L’insetto nella miniera è MORTO, chissenefrega

Nei primi due giorni, avevamo capito che qualcosa non andava […] stavamo guidando nella foresta e allo stesso tempo sia io che Andres abbiamo detto: “Dove sono tutti gli uccelli?”.

Non ce n’erano più.

Di Dario Faccini

UN DELITTO IN QUESTURA

Siamo nella foresta pluviale di Luquillo(El Yunque) nell’isola di Porto Rico, una riserva naturale che risale al 1876. Grande quanto metà della provincia di Trieste (circa un quadrato di 10 km per lato) ospita il 75% delle foreste vergini di Porto Rico.

Primo punto da tenere a mente: siamo in uno dei posti più incontaminati e più protetti del pianeta. Se fosse la scena di un delitto, saremmo in questura.

La riserva di El Yunque (ex Luquillo) in Porto Rico.

 

Bradford Lister è un ricercatore che nel 1976 condusse proprio a Luquillo uno studio dettagliato sulle lucertole del genere Anolis. Senza che all’epoca ne fosse consapevole, effettuò una misurazione storica rarissima: volendo registrare la disponibilità alimentare delle lucertole, campionò le popolazioni di varie specie di insetti.

Lucertola del genere Anolis.

 

Dopo 35 anni Lister è tornato nella foresta insieme al collega Andrés García per misurare le differenze intercorse. Sono rimasti sbalorditi quando hanno visto le trappole per campionare gli insetti praticamente vuote.

“Prima, sia le piastre appiccicose a terra sia quelle sulle chiome degli alberi sarebbero state coperte da insetti. Saresti stato lì per ore a raccoglierli dalle piastre. Ma ora le piastre che scendono dopo 12 ore hanno un paio di insetti solitari intrappolati o a volte nessuno.”

“E’ stato un vero collasso delle popolazioni di insetti in questa foresta pluviale”, ha detto Lister “Abbiamo iniziato a renderci conto che è terribile – un risultato molto, molto inquietante”.

Foto di farfalla Antillean crescent (Antillea pelops) presa nella riserva portoricana di el Yunque.

 

I risultati della loro ricerca sono stati pubblicati ad ottobre su PNAS e riportano un calo della popolazioni di insetti sulle chiome degli alberi dell’80% e a terra del 98%.

Confronto tra la biomassa medio secca di artropodi catturata per 12 ore al giorno in 10 trappole a terra (A) e sulle chiome degli alberi (B) all’interno della stessa area di campionamento nella foresta pluviale di Luquillo. I numeri sopra le barre indicano il tasso medio giornaliero di cattura in peso secco degli artropodi al giorno per le rispettive date. I dati per il 1976 e il 1977 sono di Lister 1981.

 

ECO-TOMBA CLIMATICA

L’ecatombe non si è fermata solo agli insetti. Tutte le specie di uccelli, rane e rettili che si cibano di insetti sono diminuiti vertiginosamente: rispettivamente del 50%, 65% e 55%. Il Todus mexicanus, in particolare, è stato decimato (-90%, vedi riquadro in figura).

Il crollo delle popolazioni di insettivori. Dati medi riferiti ad uccelli, anfibi e rettili. Todus mexicanus, nel primo riquadro, nello specifico è calato del 90%.

 

Quindi il primo indizio è stata la scomparsa degli insetti nonostante il crollo delle specie predatrici. Qualsiasi sia la causa, è stata davvero molto forte, perché  la popolazione delle prede viene favorita dalla diminuzione dei predatori. Qui invece il danno è partito dal basso e ha risalito la catena alimentare.

Il secondo indizio è che l’ecatombe di insetti è stato rilevata per tutte le famiglie di insetti e per tutte le nicchie ecologiche occupate nella foresta. Il fenomeno responsabile deve essere ubiquitario.

