Verso il 2020 senza illusioni

Riflessioni sul nostro futuro partendo dal fallimento della COP25.

Di Luca Pardi

Il fallimento della COP25 non è arrivato, almeno per me, come una sorpresa. Da anni, e in modo accelerato in questi ultimi mesi, si sente parlare di transizione energetica, verde, ecologica, sostenibile ecc. Tutte formule che finora si sono rivelate vuote. I dati sulla situazione ecologica e la loro interpretazione sono scientificamente inoppugnabili (di una chiarezza cristallina), tutti negativi, e non riguardano soltanto il cambiamento climatico, ma, in poche parole, la pesante perturbazione di ogni ciclo bio-geo-chimico di questo pianeta causata dalla nostra specie in modo accelerato dall’inizio dell’era industriale. Abbiamo determinato l’innesco di una crisi ecologica globale che si sta portando via una porzione ancora ignota della biosfera e, per quanto ne sappiamo oggi, potrebbe portarsi via anche Homo sapiens. Di fronte a questo dramma che può sfociare, o forse si sta già trasformando, in tragedia, cosa si vede? Un movimento ecologista sovranazionale, ma prevalentemente sviluppatosi nei paesi di antica industrializzazione, cioè in quel miliardo di “benestanti globali”, che, con Greta Thumberg pretende l’istituzione di una politica seria di contenimento delle emissioni da parte dei governi del mondo. La pretesa è legittima, ma ha poche probabilità di dar luogo ad una risposta positiva. Da questo punto di vista ha ragione Vladimir Putin quando dice che la giovane ragazza svedese ignora la complessità del mondo moderno. Sembra che gli ecologisti continuino a vivere l’illusione che siccome l’ambiente è un bene comune, sia assurdo che non si riesca a mettersi d’accordo sul salvarlo. Invece non c’è nulla di automatico. Le classi politiche dei paesi rappresentati all’ONU non hanno interessi convergenti perché rappresentano, nel migliore dei casi, nazioni con situazioni drasticamente diverse. I paesi in via di sviluppo (PSV), Cina, India, sud-est asiatico, Brasile e Africa, non hanno alcuna intenzione di pagare, rinunciando alla propria crescita, i danni fatti dai paesi sviluppati nei due secoli e mezzo di sviluppo industriale e di espansione abnorme dei consumi. L’unico modello di sviluppo disponibile è quello iniziato nel XVIII secolo in Inghilterra e alimentato dall’energia fornita prevalentemente dai combustibili fossili. Senza questi ultimi, di fatto, non ci sarebbe stato alcuno sviluppo o sarebbe stato almeno un ordine di grandezza inferiore. I paesi sviluppati, dal canto loro, stanno vivendo una fase difficile e non omogenea, in cui sembra che la crescita economica sia possibile solo dove si rinuncia a fare anche politica ecologica (USA) o dove si sfrutta un’egemonia tecnica ed economica tale da poter scaricare verso il basso i problemi della transizione (Germania e nord Europa e ancora USA). Nel mezzo ci sono i paesi produttori di materie prime, principalmente di petrolio e gas, che hanno due problemi, non possono ovviamente firmare la loro condanna a morte, ma stanno anche già vivendo un momento difficile dovuto al fatto che man mano che gli effetti dell’abbondanza si mutano in consumi, riducono le esportazioni e, dunque, il surplus commerciale che li rendeva finanziariamente forti, e le entrate fiscali per cui sono costretti a ridurre i sussidi sui prodotti petroliferi fatto che determina tensioni sociali interne e ancor più lo farà in futuro. La risposta nei paesi sviluppati sembra indirizzarsi in due direzioni antagoniste che è difficile identificare come di destra o di sinistra, ma semplificando molto potremmo identificare un nazional- populismo sovranista di destra (attenzione però, non c’è solo il sovranismo di destra) che sul lato ecologico si affida al negazionismo climatico e ambientale per proporre una politica economica che riporti alla crescita dura e pura del passato basata su produzione e consumo indifferenziato supportata da un ritorno a forme di protezionismo. C’è dall’altra parte un globalismo- tecno-ottimista di sinistra che invece accetta sia la realtà del trionfo globale del mercato, abbandonando ogni possibilità di difesa degli interessi dei lavoratori in campo nazionale, che quella dell’allarme ecologico che pretende di curare con vari aggiustamenti green: l’economia circolare, il green new deal ecc. tutte riedizioni dell’ossimoro dei nostri tempi: lo sviluppo sostenibile. Inteso come crescita sostenibile. Chiarisce questo punto la posizione del prof. Leonardo Becchetti secondo cui nell’economia del futuro ci sarà crescita del valore senza distruzione di risorse intese in senso lato: materie prime, servizi degli ecosistemi, suolo fertile, biodiversità ecc. Sul lato economico quindi l’accettazione della narrativa liberale del trickle down, come unica risposta alla ristrutturazione tecnologica e sociale del mercato capitalista, sul lato ecologico invece l’appello alla rivoluzione tecnologica permanente in nome dell’efficienza e della crescita ecologicamente friendly. Una narrativa che sembra funzionare, sulla carta, all’interno del paradigma economico attuale, e per questo è addirittura più insidiosa di quella negazionista.

