.[2] Questo ci insegna anche un altra strategia spesso efficace: l’essere umano è programmato per apprendere mediante storie, narrazioni che coinvolgono altre persone.

Un altro buon modo di comunicare, in ogni situazione, è quello di far ridere. La risata è un potente antidoto all’effetto riccio, poiché proietta i nostri comportamenti sbagliati all’esterno, li ridicolizza e in questo modo ci sensibilizza a cambiarli. Se svolto da professionisti è in grado di veicolare messaggi potenti e controcorrente.  In Italia ci sono pochi esempi di informazione e giornalismo con taglio comico, anche se in effetti abbiamo un movimento politico al governo che è nato proprio così. Nel mondo anglosassone ci sono invece più esempi. Uno dei più attuali ed azzeccati è Last Week Tonight, una trasmissione di giornalismo d’inchiesta condotta negli USA da un famoso comico inglese, John Oliver. Ecco un esempio di come ridicolizza il negazionismo climatico.

Un altro aiuto importante ci può venire dalle ricerche della psicologia sociale. Ve ne abbiamo già parlato traducendo un’interessante summa sul tema dal titolo Comunicare il Cambiamento Climatico: I principali risultati della ricerca psicologica (e il perché non li avete già saputi) scritta da Paul Connor, ricercatore di psicologia sociale dell’Università di Melbourne. In poche parole:

  • per un pubblico “conservatore” è necessario evidenziare i co-benefici nell’agire contro i problemi ambientali;
  • il ruolo dell’ideologia si attenua parecchio quando si dimostra che la scienza non ha incertezze;
  • è necessario far si che chi ascolta un messaggio sulla necessità di agire “si senta bene con se stesso”; per raggiungere questo risultato può essere sufficiente far svolgere un qualche esercizio di “autoaffermazione” (che ricordi all’ascoltatore una sua qualità sociale importante, ad es. altruismo, gentilezza) o affermare il valore e l’integrità morale del pubblico;

L’ultimo punto è così importante che nella comunicazione sul riscaldamento globale adesso si consiglia di non partire dai fatti scientifici, bensì da una connessione con chi ci ascolta tramite valori o passioni che sono condivise (es. l’essere genitori, amare le passeggiate in montagna) e poi di introdurre i meccanismi climatici di causa-effetto che li mettono a rischio.

In tutto questo è evidente la centralità del coinvolgimento emotivo. Non c’è azione se il messaggio si ferma alla neocorteccia, deve arrivare anche al sistema limbico.

E’ anche importante che il senso di impotenza di chi ascolta venga superato offrendo qualche indicazione di massima, pratica per agire. Anche se sappiamo benissimo che quelle indicazioni non saranno sufficienti né se intraprese individualmente, né collettivamente, è importante lasciare almeno una direzione da seguire.

Nella comunicazione in presenza, di fronte a un gruppo, la psicologia sociale ha sviluppato nel tempo “buone pratiche” che fanno leva sull’innata socialità della nostra specie. Ad esempio lo psicologo Lennart Parknas propone di superare lo stato solitario di “allarme” in cui si sono attivati i nostri meccanismi di difesa con un percorso in tre fasi, partendo dall’aprirsi agli altri (“dialogo”), l’afferrare di essere parte di qualcosa di molto più grande di noi stessi (“interconnessione”) e infine esplorare le proprie risorse personali a livello di motivazione e capacità (“ricarica”). E’ un percorso non banale, che ha bisogno di tempo, di un accompagnamento svolto da un mediatore.

I FATTI NON SONO ABBASTANZA

E non lo sono mai stati. Altrimenti non ci troveremmo adesso con l’acqua alla gola.

La comunicazione in campo ambientale non è uno scherzo, anche se per troppo tempo è stata trattata così. Le soluzioni, quelle vere, coinvolgono troppi aspetti del nostro stile di vita per evitare che inneschino un’ampia gamma di meccanismi di difesa psicologica, spesso impenetrabili.

Non ha poi così tanto senso lanciare allarmi se non si ha il tempo, gli spazi, la preparazione e le doti comunicative per accompagnare chi ci ascolta in un percorso di presa di consapevolezza.

Per questo servirebbero anche altre condizioni al contorno indispensabili per il successo: le risorse economiche finora scarse; un’unione di intenti che spesso è impossibile con il frazionamento associativo del mondo ambientalista; una chiara consapevolezza delle sfide che abbiamo di fronte, finora appannaggio di pochissimi, che mette in discussione l’intero paradigma sociale e potrebbe davvero finalmente rendere chiara e univoca la visione del futuro che vogliamo.

In queste condizioni è quasi un miracolo che il movimento ambientalista sinora sia riuscito a vincere quelle poche battaglie che gli vanno attribuite.

Il povero Pieru Angela è quindi assolto?

Io credo di no. Proprio chi ha le doti e la possibilità di comunicare a grandi porzioni del pubblico, non basta che riconosca i rischi che l’effetto riccio comporta. Deve anche impegnarsi a trovare un modo per superarli.

E i modi ci sono anche se non sono facili.

 

 

NOTE

[1] Da osservare che in questo stesso articolo sul problema della sovrappopolazione, pur citando una strategia corretta contro l’effetto riccio, non se ne riconosce proprio l’esistenza. Ad un certo punto ipotizza di creare una “telecamera di Cassandra” che riprenda un mondo futuro devastato dall’uomo:

Mostriamo questi video a tutti quelli che sono sulla Terra oggi e spieghiamo che questo è il loro futuro (o dei loro figli) se non riusciamo ad agire presto. Quindi, dopo aver visto queste immagini terrificanti, ciò che sta davanti diventa completamente concettualizzato per tutti. Avrebbe un impatto sul pubblico in generale? Questo potrebbe scuotere le persone dalla loro apatia e negazione? Credo di si!