E’ possibile escludere dalle cause la maggior parte degli impatti derivanti dalle attività dell’uomo, come ad esempio l’uso degli antiparassitari in agricoltura, perché la foresta è protetta.

Qual è allora la causa responsabile? Com’è possibile che una tale catastrofe sia avvenuta in una foresta incontaminata e rigidamente tutelata?

La scienza ha appurato da tempo che gli insetti tropicali sono particolarmente sensibili ad ogni aumento di temperatura: la loro tolleranza termica è quasi inesistente (a differenza delle specie adattate ai climi temperati) e solo uno o due gradi in più sono sufficienti in laboratorio per portarli alla morte. Non sono adattati a variazioni termiche, probabilmente perché evolvendosi in foreste tropicali hanno affrontato climi particolarmente stabili. [1]

Nel loro studio, Lister e Garcia hanno proprio dimostrato una correlazione tra l’aumento delle temperature nella foresta (+2°C sulla media delle massime) con il calo delle popolazioni di insetti. In una parola: è stato il cambiamento climatico.

Riassumendo: l’aumento delle temperature ha fatto crollare la popolazione di insetti e, a cascata, sono collassate le popolazioni di uccelli, anfibi e rettili che se ne cibano.

 

PORTO RICO VS RESTO DEL MONDO

Lo studio di Lister e Garcia è preziosissimo. Abbiamo pochissime informazioni sullo stato di salute delle popolazioni di insetti.

Perché? Perché non ce ne è mai fregato nulla.

Nessuno stanzia soldi per studiare gli insetti, sono ubiquitari e li diamo per scontati. Se non fosse stato per l’interesse per le lucertole del genere Anolis che ha indotto trent’anni fa a campionare anche la disponibilità di cibo, non sapremmo nulla.

Quindi non sappiamo con certezza se la catastrofe del parco di Luquillo sia avvenuta o meno anche in altre foreste tropicali del pianeta. Certo, il sospetto è forte. Di sicuro non ci aspettavamo che il cambiamento climatico stesse già creando danni di questa portata anche negli ultimi luoghi incontaminati della Terra.

A fine 2017 uno studio analogo ha scoperto inaspettatamente che gli insetti stanno scomparendo anche dalle riserve naturali dell’Europa: in 27 anni abbiamo perso il 76% delle popolazioni di insetti. Anche in questo caso siamo in aree protette e la documentazione è avvenuta per caso: un gruppo di naturalisti ha campionato per anni le popolazioni per …pura passione. L’unica differenza è che intorno a queste riserve si pratica l’agricoltura intensiva, per cui è più probabile che il cambiamento climatico abbia un peso inferiore rispetto ad altri impatti dell’uomo, come l’uso di pesticidi.

Le prove si stanno lentamente accumulando, e così cresce il senso di puro orrore del disastro che è già avvenuto senza che ce ne accorgessimo.

Pochi giorni fa è stata pubbicata una review di Bayo et al. di ben 73 studi che hanno documentato un declino storico delle popolazioni di insetti negli ultimi 40 anni. Le conclusioni si possono riassumere in due parole: sesta estinzione.

Localizzazione geografica dei 73 studi analizzati. Le colonne mostrano la proporzioni relative ai vari taxa (categorie) studiati secondo la legenda.  I dati per la Cina e il Queensland (Australia) si riferiscono solo alle api domestiche. Da Bayo et al. 2019.

 

Nonostante i limiti dovuti all’insufficienza di dati, la review ha concluso che:

  • globalmente ogni anno perdiamo il 2,5% della massa totale di tutti gli insetti
  • il tasso di estinzione è circa 8 volte più veloce di quello di rettili, uccelli e mammiferi
  • in qualche decennio il 40% delle specie di insetti saranno estinte
  • i taxa (categorie) di insetti più colpiti sono i lepidotteri (es. farfalle), imenotteri (es. api) e gli scarabei.

Proporzioni di insetti in declino secondo lo IUCN suddiviso per taxa (categorie) terrestri ed acquatiche. Da Bayo et al. 2019.