Per mettere in crisi la posizione negazionista basta evocare il tema dell’esaurimento delle risorse non rinnovabili: minerali ed energetiche. Non a caso i negazionisti climatici sono spesso anche gli stessi che si esercitano a definire il picco del petrolio una bufala. Purtroppo per loro se si apre il rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia del 2018, si trova la smentita questa posizione che viene da una fonte insospettabile:

«La produzione globale di petrolio convenzionale ha superato il picco nel 2008 a 69,5 milioni di barili al giorno e da allora è diminuita di circa 2,5 milioni di barili al giorno.»

(Cit. IEA World Energy Outlook 2018).

Il picco produttivo globale della categoria di petrolio più conveniente, il convenzionale appunto, è avvenuto nel primo decennio del secolo (come previsto, peraltro, da Colin Campbell e Jean Laherrere) e questo segna il passaggio allo sfruttamento di categorie di petrolio più difficili e costose da estrarre. Richard Miller, un geologo petrolifero della BP ora in pensione, in una intervista del 2013 a the Guardian, a proposito delle nuove risorse petrolifere estraibili dallo shale oil e dalle sabbie bituminose diceva:

«Siamo come una gabbia di topi di laboratorio che, finito di mangiare tutti i semi, scoprono che possono mangiare anche la scatola di cartone».

Viceversa il disegno teorico dell’economia circolare nella quale tutto ciò che si consuma ritorna nel sistema attraverso un sempre più efficiente sistema di riciclaggio è largamente illusorio, ma non può essere liquidato con una battuta. Già l’attributo “largamente” necessita di una spiegazione. In questo contesto quello che voglio dire è che probabilmente all’interno del paradigma economico attuale si potrebbe, spingendo al massimo, garantire un riciclo dei materiali intorno al 90%, livello fantasmagorico rispetto al tasso di riciclo attuale, ma anche questo tasso fantasmagorico, mantenendo l’attuale paradigma industriale, sarebbe un mero rallentamento dell’economia lineare, non l’instaurazione dell’economia circolare (per farsi un’idea più precisa sul riciclo si vedano tre post sul tema pubblicati sul blog della Società Chimica Italiana 1,2,3). È un problema termodinamico. Spingere sempre più in alto il tasso di riciclo materiale significa andare a raccogliere e differenziare anche le parti più piccole e disperse dei manufatti, separarle dalle altre, identificare la loro natura, depurarle e rimetterle in ciclo. Ognuno di questi passaggi richiede un apporto di energia e più si spinge sull’acceleratore del riciclo, quindi più accurata è la separazione, più il costo energetico cresce. Alla fine il sistema non regge tassi troppo elevati di riciclo. Il problema è termodinamico, ma il segnale è economico ed è quello che il mercato riesce a sentire. Oggi alcuni elementi come quelli delle Terre Rare, ma anche i metalli preziosi, usati in quantità molto limitate in elettronica, non sono riciclati affatto perché il gioco non vale la candela. D’accordo, continuano gli ottimisti della sostenibilità, si devono disegnare i manufatti in modo che siano facilmente smontabili a fine vita e i materiali con cui sono fatti recuperabili e riciclabili. Sulla carta funziona, ma in pratica si sta parlando di stravolgere totalmente lo sviluppo merceologico degli ultimi 50 anni. Ad esempio molte delle sempre invocate nuove tecnologie si basano sull’uso di materiali compositi in cui i singoli elementi chimici sono dispersi in mille dispositivi di difficile separazione e perfino identificazione. Considerazioni analoghe valgono per le plastiche il cui uso, riuso, e riciclaggio efficiente richiederebbe di rinunciare alla varietà di materiali che oggi forniscono. Al momento in ogni caso, siamo talmente lontani dalla circolarità che qualsiasi tentativo di rallentamento dell’economia lineare potrebbe essere preso come positivo. Tutto sta capire chi deve pagare questo rallentamento.

