Dov’è finita la gloria nucleare?

Nell’anniversario del sogno nucleare, una domanda. Come ha potuto fallire?

Foto di copertina: Demolizione delle torri evaporative numero 3 e 4 a Calder Hall, 2007.

 

Alcune date tagliano il nastro della Storia in due metà. Un prima e un dopo.

Il 17 ottobre è una di queste. Segna l’alba della rivoluzione energetica nucleare.

63 anni fa, nel 1956, una giovane Regina Elisabetta II inaugurava l’impianto di Calder Hall (UK), la prima centrale nucleare su scala industriale costruita per fornire elettricità alla popolazione [1].

Solo due anni prima, in un discorso pubblico, Lewis Strauss, il presidente della Commissione per l’Energia Atomica degli Stati Uniti, aveva dichiarato la nascita di un’era di energia abbondante e fondamentalmente gratuita, in grado di realizzare tutti i sogni dell’uomo:

“I nostri bambini godranno, nelle loro case, di un’energia elettrica troppo economica per essere misurata … Non è troppo aspettarsi che i nostri figli conosceranno le grandi carestie regionali periodiche nel mondo solo come questioni di storia, viaggeranno a grandi velocità, senza pericoli e senza sforzo sotto e sopra i mari e attraverso l’aria. Vivranno una vita molto più lunga della nostra, man mano che le malattie arretreranno e l’uomo scoprirà cosa lo fa invecchiare. “

Anche se nel nascente settore nucleare molti esperti non erano d’accordo, ormai al grande pubblico era stata venduto un sogno bellissimo: l’energia elettrica dal nucleare sarebbe stata  “too cheap to meter” (troppo economica per essere misurata).

Da Calder Hall in poi, gli USA, l’Unione Sovietica, il Regno Unito e la Francia si lanciano nella corsa alla costruzione di centrali nucleari sempre più potenti, seguiti poi da molti altri paesi, tra cui l’Italia.

All’inizio del 1973 il nucleare sembra inarrestabile, solo negli USA si stima che alla fine del secolo ci saranno oltre 1000 reattori nucleari. In autunno arriva anche la prima crisi petrolifera e il nucleare diventa più necessario che mai.

Poi dall’anno dopo, l’euforia inizia a scemare. In pochi anni quasi tutti i progetti di costruzione di nuovi reattori negli Stati Uniti vengono rinviati, poi molti cancellati. Le stime per l’anno 2000 si abbassano, da 1000 reattori, passano a 500, poi a 200 e infine saranno solo circa 100.

Cos’è successo? Cos’è capitato 10 anni prima di Chernobyl e 35 prima di Fukushima? Perché anche ora, nell’era della crisi climatica, con i reattori di nuova generazione disponibili, il nucleare non è al primo posto tra le alternative alle fonti fossili?

Proprio per rispondere a queste domande, in occasione dell’anniversario dell’inaugurazione della centrale di Calder Hall, ASPO Italia pubblica un documento di Mirco Rossi sullo stato dell’arte dell’energia nucleare nel mondo, osservata in molteplici aspetti:

  • il contributo attuale e futuro alla produzione globale di energia
  • lo stato della flotta dei reattori costruiti e in costruzione
  • cos’è successo dopo il 1973: il rischio di proliferazione nucleare
  • l’aumento dei costi di costruzione
  • le preoccupazioni sulle risorse di uranio
  • lo smantellamento “dimenticato” degli impianti a fine vita
  • i ripetuti fallimenti nello stoccaggio delle scorie
  • anche il nucleare emette CO2
  • i reattori che non ci sono, la IV generazione
  • i tre grandi incidenti nucleari (Three Mile Island, Chernobyl, Fukushima)
  • il vello d’oro, la fusione nucleare

Senza utilizzare un linguaggio tecnico, Rossi accompagna il lettore nelle scelte politiche, militari, tecniche ed economiche che hanno caratterizzato gli ultimi 60 anni. Dal quadro emerge una situazione preoccupante: i vecchi impianti sono sempre più vecchi e vengono mandati avanti con inevitabili rischi per la sicurezza; i nuovi impianti sono pochi e tutti costruiti da governi con un possibile interesse da parte dei militari, fatta eccezione per l’impianto di Olkiluoto.

Le conclusioni son chiare:

Sembra proprio di assistere alla inarrestabile lenta agonia di un sogno che, nel pieno della seconda metà del secolo scorso, aveva illuso l’umanità di aver trovata la soluzione definitiva alle proprie necessità energetiche.

Buona lettura.

 

Note

[1] L’anno precedente in Unione Sovietica, nell’impianto nucleare per la produzione di plutonio di Obninsk era stata aggiunta una piccola turbina da 6MW collegata alla rete di tresmissione elettrica che lavorerà per soli 5 anni. La natura sperimentale e limitata nel tempo, la potenza molto ridotta (circa 40 volte inferiore ai 4 reattori Magnox da 60MW l’uno) e il retrofit da un reattore a scopi militare, classificano Obninsk in un impianto che non è nato per usi civili su scala industriale.

2 risposte a “Dov’è finita la gloria nucleare?

  1. fare i conti avanti all’oste, non è mai una cosa intelligente.

  2. Una veloce lettura del documento non fa che confermare quanto sappiamo già: il nucleare è stato ucciso da motivazioni ideologiche e politiche, nient’altro.
    La costruzione, è abbastanza palese dai dati anche se si cerca di affermare qualcosa di diverso, si è fermata dopo Chernobyl.
    Incidente per cui possiamo ringraziare i comunisti e la loro gestione collettivistica del “bene comune”, di cui non a caso erano e sono amici gran parte degli ecologisti e regressisti che hanno fatto di tutto per affossare il nucleare in occidente, allora ed oggi.
    Il caso dei reattori EPR e di Taishan (ma medesime considerazioni si possono fare sugli AP 1000) è molto indicativo della situazione: dove non c’è ideologia anti nucleare a rendere qualsiasi progetto più lento, costoso e complicato possibile, per poi poter dire “visto che è costoso e ci sono ritardi”, le centrali si fanno con tempi e costi ragionevoli.
    Allo stesso modo, dove non si sono prese irrazionali decisioni emotive, come in Francia ed in Corea del sud, il nucleare ha continuato a svilupparsi anche dopo Chernobyl, fino ad arrivare a produrre quote molto importanti di energia in modo efficiente, economico, e producendo ben poca CO2, per quelli a cui questo interessa.
    Il discorso non cambia dopo Fukushima (causa del recente stop coreano e giapponese): la stima dei rischi del nucleare rimane emotiva ed irrazionale.
    Vogliamo confrontare i danni con quelli creati dai disastri idroelettrici?
    Ma certo che no, i 170k morti in un singolo incidente in Cina, per non parlare dei casi italiani (il Vajont è il più famoso ma non l’unico), non contano.
    Niente fobie nè “costi per la collettività” per l’idroelettrico.
    Niente tragedie sul ciclo dei pannelli fotovoltaici, dall’estrazione dei minerali (niente “oligopoli” nè pessime condizioni di lavoro lì), al futuro smaltimento.
    Ma cosa ve lo dico a fare, tanto avete Greta che gira il mondo su barche a vela di gente piena di soldi, quindi avete certamente ragione.
    Tanto paghiamo noi, giusto?

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