Col cavolo. Questo è proprio l’ABC di quello che non si deve fare.

[2] Si, la sovrappopolazione è un problema, anche se ormai ce lo siamo fatti sfuggire di mano. Chi non ne fosse razionalmente convinto dia un’occhiata alla formula IPAT. Se rimane qualche dubbio che la formula IPAT sia un modello troppo semplice, allora può leggersi cosa dicono modelli più complessi che giungono alle stesse conclusioni. Se ancora non siete convinti… siete in pieno effetto riccio!

 

 

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8 risposte a “L’effetto riccio e il dilemma di Cassandra

  1. “chi non ne fosse razionalmente convinto dia un’occhiata alla formula IPAT. Se rimane qualche dubbio, allora il problema è che… siete in pieno effetto riccio!”
    E’ effetto riccio notare che nel link lo spazio per la critica alla formula è quasi uguale a quello che si dà alla descrizione della formula stessa, e che le critiche non sono da dementi negazionisti come quelle al GW?

    • Mmmh, potremmo tirare in ballo anche la pigrizia di non averle lette e la capacità di valutarne la reale solidità. Ad esempio se prendiamo le due meno traballanti: “Too Simplistic for complex problem” e “Inter dependencies between variables” sono state risolte dal modello World 3 dei Limits Of Growth, che ci restituisce risultati analoghi alla formula IPAT. Le altre hanno ancora il vantaggio di essere formalmente vere ma con un impatto di secondo o terzo ordine rispetto la dinamica principale, ed è mia speranza che il lettore medio se ne accorga. Comunque aggiungerò alla nota il riferimento ad LTG. Grazie per la segnalazione.

  2. siccome alle locuste importa solo consumare per riprodursi, stare a parlare con loro di sistemi complessi etc è semplicemente inutile. I politici e le multinazionali ne sono però al corrente e raschieranno il fondo del barile all’inverosimile. Si può solo sperare che inneschino una crisi globale per ridurre i consumi per allontanare i tempi del collasso.