L’impressione è che una parte almeno delle élite globali, in particolare quelle che dirigono la politica dell’Unione Europea e della sinistra USA, abbiano intenzione di far pagare la transizione ai ceti medi e medio bassi del mondo industrializzato portandoli al livello dei ceti medio bassi del mondo in via di sviluppo. Un grandissimo lavoro di redistribuzione, giustizia sociale e, forse, miglioramento delle condizioni ambientali. Portare il salario dell’agricoltore inurbato cambogiano al livello dell’operaio di Rho facendo crescere il primo e scendere il secondo, è un risultato eccezionale, per l’operaio cambogiano, non per quello di Rho che però dopo tre decenni di globalizzazione forzata e cessioni di sovranità ha perso ogni controllo politico e sindacale nelle società democratiche europee, ed è ridotto a quello che i veri liberisti vorrebbero: forza lavoro indifferenziata e individualizzata in un mercato globale. In Europa c’è anche una politica volta a mantenere una certa stratificazione gerarchica fra le nazioni a tutto favore del nord anseatico e a sfavore del sud aleatico. In questo quadro l’Italia potrebbe tornare quel Belpaese preindustriale di morti di fame dei viaggi di Mozart e di Goethe che tanto piace al burocrate Guy Verhofstadt. Il mercantilismo tedesco da questo punto di vista ha già avuto effetti devastanti sull’economia dei paesi del Mediterraneo. Naturalmente questo ha generato una reazione. Il nazional- populismo sovranista e regionalista è chiaramente una reazione alla tendenza in atto. I ceti medi e medio bassi, che in parte sono i ceti di lavoratori, quelli che nell’immaginario marxista si chiamava “la classe”, non hanno nessuna voglia di tornare indietro di mezzo secolo. Il 2019 dei movimenti in Francia, fra Gilet Gialli e mobilitazione contro la riforma delle pensioni, sono parte di questa dinamica. Il popolo italiano mostra la sua atavica tendenza al particolarismo, alla divisione, all’individualismo, al regionalismo, ma vede una crescente resistenza al disegno punitivo e redistributivo. Si può immaginare che di fronte ad un indebolimento dell’economia globale, già in atto da mesi durante il 2019 che volge alla fine, porterà tensioni anche nell’ordinata Germania che ha digerito un ventennio di salari di merda (ciò che Alberto Bagnai chiama svalutazione interna) in nome della piena occupazione. Difficile immaginare che in una situazione del genere le classi politiche globali siano in grado di convergere su un accordo che limiti i danni ecologici. L’impresa è talmente impegnativa che per produrre l’effetto voluto ci vorrebbe un’invasione di alieni benevoli che ci costringessero ad operare concordemente a tal fine.