 

La velocità con cui gli insetti stanno scomparendo ha sorpreso anche gli autori:

È molto rapida. Tra 10 anni ne avremo un quarto in meno, tra 50 anni ne sarà rimasta la metà e tra 100 anni non ne avremo più. […] Se la perdita di specie di insetti non sarà arrestata, ciò avrà conseguenze catastrofiche sia per gli ecosistemi del pianeta che per la sopravvivenza dell’umanità.

Le cause sono varie, ma tutte “umane”: prima tra tutte l’agricoltura intensiva, poi l’uso dei pesticidi e dei fertilizzanti, l’urbanizzazione, l’alterazione dei corsi d’acqua e delle zone umide, il riscaldamento climatico e molte altre.

Principale cause individuate per la scomparsa degli insetti globalmente. Da Bayo et al. 2019.

 

UNA CRISI INVISIBILE NON INTERESSA NESSUNO

Per molti di noi gli insetti sono più che altro un fastidio. Ma se pensiamo che la loro massa totale è 17 volte quella di tutte le persone della terra, capiamo quale ruolo importantissimo abbiano nel grande ecosistema terrestre.

L’effetto valanga che si innesca con la loro scomparsa non si ferma quindi alla morte di rettili, anfibi ed uccelli. E’ un fenomeno che devasta l’ecosistema del pianeta perché gli insetti sono ovunque e ovunque svolgono varie funzioni insostituibili. Due esempi per tutti: l’impollinazione da cui dipende la resa di molte culture agricole e il ruolo invisibile di “riciclatori” dei nutrienti in natura.

Non credo che la maggior parte delle persone abbia una visione sistemica del mondo naturale. Ma è tutto collegato e se cala il numero degli invertebrati (insetti) l’intera catena alimentare soffre e si degrada. È un effetto a livello di sistema. [Lister]

E’ il canarino nella miniera. Pardon, insetto.

Abbiamo un segnale chiaro che, con un  minimo anticipo, ci avvisa che sta per capitare qualcosa di terribile all’intero ecosistema mondiale.

Dobbiamo agire in fretta. O almeno, dovremmo.

Perché in realtà non ce ne frega assolutamente niente.

Se il PIL cala del 2,5% per qualche anno è catastrofe economica, recessione, panico sulle borse. Se cala la produttività animale del 2,5% anno, non c’è nessuna reazione, la notizia viene giusto riportata da qualche testata giornalistica in coda a tutte le altre.

La prova si è avuta in questi giorni analogamente a quanto è avvenuto poco più di un anno fa: l’allarme per le scoperte sul declino delle popolazioni di insetti non intacca il trend di ricerche sul web.

Forse perché l’allarme non c’è proprio.

Trend di ricerche da google trend per il termine insetti dal 1/4/2017 al 17/2/2019.

 

Meno male.

Un problema in meno allora.

16 risposte a “L’insetto nella miniera è MORTO, chissenefrega

  1. Cari Amici se vi interessa potete pubblicare sul vostro sito l’estratto del libro *Resistenze ai disastri sanitari, ambientali ed economici nel Mediterraneo* che vi mando in allegato fraterni saluti prof. dr. Salvatore (turi) Palidda https://independent.academia.edu/eunoturi/CurriculumVitae

    Il giorno dom 17 feb 2019 alle ore 19:57 Risorse Economia Ambiente ha scritto:

    > dariofaccini posted: ” Nei primi due giorni, avevamo capito che qualcosa > non andava […] stavamo guidando nella foresta e allo stesso tempo sia io > che Andres abbiamo detto: “Dove sono tutti gli uccelli?”. Non ce n’erano > più. Di Dario Faccini UN DELITTO IN QUEST” >

  2. c’è un refuso: dove è scritto “uno dei luoghi meno incontaminati” credo si intenda “più incontaminati”

  3. anche senza misurazioni accurate, mi sono anch’io accorto della sparizione o diminuzione di mosche, zanzare, libellule e dei pipistrelli, cacciatori di insetti. Penso che anche l’uomo farà questa fine, ma da ultimo e per forza.