  3. L’esperienza di divulgazione, direi ormai quasi storica, mi ha portato a illustrare le mie idee davanti a molte migliaia di persone, in maggioranza giovani.
    Nel tempo le mie convinzioni sono cambiate assieme alle informazioni che accumulavo, al mutare dei dati, degli eventi, degli studi e al passare del tempo.
    Ora penso e parlo in modo molto diverso dai primi tempi di questa esperienza.
    In una lunga fase iniziale, quando non comprendevo appieno il significato del picco (dei picchi!) e quando sembrava che il riscaldamento globale non determinasse un cambiamento così forte e praticamente irreversibile, illustrare tutto quanto avrebbe potuto verificarsi sulla base delle (mie) conoscenze, risultava naturale e non mi poneva problemi: tanto si era ancora in tempo a sostituire la futura scarsità di petrolio con il gas, il nucleare e magari un po’ di carbone di cui si diceva esistessero riserve per secoli. Poi c’erano le nuove FER ancora bambine che stavano crescendo; anche i grandi sbarramenti idroelettrici crescevano di dimensione e sembrava concretizzarsi un cielo pieno di aquiloni. In generale si avvertiva una crescente sensibilità a questi temi. Pur consapevole della quasi nulla incisività dei comportamenti individuali in relazione alla dimensione globale dei problemi, concludevo con espliciti inviti ad agire, a operare, per ridurre, rallentare, mitigare, in quanto ciò avrebbe potuto scongiurare le conseguenze più temibili.
    Le risposte che ottenevo dal pubblico nella maggioranza dei casi corrispondevano alle mie attese. Le persone interloquivano volentieri, in maggioranza uscivano dalle sale pensierose, alcuni si fermavano per approfondire, anche se taluni – come ebbi occasione di raccontarvi in passato – rimanevano scossi. Capitava con una certa regolarità che fossi richiesto anche più volte dagli stessi organizzatori, nelle stesse città o nei paraggi. Nelle scuole (dove la qualità dell’attenzione degli studenti destava sempre sorpresa, numerosi erano i colloqui individuali che si sviluppavano al termine e diversi ragazzi restavano poi in contatto con me via e-mail) ero diventato riferimento stabile per parecchi insegnanti del nord Italia. Tanto che non furono pochi quelli che inserirono le mie lezioni nei loro programmi annuali. (Per inciso, uno di loro dal 1994 tutti gli anni chiede il mio intervento per tutte le classi quarte di un liceo, anche se nel frattempo sono cambiati 3 presidi).
    Poi le cose cambiarono. L’inossidabilità del main stream, la vacuità sostanziale degli accordi internazionali, le maggiori conoscenze, le conferme dai nuovi studi, il consolidarsi delle peggiori tendenze dei grafici, il verificarsi di alcun fenomeni preannunciati, mi portarono a prendere atto che si stavano superando punti di non ritorno; che gli scenari più negativi si sarebbero inevitabilmente realizzati. Era solo questione di tempo. Evitarli e rallentarli per trovare il modo d’invertirli non era più possibile. Persisteva e persiste l’impossibilità di immaginare il come e il quando la complessità della realtà reagirà, ma non esisteva più un “se” o un “forse”.
    Così cominciai a comportarmi in modo diverso a seconda degli interlocutori. Ai giovani adolescenti lasciavo sempre la possibilità di nutrire la speranza. Non mi pareva giusto ed opportuno caricarli, ancora acerbi, di un futuro irrisolvibile. Agli adulti, ai maggiorenni (ormai soggetti politici a tutti gli effetti) decisi di dire tutto sino in fondo. Di offrire loro la possibilità di diventare consapevoli della gravità di quanto stava accadendo e delle conseguenze che ne sarebbero derivate. Non tralasciando mai l’invito finale a farsi attori di una resilienza che non avrebbe potuto cambiare le dinamiche in atto, ma avrebbe potuto arricchire la loro esistenza di una diversa etica (verso la società e verso la natura) per me ben più desiderabile della folle rincorsa al consumismo.
    Da allora, guarda caso, il trend delle richieste d’intervento cominciò lentamente ma inesorabilmente a diradarsi.
    Non penso che il fenomeno sia dovuto unicamente all’effetto “riccio”, che in parte si è certamente verificato.
    Il momento coincide infatti con l’epoca dell’aggravarsi della crisi economica, l’involuzione dei partiti tradizionali incapaci di affrontarla, il ritorno a casa di molti dei vari movimenti ambientalisti, frastornati dai deludenti risultati delle loro aspettative sul fronte globale e dal groviglio irrisolvibile degli intrecci tra interessi ed esigenze “sociali e produttive” che limita drasticamente le possibilità di risolvere i problemi locali. Il tutto condito con la progressiva scarsità di risorse disponibili ad ogni livello per poter sostenere anche i (piccoli) costi dell’attività culturale “integrativa” alle funzioni statutarie.
    Non saprei quindi se il quasi azzeramento della mia attività di divulgatore sia da attribuire più all’effetto “riccio” o alle altre dinamiche in atto.
    Credo si debba prendere in considerazione anche il contributo di una minore sensibilità collettiva a questi temi, messi inevitabilmente in secondo piano rispetto all’aggravarsi delle conseguenze della crisi economico-politica, all’indebolirsi delle prospettive di positiva soluzione legate a un’attesa fase di sviluppo che faceva perno sulle salvifiche capacità del mercato europeo e mondiale.
    Ho poche occasioni ormai di parlare al pubblico ma non sono del parere di addolcire troppo la pillola.
    Potrò cercare di non risultare antipatico (più friendly, come si usa dire); come invita Faccini m’impegnerò a trovare il modo di superare i miei limiti, ma non potrò mai lasciare l’illusione che senza cambiare, radicalmente e subito, il paradigma che l’umanità sta, più o meno pacificamente, inseguendo, si potrà evitare un pesante collasso.
    Ci saranno meno persone che verranno a conoscenza delle conseguenze del superamento dei limiti? Beh, pazienza.
    Diffondere queste informazioni sino a lasciare poi l’idea che si possa più o meno continuare così, non serve a nulla. I cambiamenti dei comportamenti individuali hanno impatti insignificanti quando praticati da una infinitesima quantità di persone. E la nostra divulgazione (anche quando è ad altissimo livello, vedi Scala Mercalli) non influenza realmente che pochissime persone. I cambiamenti comportamentali assumono forte valore in sé solo in quanto rispondono a convinzioni reali, maturate con sufficiente consapevolezza e presa di coscienza.

  4. Esteta della violenza delle retroazioni

    Mi permetto di intervenire in quanto co-protagonista dello scambio di messaggi fra amici che ha ispirato questo post. E lo faccio perché la fedele riproduzione dello scambio di messaggi ha tuttavia escluso una serie di battute finali, a mio avviso parte integrante della questione.
    La mia personale opinione è che non esista alcun “Effetto Riccio” nel senso psicologico qui esposto, ossia di “disagio indotto dalla gravità di un problema, [che] attiva nell’interlocutore dei meccanismi psicologici di difesa come la negazione, la proiezione […], la razionalizzazione […] e la rimozione”. A mio avviso, esiste invece e piuttosto un “Effetto Riccio” nel senso di rifiuto generalizzato di messaggi contraddittori e contrari al pensiero dominante.

    Per questa ragione, non è solo “La comunicazione in campo ambientale” a non essere “uno scherzo”, ed è profondamente ingiusto affermare che “per troppo tempo è stata trattata così”. Altre comunicazioni hanno subìto la stessa sorte (si pensi alla comunicazione scientifica, etica, morale, ecc., e recentemente anche storica), tutte basate su approcci specifici delle loro rispettive discipline (rigore, confronto, mediazione, accumulo di conoscenze, ecc.), e ora tutte egualmente in crisi perché affrontano tematiche rifiutate, marginalizzate o ridicolizzate dal pensiero dominante, o perché caratterizzate da un linguaggio che non trova più alcuno spazio nella cifra comunicativa di quello stesso pensiero (fatta di slogan, reazioni emotive, manicheismo fazioso e associazionismo fideistico).
    Provare a comunicare la scienza in generale suscita una reazione analoga alla reazione alla comunicazione ambientale nelle generazioni più recenti (si pensi al famoso il “disagio” con la matematica). E non è un caso, in quanto ora che anche la scienza ha raggiunto i suoi ritorni decrescenti in ambito tecnico e inizia a mandare messaggi contrari alle “Magnifiche Sorti e Progressive” della cultura dominante, ecco le reazioni che minano l’attendibilità stessa del metodo scientifico. Certo, l’attacco quotidiano alla scienza del clima è il più pertinente ed immediato esempio, ma non si dimentichino le sempre più diffuse teorie complottiste (fra le tante: viaggi nel tempo nascoste dai fisici delle particelle al CERN, eventi alieni sul suolo lunare e marziano nascosti dagli astronomi, ‘evidenze’ che la Terra sarebbe piatta o in costante espansione nascoste dai geologi, e così via).