Homo sapiens è il prodotto dell’evoluzione di gruppo secondo la quale l’altruismo si esercita all’interno del gruppo. Nel paleolitico il gruppo era la tribù legata da legami familiari, con l’evoluzione culturale il gruppo di riferimento si è esteso, ma non è mai arrivato, tranne che nell’idea (poi generalmente tradita) di piccole minoranze ideologizzate, ad essere esteso all’intera umanità. Il confine si ferma al gruppo etnico religioso, linguistico o alla nazione. È difficile immaginare che alla fine di questa lunga corsa, che ha portato la popolazione umana da qualche decina di migliaia di individui divisi in tribù, al collo di bottiglia del tardo pleistocene, a quasi otto miliardi divisi in nazioni, si trovi, finalmente, la ricetta per l’istituzione di una fraternità universale, proprio nel momento in cui le condizioni ambientali si degradano e il flusso di materie prime ed energia dalla natura alla società umana, diventa più viscoso. L’idea “Proletari di tutto il mondo unitevi” è sempre stata un’illusione non diversa da quella della fratellanza universale. L’iniziativa dei giovani del venerdì e quella dei loro genitori tecno-ottimisti del sabato, non cambia di un millimetro la posizione in cui siamo. Si tratta di idee che definirei eco-benpensanti. Intendiamoci, preferisco chi pensa delle buone cose, piuttosto di chi progetta pessime cose, ma la domanda fondamentale a cui si dovrebbe rispondere è: chi dovrebbe fare che cosa, in che modo e in quali tempi? E qui si torna alla questione dell’economia e della politica. L’economia capitalistica non può rinunciare alla crescita. La crescita è sempre, fin dalla prima rivoluzione industriale, stata alimentata da un crescente flusso dalle fonti di energia e materia planetarie e ha usato gli ecosistemi terrestri come ricettacolo dei propri rifiuti gassosi (gas serra ad esempio), liquidi e solidi. L’intorpidirsi del flusso energetico e materiale dalla natura al sistema economico prelude ad un rallentamento della crescita, al suo esaurimento e all’inversione di tendenza. A prescindere dalle nostre azioni questo succederà in questo secolo. Ma il sistema economico globale funziona con la carota del debito. Il debito (che visto dall’altra parte è un credito cit. Alberto Bagnai) è una promessa di estrarre nuove risorse dalla natura per fare merci che vendute sul mercato creeranno più valore di quello originariamente preso in prestito. D’accordo, sì, c’è la terziarizzazione dell’economia, l’economia dei servizi, il disaccoppiamento ecc, tutte cose che funzionano finché si spostano le produzioni pesanti ed inquinanti in qualche altro paese. Quello che io penso (aspetto smentite) è che man mano che il flusso materiale ed energetico si intorpidisce il meccanismo diventa più difficile e alla fine non regge. Il segnale sarà un nuovo collasso finanziario (scoppio di una bolla). Forse quello del 2007-2008 è stato solo l’inizio. Sotto traccia lavora la termodinamica, ma quello che si vede è l’economia finanziaria, la punta dell’iceberg. Negli ultimi decenni la tendenza alla finanziarizzazione è stata talmente potente che adesso la situazione è irreversibile e la miglior cura sarà un collasso o una serie ravvicinata di collassi che porrà fine al paradigma economico vigente. Con questo probabilmente ci sarà un miglioramento della situazione ambientale, ma anche una rapida diminuzione della popolazione umana per aumento della mortalità. Per quanto in altre specie una dinamica di rapida riduzione della popolazione porti spesso all’estinzione, il mio apocalittico ottimismo si riduce tutto alla fiducia che nutro nella capacità di adattamento di Homo sapiens. Una popolazione ridotta ad un decimo di quella attuale e con molta meno energia a disposizione sarebbe finalmente sostenibile, forse, pur in un ecosistema terrestre fortemente mutato rispetto all’optimum dell’olocene.

Sul lato positivo dell’evoluzione dei prossimi decenni vedo soprattutto l’indefesso declino del tasso di natalità anche nei paesi che ce l’hanno più alto. Il picco della popolazione ci sarà quando era stato previsto da Limits To Growth (il rapporto per il Club di Roma pubblicato nel 1972 e tradotto in italiano con il titolo “i Limiti dello Sviluppo”. Recentemente la traduzione italiana è stata riedita con il titolo meno ipocrita “i Limiti alla Crescita”) ma potrebbe non essere tutto dovuto al peggioramento dei fattori ecologici (cibo, inquinamento, malattie ecc.), ma soprattutto a fattori sociali: educazione e lavoro femminile in primis e l’inevitabile diffusione dei contraccettivi moderni anche nel terzo mondo. Quindi una componente di rientro dolce me l’aspetto anche senza troppa politica di mezzo. Il che è perfino meglio perché il risultato promette di essere più stabile.

Altro aspetto positivo è il fatto che la maggioranza della popolazione è concentrata in Asia fra Cina, India e Sud-est asiatico. Si tratta di popoli e società molto diversi da noi. I cinesi sanno prendere e rispettare scelte collettive. Il regime è autoritario, ma non dispotico come le autocrazie mediorientali. L’India dove la dinamica demografica è preoccupante è anche sede di una cultura millenaria (anche la Cina lo è) che ha rispetto nei confronti degli altri esseri viventi e questo fatto può avere un certo effetto nei tempi che verranno.