  4. Cito a memoria, in un documentario di diversi anni fa sentii spiegare una scoperta che mi sbalordì: in pratica era emerso che un moscerino della foresta amazzonica, un esserino minuscolo, non era in grado di sopravvivere se non aveva a disposizione almeno 1km quadrato di foresta vergine. Nei tratti in cui la deforestazione aveva lasciato “oasi” di dimensioni inferiori il moscerino risultava estinto. Io sono francamente terrorizzato rispetto alla scala alla quale si sta producendo questo fenomeno, tanto quanto dall’indifferenza con cui lo stiamo (non)gestendo. Principalmente perché continuiamo a considerare le cause del progressivo avvelenamento del pianeta (le tecnologie industriali) come il più grosso successo della nostra specie.

  5. L’articolo è fatto molto bene ed molto inquietante, se si potesse eliminare il refuso del “qual’è” che stona in mezzo ad un pezzo fatto molto bene sarebbe perfetto.

  6. Io francamente sono molto perplesso sull’attribuzione del fenomeno al riscaldamento.
    Se la diminuzione degli insetti avviene un po’ dappertutto (anche in Europa ad esempio) non mi pare molto logico in questo caso puntare il dito sul riscaldamento, per la scarsa resistenza ai cambiamenti di temperatura, quando per le nostre latitudini alla fine dobbiamo trovare spiegazioni diverse (dato che c’è certamente maggiore capacità di adattamento ai cambiamenti).
    In generale, parlando di riscaldamento, mi aspetterei più un cambiamento di popolazione per una data latitudine, uno “slittamento”.
    Se la diminuzione avviene dappertutto, mi pare logico cercare una spiegazione che sia valida dappertutto. Altrimenti mi pare un po’ forzato.
    Questo senza entrare nel merito del clima e delle sue oscillazioni, che mi sembra ormai una spiegazione semplicistica un po’ per tutto.
    Trovo inquietante la diminuzione degli insetti, che almeno nel mio piccolo seguo da un po’ di tempo. Quando le piante, se ho ben capito, tutto sommato crescono benissimo ove hanno la possibilità di farlo.
    C’è qualcosa che non quadra, a mio modo di vedere, e temo che incolpare di tutto il clima impedisca di indagare serenamente altri fenomeni.

    • forse non hai tenuto ben in conto del fatto che vicino ai tropici le differenze di temperature tra estate ed inverno sono di pochi gradi c° e che perciò gli insetti lì non hanno la resistenza dei nostri. Tra l’altro ho notato che nel centro dell’isola di calore ove abito, le zanzare sono quasi sparite, mentre fuori a qualche km, il loro calo estivo è stato meno marcato e fino a qualche anno fa, bastava andare nell’orto per essere letteralmente avvolti, tanto che dovevo accendere 4 zampironi agli angoli del quadrato immaginario di 5 m per poter lavorare. La differenza di temperatura tra il centro dell’isola di calore e la campagna è mediamente di 2 – 3 C°. Se l’aumento del calore nei prossimi 20 anni sarà veloce come nei precedenti, non ce ne rimarranno quasi più nemmeno in campagna.

    • Davide, ti consiglio di rileggere bene tutto l’articolo, perché le risposte che cerchi sono scritte chiaramente. Osserva poi attentamente il grafico a torta delle “Principali cause”.