    I “meccanismi di difesa in ambito di comunicazione ambientale” cui si fa qui riferimento, appaiono caratterizzate da dinamiche ben diverse nelle culture profondamente radicate nella natura e nei cicli naturali. Per citare esempi abusati (e che andrebbero in realtà analizzati più a fondo, ma che in assenza di spazio assolvono ad un meccanismo di esemplificazione e di “risonanza” nel lettore), non sono noti reazioni da “effetto riccio” alle comuni pratiche infanticide di Tikopia, né di reazione alla soppressione di tutti i maiali dell’isola, nonostante in entrambi i casi la perdita personale ed immediata fosse ben chiara e percepibile da chi la subiva.
    Ciò che realmente conta, è la percezione della natura di quanto comunicato e richiesto rispetto all’insieme di valori acquisiti con la formazione infantile e rispetto ai valori propagandati quotidianamente, cioè rispetto al pensiero dominante, sia esso globale o locale.
    (si veda per qualche esempio generale, e si scusi lo scrivente se il riferimento è agli USA:
    https://www.nationalgeographic.com/magazine/2015/03/science-doubters-climate-change-vaccinations-gmos/
    )

    Ovviamente, il problema di decidere quale strategia di comunicazione adottare per massimizzare le proprie probabilità di successo non si esaurisce nella questione di opporsi ad un trend di rigetto dei punti di vista non-allineati. Pensare di semplificare la “comunicazione ambientale” alla giusta scelta di “comunicazione e marketing”, o di affidarsi al “coinvolgimento emotivo”, sono destinate al fallimento nella stessa identica misura in cui 50 anni di comunicazione basata sul concetto di “speranza” e “ce la possiamo ancora fare” sono stati fallimentari.
    Come in tutte le attività che coinvolgono vaste masse di individui, il problema intrinseco è che questi individui non sono un monoblocco statistico in cui tutti rispondono alla stessa maniera agli stimoli esterni, ma sono una distribuzione multidimensionale.
    Il “coinvolgimento emotivo” è perfetto per individui privi di prospettive e profondità storica e culturale (non a caso è una tecnica utilizzatissima negli USA e in Australia), in quanto solo individui intellettualmente infantili rispondono bene a questa tecnica (si badi: sto parlando di medie statistiche!), mentre persone di formazione scientifica saranno immediatamente soggette ad un “effetto riccio” individuale di rigetto di un approccio considerato infantile e personalista.
    Alla stessa maniera, affidarsi a strategie di “comunicazione [pubblicitaria] e marketing”, così in voga in ambiti economici e (anche in questo caso) nei Paesi Anglosassoni, sortirà il rigetto in individui stanchi di pensare che la confezione è più importante del prodotto e che diffidano naturalmente di “prodotti” dalla confezione troppo imbellettata.
    E così via.
    Personalmente, e per quel che può valere, è stato proprio ed esattamente “creare una “telecamera di Cassandra” che riprenda un mondo futuro devastato dall’uomo” che ha suscitato in me una reazione. Mai una reazione, per contro, hanno suscitato tutti i bei discorsi sulla “speranza” e sul “possiamo ancora farcela”. Le uniche reazioni, in quei casi, sono state proprio (!!) la negazione (“Se possiamo farcela, allora non è un problema”), la razionalizzazione (“Scienza e tecnologia possono farcela. Il mio contributo comportamentale individuale non conta nulla”) e la rimozione (“Perché state cercando di farmi perdere il buon umore parlandomi di un non-problema che Scienza e Tecnologia possono tranquillamente affrontare? Non ho tempo da perdere.”). Soprattutto, per lungo tempo la reazione è stata appunto ripetermi che “possiamo ancora farcela” così tante volte che… beh, siamo qui a non farcela più.

    Il vero problema profondo della comunicazione ambientale è che si scontra naturalmente e quotidianamente con un pensiero dominante che valorizza concetti differenti, e che si adopera per una percezione diametralmente opposta del mondo. E che così facendo livella tutti i punti di vista non allineati, li riduce a pària della socializzazione, innalza anticorpi di rigetto verso chi li propugna.
    Per limitarsi alla questione del cambiamento climatico, i danni e i problemi che l’estremizzarsi degli eventi estremi porta con sé non sono intrinsecamente negati, ma sono “antropizzati”. Non sono i concetti di “resilienza dell’ecosistema” o di “biosfera sotto attacco” ad essere riportati, bensì di interazioni dell’evento con l’Antroposfera e il suo pensiero dominante, l’Economia. Ogni volta che un evento estremo colpisce una regione, i notiziari si accalcano a riportare notizie su quanti posti di lavoro sono a rischio e quante attività economiche in ginocchio, e si affannano a calcolare un valore monetario per quantificare (?) il danno (Un esempio fra tanti, ancora dagli USA:
    https://www.thebalance.com/wildfires-economic-impact-4160764)

