Davos: il giardino dell’Eden non c’è più

L’Olocene è finito. Il giardino dell’Eden non c’è più.

Di Dario Faccini

Una veloce traduzione del discorso tenuto da David Attenborough (il Piero Angela inglese) il 21 Gennaio a Davos in occasione del ritiro del Premio di Cristallo, un’onorificienza tributata agli artisti che si impegnano a migliorare il mondo. La profonda chiarezza di pensiero e l’impatto comunicativo del discorso sono un’ottima risposta a chi gli contestava di non fare abbastanza e un buon esempio di come superare le barriere mentali all’inazione (effetto riccio). Credo di dovergli delle parziali scuse, forse è uno dei pochi che sa comunicare con efficacia.

Ringrazio il professor Klaus Schwab, Hilde Schwab e il World Economic Forum per questo generoso premio e per avermi invitato a Davos.

Io sono letteralmente di un’altra epoca.

Sono nato durante l’Olocene, il nome dato al periodo di stabilità climatica durato 12.000 anni che ha permesso agli uomini di insediarsi, coltivare e creare civiltà.

Queste condizioni hanno favorito le nostre singolari menti, dando origine al commercio internazionale di idee e di beni, rendendoci la specie connessa su scala  globale che siamo oggi.

Gran parte di ciò che verrà discusso qui è la conseguenza di quella stabilità.

Le imprese globali, la cooperazione internazionale e gli sforzi verso ideali superiori sono tutti possibili perché per millenni, su scala globale, la natura è stata ampiamente prevedibile e stabile.

Ora nello spazio di una vita umana, anzi nello spazio della mia vita, tutto ciò è cambiato.

L’Olocene è finito. Il giardino dell’Eden non c’è più.

Abbiamo cambiato il mondo così tanto che gli scienziati dicono che siamo ora in una nuova era geologica – l’Antropocene – l’era degli Umani.

A pensarci, forse non c’è pensiero più inquietante. Le uniche condizioni che gli esseri umani moderni abbiano mai conosciuto stanno cambiando e cambiando velocemente.

Ignorare i fatti e continuare come al solito è allettante e comprensibile, così come vedere tutto nero.

Ma c’è anche un enorme potenziale per ciò che potremmo fare.

Dobbiamo andare oltre il rimorso o la colpa e andare avanti con azioni pratiche a portata di mano.

Non siamo arrivati ​​a questo punto deliberatamente – ed è successo con una rapidità sorprendente.

Quando realizzai i miei primi programmi televisivi, la maggior parte del pubblico non aveva mai visto un pangolino, anzi pochi pangolini avevano mai visto una telecamera!

Quando nel 1979 ho realizzato una serie che tracciava la storia della vita sulla terra, ero a conoscenza dei problemi ambientali ma non immaginavo che stessimo cambiando radicalmente la natura.

Nel 1999, mentre facevamo la serie Blue Planet sulla vita marina, abbiamo filmato lo sbiancamento dei coralli, ma ancora non riconoscevo l’entità del danno che era già iniziato.

Ora però abbiamo le prove, le conoscenze e le capacità di condividerle su una scala inimmaginabile anche solo pochi anni fa.

I movimenti e le idee possono diffondersi a una velocità sorprendente.

Il pubblico di quella prima serie, 60 anni fa, era limitato a pochi milioni di spettatori nel sud dell’Inghilterra.

La mia prossima serie – Our Planet – che sta per essere lanciata, sarà vista immediatamente da centinaia di milioni di persone in quasi tutti i paesi della Terra con Netflix.

E le prove a sostegno della serie saranno disponibili gratuitamente per tutti coloro che hanno una connessione Internet tramite il WWF.

Se le persone riescono a capire veramente cosa è in gioco, credo che daranno il permesso alle imprese e ai governi di andare avanti con soluzioni concrete.

E come specie siamo esperti risolutori di problemi. Ma non ci siamo ancora applicati a questo problema con l’attenzione che esso richiede.

Possiamo creare un mondo con aria e acqua pulite, energia illimitata e riserve di pesce che ci sosterranno nel futuro.

Ma per farlo abbiamo bisogno di un piano.

Nei prossimi 2 anni le Nazioni Unite prenderanno decisioni sui cambiamenti climatici, lo sviluppo sostenibile e un New Deal per la Natura. Insieme formeranno il piano della nostra specie per un percorso attraverso l’Antropocene.

Quello che faremo nei prossimi anni influenzerà profondamente le prossime migliaia di anni.

Attendo molto le discussioni e gli approfondimenti di questa settimana

Grazie ancora per questo grande onore.

 

Parlando ai giornalisti al termine del suo intervento, David ha messo in guardia sulla necessità che il modello economico debba cambiare: “La Crescita sta per finire, o improvvisamente o in modo controllato.” E ha citato la vecchia barzelletta che chiunque pensi che si possa avere una crescita infinita in ambiente limitato è “un pazzo o un economista”.

Solo all’inizio di dicembre, alla COP 24 di Katowice, in Polonia, David si era fatto promotore dell’iniziativa globale People’s Seat per portare la voce della gente alla conferenza.

 

 

 

5 risposte a “Davos: il giardino dell’Eden non c’è più

  1. Caro Dario l’articolo mi piace; ci vorrebbe anche un link per queste cose che dice David Attenborough su ONU

  2. Anche se avrei gradito molto un riferimento al problema dell’attuale crescita esponenziale della popolazione umana afro-asiatica, il Discorso costituisce un’ulteriore testimonianza della competenza, lungimiranza e ragionevolezza del grande documentarista britannico.

  3. Non vedo alcun problema per la crescita economica “infinita”: andando avanti con la tecnologia, la conoscenza, e l’esperienza, si può fare sempre di più e sempre meglio, senza aumentare necessariamente le risorse utilizzate.
    La logica è riuscire a fare di più con gli stessi input a disposizione. Non c’è motivo per cui non lo si debba riuscire a fare.
    Sono invece estremamente perplesso sulla crescita demografica, a mio parere il vero problema che rischia di distruggere la natura sul pianeta, togliendogli ogni bellezza, rendendolo brutto ed invivibile.

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