      • Perdonatemi, ma dopo aver riletto l’articolo (ve lo dovevo per correttezza) rimango della stessa opinione.
        In estrema sintesi, si sostiene che a livello globale il riscaldamento sia causa solo al 5% della diminuzione degli insetti.
        Nel caso specifico, invece, in cui sostanzialmente tutti gli altri fattori non si riscontrano (o almeno si stima sia così, data la natura apparentemente incontaminata del luogo), dal 5% si passa al 100% o poco meno. Con una diminuzione, se ho ben compreso, altrettanto drammatica.
        Ora, quello che dico è che mi viene logico ritenere che cause così diverse, per un fenomeno così simile, siano poco probabili.
        Tutto può essere, ma mi pare un po’ forzato, improbabile, artificioso, ed anche residuale: scartato tutto il resto, ci rimane il riscaldamento.
        La mia personalissima impressione è che manchi un fattore terzo (magari anche qualche contaminante di origine umana che arriva anche nella foresta incontaminata, di cui non ci rendiamo conto), che sia in grado di spiegare in modo coerente il fenomeno, in Europa tanto quanto nella foresta “isolata” tropicale od in qualsiasi altro posto.
        Fattore ad oggi probabilmente non conosciuto.
        Quindi, dato che la questione degli insetti è anche per me grave e preoccupante, suggerirei di non accontentarsi della spiegazione “riscaldamento”, ma di cercare anche altro.
        Perchè passare dal 5% al 100% mi pare soddisfi poco il requisito di ubiquità.

      • Non devi intendere le varie ripartizioni % come concause globali che si applicano in ogni situazione, ma come principali driver di estinzione degli insetti nei vari studi analizzati. In ogni luogo ci può essere una o più cause principali, ma in luoghi diversi le cause possono essere molto diverse.

  7. Gerardo:aqui en la pampa Argentina(Pcia de Bs As),en los ultimos 20 años(coincidente con el aumento del uso de los pesticidas,insecticidas y herbicidas..!! para el monocultivo de la soja y del maiz..)handesaparecido numerosas especies de aves,o han disminuido enormemente su proporcion….por ejemplo las gaviotas que devoran insectos y lombrices de tierra…las aves carnivoras,como la lechuza,el buho,los,los teros,

    picaflores(colibries),las calandrias,las golondrinas,los benteveos ,horneros,gorriones,etc,…etc…algunas bandadas de estas aves se han”mudado a las ciudades”,donde quedan parques menos contaminados y hay comida en los recipientes de alimentos y en los basurales abiertos..!…En el campo ahora hay SILENCIO de cantos de pajaros….que por suerte se vuelven a oir en las poblaciones…..!todas las poblaciones mariposas han disminuido casi hasta desaparecer,al igual que las de abejorros,abejas africanas y de avispas,y la de moscas domesticas…..

  8. Traduco il messaggio di Gerardo dallo spagnolo: Gerardo: qui nella pampa argentina (Provincia di Buenos Aires), negli ultimi 20 anni (in coincidenza con l’aumento dell’uso di pesticidi, insetticidi ed erbicidi ..! Per la monocultura di soia e mais ..) sono scomparse molte specie di uccelli, o hanno notevolmente diminuito la loro proporzione … per esempio i gabbiani che divorano insetti e lombrichi … gli uccelli carnivori, come il gufo, il gufo, il teros, colibrì (colibrì), calandria, rondini, benteveos, horneros, passeri, ecc … ecc. alcuni gruppi di questi uccelli si sono “trasferiti nelle città”, dove i parchi sono meno inquinati e c’è cibo e nelle discariche aperte …! … Nella campagna c’è ora SILENZIO del canto degli uccelli … che per fortuna si sentono di nuovo nelle popolazioni … … tutte le popolazioni di farfalle sono diminuite quasi fino a scomparire, come quelle di calabroni, api africane e vespe e quello delle mosche domestiche …

  9. @dariofaccini: ho capito cosa viene affermato.
    Lei non trova un po’ strano, poco probabile, che lo stesso fenomeno, che sembra generalizzato sull’intero pianeta, abbia in ogni luogo delle cause molto diverse?
    A me pare molto poco convincente, da un punto di vista logico.
    Possibile, ma improbabile.

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