    Nessuna sorpresa, quindi, se si assiste a quello che si è definito “Effetto Riccio” quando si parla di necessità di salvare la Foresta Amazzonica o il ghiaccio estivo dell’Artico attraverso azioni personali. Ma non si tratta di una questione di significato, bensì di significante. Nel pensiero dominante, la foresta Amazzonica è la prossima frontiera da assoggettare allo Sviluppo per fare del Brasile “una nazione grande, libera e prospera” (Bolsonero), e il ghiaccio nell’Artico è solo un impedimento all’apertura di nuove e più veloci rotte commerciali (si veda Repubblica, ad esempio). Se si vuole salvare la Foresta Amazzonica o il ghiaccio Artico, allora si è contro lo Sviluppo e le “Magnifiche Sorti e Progressive”, si è contro quello che dicono i mezzi di informazione di massa, si è contro all’umanità stessa, che tanto bisogno ha di abbattere la Foresta Amazzonica e sciogliere il ghiaccio Artico per creare nuovi posti di lavoro, far crescere l’Economia, e diffondere il benessere e la ricchezza fra tutti i suoi componenti!
    In breve, il problema della “comunicazione ambientale” è una sfida ìmpari tra due linguaggi, tra due narrazioni del mondo. Ma NON E’ una sfida tra un messaggio negativo contro uno positivo, o tra uno linguaggio di responsabilizzazione individuale contro uno di superficialità.

    Per concludere, quindi, nonostante la mia simpatia e la stima per George Monbiot siano entrambi inferiori alla mia simpatia e alla mia stima per David Attenborough, credo che qui la critica di Monbiot sia perfettamente giustificata. E non credo, come sostiene il nostro Dario, che Attenborough non sia assolto semplicemente perché “deve impegnarsi a trovare un modo per superar[e l’effetto riccio]”. Credo che sia davvero colpevole di non aver lavorato a più tipi di format documentaristici, di non aver insinuato più esplicitamente che il Consumismo è la causa di (molti) problemi ambientali di cui lui parla, di non aver esplicitamente prodotto documentari sul “mondo [presente] devastato dall’uomo”.
    Non si tratta di esperimenti intentati o nuovi. “Home” di Yann Arthus-Bertrand è un’opera graficamente superiore ai pur eccezionali documentari della BBC, e sebbene meno scientificamente rigorosa dei lavori di Attenborough, ha un potente impatto emotivo e narrativo. Esattamente quel tipo di significante che è stato qui avanzato come fondamentale per la comunicazione ambientale.
    Avrebbe potuto produrlo un Attenborough? Nulla osta di principio, eppure non lo ha mai fatto. E qui sta la vera ragione della critica di Monbiot.

    • La tesi che sia la dimensione culturale a creare un pensiero dominante che crea le reazioni psicologiche dell’individuo è certamente vera, ma purtroppo assai inutile nel nostro caso. Essa ad esempio non spiega né i cambi, né le rivoluzioni culturali che sono proprio l’obbiettivo che dovremmo proporci. E’ del tutto normale che, a regime, chi detiene il potere cerchi di rinforzare, con una narrativa dominante, le proprie possibilità di mantenerlo. Ma qui siamo interessati a trovare le condizioni per creare una transizione culturale, e non ci sono altre possibilità al di fuori di quella di ridurre al massimo le resistenze psicologiche e creare una narrativa attraente. Certo, il controllo dei mass media aiuterebbe, ma sinora non ci è stato concesso e non risulta ragionevole aspettarselo. Sarebbe bello vivere in un mondo in cui il messaggio di ogni film, di ogni pubblicità, di ogni slogan politico fosse la responsabilizzazione personale. Ma non è il mondo in cui viviamo e se lo fosse non parleremmo certo di questi problemi perché in primo luogo non esisterebbero. Quindi il pensiero dominante non è una variabile che abbiamo sotto il nostro controllo, quanto piuttosto il gioco cui si deve giocare per vincere.
      Il condizionamento culturale non è poi un effetto sempre determinante neppure nelle situazioni in cui la comunicazione di massa è strettamente controllata e in questo si riconosce il valore della psicologia sociale. In caso contrario non si spiegherebbero transizioni culturali recenti, come quella avvenuta con la caduta del blocco comunista sovietico, o quella in atto a Cuba. Il messaggio consumista era talmente attraente che non aveva bisogno di un pensiero dominante o di mass media per diffondersi, punto e basta.
      Sono invece d’accordo con la frase “Come in tutte le attività che coinvolgono vaste masse di individui, il problema intrinseco è che questi individui non sono un monoblocco statistico in cui tutti rispondono alla stessa maniera agli stimoli esterni, ma sono una distribuzione multidimensionale.”
      Ma se questo è vero allora non aiuta portare casi personali di presa di consapevolezza di un problema mediante la narrativa del “guarda quello che succederà”. Quella è appunto una narrativa che funziona con una coda della gaussiana della popolazione, quella in grado di pensare razionalmente ed essere responsabile. Con la stragrande maggioranza invece sappiamo che ha fallito e fallirà.
      Proprio il “marketing” che tanto ci schifa, ha poi risolto già esattamente questo problema grazie alla tecnologia. Ora è possibile profilare il singolo consumatore/cittadino ed utilizzare il messaggio migliore per ogni profilo. L’hanno usato per farci comprare oggetti inutili e votare politici incapaci. Naturalmente ci schifa troppo usarlo per salvare il mondo.

  5. Esteta della violenza delle retroazioni

    Allora, usiamolo questo ‘merketing’! Profiliamo i potenziali consumatori del messaggio ecologista! Facciamo leva sugli specifici istinti che muovono ciascuno dei potenziali usufruitori del messaggio! Imbellettiamolo e vendiamolo, anzi, doniamolo al mondo questo messaggio! Lanciamoci in questa impresa… Peccato che sia già stato fatto.

    Nella Rete si trova già la ‘profilazione’ invocata, senza che ci sia stato bisogno di alcuno sforzo coordinato da parte del movimento ecologista, picchista, e/o collassista. Si può già trovare il messaggio più adatto a chiunque:
    -) C’è il messaggio apocalittico-nichilista di persone come Guy McPherson, che sono ben oltre il tentativo di muovere le masse. Per loro non è più questione di evitare l’apocalisse, ma solo di capire quanto tempo ci resta prima dell’estinzione (https://guymcpherson.com);
    -) Ci sono i movimenti ‘Survivalist’ (o ‘Prepper’), per i quali l’estinzione si profila all’orizzonte solo per quelli che non saranno pronti all’inevitabile collasso (e.g., https://en.wikipedia.org/wiki/Survivalism);
    -) Ci sono i blog moderatamente pessimistici, che propugnano un messaggio di un cambiamento radicale per evitare il peggio, e si lancino in critiche di fuoco contro chi (suo malgrado…) è costretto a prendere posizioni più prudenti (e.g., http://arctic-news.blogspot.com/2018/10/ipcc-keeps-feeding-the-addiction.html)
    -) Ci sono i blog che espongono una situazione al limite del disperato, ma ribattono con schegge di speranza (e.g., https://paulbeckwith.net);
    -) Ci sono i blog scientificamente rigorosi e attenti ai dettagli, più o meno concentrati su alcuni aspetti della dinamica del collasso, sia questo ecologico o sociale (e.g., https://cassandralegacy.blogspot.com, https://ugobardi.blogspot.com, http://crashoil.blogspot.com, https://ourfiniteworld.com/author/gailtheactuary);
    -) Ci sono blog che cercano di dare un’informazione equilibrata e puntuale, e al tempo stesso alla portata dei più (questo stesso blog);
    -) Ci sono anche blog più ottimisti, più possibilisti, basati su narrative, su messaggi si speranza, su futuri possibili… (non se ne voglia allo scrivente se non aggiunge link per questi. Non li segue più da… da quando la ripetizione ossessiva della speranza a portata di mano lo ha stancato, dato che la sua mano restava ostinatamente vuota).

    La ‘profilazione’ c’è già, con tutta la sua ricchezza di ‘nicchie ecologiche’, tutte occupate. Questo è. Il punto è che non si può fare di più, col ‘marketing’. E’ già attivo, ha raggiunto la sua maturità, e non evolve più. Chi oggi segue i blog sopra citati è appunto la frazione di popolazione che risuona con questi messaggi, ognuno secondo la sua specifica appartenenza ad una coda della distribuzione multidimensionale Gaussiana che è la massa degli umani. Vogliamo creare nuovi blog per nicchie sempre più specifiche e personali? Magari del ‘catastrofista moderatamente ottimista con punte di nichilismo pseudo-Leopardesco condito da punte di speranza trascendentalista’? Ben vengano, ma si ricordi che più specifico e mirato è il messaggio, meno saranno le persone che risponderanno, poiché si finirà per lavorare su frazioni sempre più marginali della Gaussiana umana… La stragrande maggioranza dell’Umanità, il 68.3% (il 95.5%?) di tutti gli umani, non risuonano, punto e basta. Non risuonano perché non sono abbastanza complessi intellettualmente, forti culturalmente, profondi emotivamente da risuonare, da contrastare il pensiero dominante. Non risuonano e non risuoneranno mai. Chi si ricorda della discussione su quante persone potessero essere sensibilizzate attraverso i media mainstream, e guardava con speranza a “Scala Mercalli”? E l’audience ha dato una risposta chiara: circa un milione di persone. Ecco, quella è la massa che può essere raggiunta e mobilitata in questo regime di pensiero dominante, in Italia. Quelli sono quelli che possono potenzialmente risuonare. Non di più.

    Le masse non si possono muovere, proprio perché sono masse. Complesse, fluide, viscose, stordite dallo scontrarsi di messaggi discordanti ed opposti, alla semplice ricerca della perfetta realizzazione del motto ‘Vivi e lascia vivere’. La speranza di avviare una “transizione culturale” dal basso è romantica, sa di cinematografia hollywoodiana e rimanda ai racconti ottocenteschi e fantasy di eroi che cambiano il mondo da soli, smascherando l’ingiustizia e muovendo le masse con la semplice forza della loro giustizia morale. Peccato che non funzioni così. Mai sono state le masse a fare i “cambi[-amenti], […] le rivoluzioni culturali”. Le masse le hanno sempre e solo subìte. Nessuna delle grandi figure rivoluzionarie del passato è mai stata un ‘uomo del popolo’. Al più, erano uomini ‘per il popolo’. [Mi si scusi per l’eccessiva semplificazione di questi esempi. Non c’è spazio per una disamina storica più approfondita]. Giusto per citare due figure che hanno scatenato durature rivoluzioni culturali: Gautama Buddha era erede di una ricca famiglia di regnanti, Gesù Cristo era il Figlio di Dio fattosi uomo. E i cambiamenti che loro hanno propugnato non sono arrivati perché il popolo ha risposto e risuonato al loro messaggio. Le grandi, durature rivoluzioni sono avvenute solo perché ad un certo punto sono state abbracciate da qualche elite che le ha strumentalizzate, cavalcate, diffuse, imposte. L’imperatore di Maurya Aśoka il Grande per il Buddismo, l’Imperatore Costantino il Grande per il Cristianesimo, rispettivamente.

    Cercare di cambiare le masse, andando direttamente contro il pensiero dominante, è un’inutile perdita di tempo. Come ben dimostrato da 60 anni di successi marginali dell’ambientalismo, che ha già cambiato più volte la sua narrativa, cercando di raggiungere nuove fasce di popolazione. Il ‘Catastrofismo’ degli anni 1970, il ‘Possibilismo’ degli anni 1980, l’ ‘Ottimismo’ dei primi anni 2000, lo ‘Speranzismo’ degli anni 2010, lo… E intanto i decenni sono passati, le generazioni si sono susseguite, i problemi si sono fatti irrisolvibili. Pensare che profilando il messaggio ecologista si possa accrescere la base di persone che risuonano al messaggio è poi ‘wishful thinking’, un’errata interpretazione delle dinamiche del ‘marketing’. La ‘profilazione’ consumista ha funzionato egregiamente non tanto perché fa leva su risonanze specifiche del singolo individuo, ma soprattutto perché non va contro corrente, non si oppone al pensiero dominante, non crea attriti psicologici negli individui. Anzi. Questa ‘profilazione’ altro non è che la naturale prosecuzione del pensiero dominante, che da generale si fa personale, che aggiunge al messaggio urlato alla massa il messaggio sussurrato al singolo nel suo privato. Il tema è lo stesso, la direzione del flusso è la stessa, la natura del messaggio è la stessa. Non c’è contraddizione, non c’è contrasto, non c’è resistenza. C’è continuità. Pensare che un messaggio fatto su misura, ma di valore e contenuto opposto al pensiero dominante, possa influire sulle persone al punto da far loro mutare atteggiamento in massa, altro non è che votarsi ad un ennesimo, pluri-decennale, inutile sforzo. Magari, è possibile, attecchirà su un’altra coda marginale della Gaussiana. Benvenuti a bordo a quei pochi!

    L’esempio del fallimento del Comunismo mostra bene la futilità dell’idea. Non si pensi che il marketing non fosse attivo nei Paesi Sovietici! (e.g., https://sputniknews.com/photo/201811211069992351-soviet-car-advertising). Il punto è proprio che “il messaggio consumista era talmente attraente che non aveva bisogno di un pensiero dominante o di mass media per diffondersi, punto e basta”. Quale messaggio può essere più attraente di quello consumista che promette l’eterna giovinezza a tutti, il benessere e la ricchezza senza limiti, una vita adolescenziale senza costrizioni né responsabilità? Quale messaggio possono offrire gli ambientalisti per convincere le masse che l’eterna giovinezza è solo una chimera dannosa per l’ecosistema? Quale narrativa possono concepire gli ecologisti per far capire alle masse che i limiti esistono, vanno rispettati, e inglobati nel sistema legislativo umano? Quale fantastica storia può essere imbastita per far rinunciare alle masse al sogno di un’adolescenza senza fine, e far accettare una maturità fatta di rinunce, responsabilità, e moderazione? Usando le stesse parole del ‘marketing’, quale bisogno può essere creato dall’ambientalismo per vendere alle masse la convinzione che lo stile di vita consumista è sbagliato, e quale prodotto può essere presentato come più adatto e performante per lenire le mancanze di quelle stesse masse? Buona fortuna!

    Non è alle masse che occorre rivolgersi. Non ha nessun senso perdere tempo ed energie per sgolarsi nel vacuo tentativo di mobilitare quel 68.2% (95.5%?). Occorre invece concentrarsi sui decisori, influenzare chi ha potere, fare pressione su chi ha influenza. Ogni altro sforzo è fatalmente destinato a fallire. Pensare che cambiare la strategia comunicativa possa ‘sollevare le masse’, dopo che la narrativa ecologista è già mutata nel corso degli ultimi decenni con i risultati che si conoscono, è nulla più che narrativa che gli ecologisti continuano a raccontare a sé stessi per giustificare gli scarsi risultati ottenuti finora, per non perdere la speranza. Ma gli ecologisti non devono demoralizzarsi! In realtà hanno agito al meglio delle loro possibilità, hanno ottenuto il massimo che potevano ottenere. Semplicemente, non potevano fare di più. ‘Vivi e lascia vivere’, dice quel 68.3% (95.5%?).

    La polemica di Monbiot è quindi sterile? La “narrativa del guarda quello che succederà”, del catastrofismo nudo e crudo, è quindi egualmente debole delle altre narrative rispetto al pensiero dominante? Questo non è chiaro. Come riporta il Guardian, c’è una correlazione temporale tra l’aver mostrato un albatross morto di fame a causa della plastica e la reazione di migliaia di persone del Regno Unito che ha spinto il Governo ad intervenire con una legislazione ad hoc (“Veniva mostrata un tartaruga, impigliata fatalmente in una rete di plastica, e un albatros, morto, ucciso dai frammenti di plastica accumulati nel suo stomaco. Ha scatenato la reazione più forte a qualsiasi altra cosa nella serie”, mi ha spiegato Tom McDonald, responsabile delle trasmissioni alla BBC. “Gli spettatori non volevano semplicemente parlare dell’episodio — come accade di solito — ma ci chiedevano come risolvere il problema”. Nei giorni successivi, i politici sono stati travolti da telefonate e sommersi da emails dai loro elettori che erano stati impressionati dal programma” — “There was a turtle, hopelessly tangled in plastic netting, and an albatross, dead, from shards of plastic lodged in her gut. It was the biggest reaction to anything in the whole series,” Tom McDonald, head of commissioning at the BBC, told me. “People didn’t just want to talk about the episode – which is the usual – they were asking us how to fix things.” Over the next few days, politicians fielded calls and received a flood of emails from their constituents who felt moved to action by the programme”). Un effetto che è stato ribattezzato “Blue Planet II effect” (molto generosamente, visto che solo 6 minuti dell’intero programma avrebbero scatenato cotale reazione!). E non sono state parole di speranza o belle immagini a smuovere le masse, ma la visione nuda e cruda dei danni e delle sofferenze che la civilità umana sta spargendo nel mondo (https://www.theguardian.com/environment/2018/nov/13/the-plastic-backlash-whats-behind-our-sudden-rage-and-will-it-make-a-difference). Forse questa correlazione è semplicemente parte della nuova narrativa di cui il Guardian si vuole fare portavoce, di bastonatore dei media tradizionali in cerca di un approccio alternativo nelle notizie ambientali. O forse è vero che la narrativa dell’indignazione, della paura, e della verità nuda e cruda, è l’unica che possa ancora scalfire il muro di ottusità diffuso dal pensiero dominante.

    Perché non è vero che “se urli al lupo al lupo, la gente si volta dall’altra parte e il lupo diventi tu”. La storia di Esopo non trasmette questo messaggio. Afferma che chi si fa portatore di falsi allarmi, finisce per non essere più creduto neanche quando dice la verità (https://it.wikipedia.org/wiki/Al_lupo!_Al_lupo!). C’è una bella differenza. E se è vero che “il pensiero dominante non è una variabile che abbiamo sotto il nostro controllo”, la conseguenza non è che quello è “il gioco cui si deve giocare per vincere”, ma che è impossibile vincere, e altro non si può fare che continuare a rilanciare il messaggio, in attesa della combinazione di fattori, di personalità, di eventi, che finalmente lo renderanno dominante. Ma non è oggi, né domani, né nell’immediato futuro, purtroppo.

    • Il fatto che sulla rete si trovino vari modalità di comunicazione dello stesso messaggio, non è una profilazione. Altrimenti basterebbe mettere un cartellone pubblicitario a Roma per essere sicuri che anche i milanesi lo leggano. La profilazione è la raccolta di informazioni e la loro rielaborazione su ogni individuo, con tecniche di Big Data in modo da classificare ogni individuo in vari profili mentali e ideologici, per i quali verranno scelte forme comunicative ad hoc che raggiungeranno solo quella particolare persona.
      Non so da dove venga poi l’idea di una transizione dal basso nell’articolo che ho scritto e tanto meno l’impossibilità ad avere soggetti portatori di potere e interesse. Se c’è un fenomeno nuovo in questi ultimi anni è proprio l’aspetto finanziario dei problemi e le alleanze che si stanno formando. Certo, c’è molto greenwashing dentro, ma considerata la potenza delle lobby contrarie e il loro dominio incontrastato sino a qualche anno fa, il vento è assai cambiato. Non si contano più i report che dichiarano “distressed assets” le riserve delle compagnie petrolifere, così come i fondi che possono investire solo in strumenti finanziari etici e green. Sono movimenti che ancora non toccano le masse, ma è proprio per questo che ha senso l’articolo.

      Bellissima la frase “il messaggio consumista era talmente attraente che non aveva bisogno di un pensiero dominante o di mass media per diffondersi, punto e basta” già! Non ci chiediamo il perché? Perché la gente trova attraente cambiare macchina ogni due anni magari facendo gli straordinari, rinunciando così a stare con la propria famiglia? Attraente? O invece è stato trovato il modo giusto PER RENDERLO ATTRAENTE? Cosa diavolo c’è di ATTRAENTE nel lavorare da mattina a sera cedendo la propria UNICA VITA in cambio di beni che finiranno presto nella spazzatura? Certo che tra il consumismo SFRENATO e un sistema consumista FRENATO come era il comunismo, non c’era molta storia. Se punti sugli stessi valori, ma l’altro li raggiunge prima di te non puoi poi piangere.

      E’ splendido anche l’esempio portato dell’albatross morto di fame a causa della plastica, che è stato in grado di spostare l’opinione pubblica e politica. Grazie per averlo sottolineato perché è PERFETTO. E’ chiarissimo quello che è capitato: dopo puntate e puntate passate a far innamorare il pubblico della Natura, quindi a farla diventare una parte del mondo personale per il pubblico affezionato, improvvisamente si mostra un problema grave e arriva la shock; ma questo non è uno shock che può essere schivato o cui è possibile sottrarsi, perché mette in discussione ormai una parte di se, e allora QUESTO ha portato all’azione! Questa è proprio uno dei modi in cui è possibile ottenere una reazione dalle masse: intrattenerli per anni convincendoli che esiste un pianeta bellissimo, farlo diventare pian piano parte di loro, e poi mostrare anche solo una volta cosa lo sta distruggendo. Ci vorrebbe un post dedicato solo per questo! Grazie ancora! 🙂

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