Sul lato delle risorse minerarie ci troveremo in difficoltà notevoli su più fronti, ma avremo, soprattutto noi in occidente, una miniera molto vasta: l’antroposfera. Siccome molte infrastrutture saranno impossibili da manutenere, saranno abbattute e i materiali con cui sono state costruite riutilizzati. C’è una grande quantità di ferro, nickel, rame, zinco, alluminio ecc disponibile nelle cose che abbiamo fatto. Tutto questo darà vita ad una nuova attività di Urban Mining che avrà peso nella società del futuro. E per l’energia? Dopo il prossimo picco di tutte le categorie di petrolio saranno problemi seri. Secondo me l’esistenza di una infrastruttura basata sulle NFER (Nuove Fonti di Energia Rinnovabili) non sarà molto utile come energia di lavoro. Soprattutto il mega eolico rientrerà nel calderone delle infrastrutture insostenibili (ragion per cui inizio a simpatizzare con quelli che si oppongono ai mega progetti appenninici). Il fotovoltaico, il micro-idroelettrico, progetti eolici sostenibili ecc. potranno coprire i residui usi civili e industriali dove possono funzionare i motori elettrici, non particolarmente nei trasporti di cui, si spera, ci sarà meno bisogno, ma per mantenere un certo livello di automazione industriale e domestica (a questo livello, avendo conosciuto persone che l’hanno fatto, mi auguro che non si debba tornare a lavare i panni nei torrenti o alle fonti). La scarsità di prodotti petroliferi diventerà meno pressante dal momento in cui accetteremo case più fredde, man mano che tenderemo a renderle termicamente più efficienti, e sposteremo l’uso dei motori a scoppio su attività nobili: ad esempio demolire ciò che non può essere manutenuto per recuperare i materiali e nella produzione di cibo. La scarsità sarà anche attenuata dal ritorno del lavoro manuale in agricoltura e attività di miniera.

I problemi più gravi, e sostanzialmente senza soluzione, sono gli effetti ambientali di lungo periodo dell’espansione umana. Clima, perdita di biodiversità, erosione, inquinamento di vario genere. Questi saranno i fattori che si sommeranno per accelerare la riduzione della popolazione. In agricoltura si dovrà moltiplicare le pratiche rigenerative che sono note ed eventualmente di nuove che nasceranno. Un declino nella disponibilità di metano potrebbe mettere in crisi la produzione di fertilizzanti azotati con il processo Haber-Bosh e liberarci da questo problema. Ovviamente torneranno, almeno a certi livelli, fame e carestie, particolarmente dove i danni al suolo sono irreversibili e le riserve di acqua esaurite. Ci si dovrà abituare a raccogliere l’acqua quando viene e magari una diffusione di piccoli bacini sarà più utile a immagazzinare l’acqua per l’irrigazione che per dotarsi di una infrastruttura di stoccaggio dell’energia come qualcuno propone. Con la riduzione della popolazione e il crescente degrado dei trasporti si disgregherà progressivamente la rete di interconnessione globale e torneremo ad una rilocalizzazione. Tutte le appassionate diatribe che ci hanno caratterizzato questi anni su Europa, globalismo, anti-globalismo, solidarietà, accoglienza, respingimenti ecc. ci sembreranno cose da ridere. Ovviamente ci saranno periodi difficili specialmente quando milioni di profughi climatici cercheranno di mettersi in salvo. Altro che Salvini e porti chiusi! Sapete vero cosa succede quando una scialuppa viene assaltata da gente travolta dal panico? Saranno decenni molto duri e spietati quelli da qui al 2080-2100. Ma in qualche modo, un paio di miliardi di persone, forse meno, ce la dovrebbero fare.

Il brutto, per me e per molti dei quattro lettori di questo blog, nati fra fine anni ‘40 e fine anni ’60, è che non vedremo il riassestamento, vedremo solo il gran casino nel mezzo o almeno il suo inizio. Che potrebbe non essere molto lontano se si conviene che una botta finanziaria darà un colpo decisivo al BAU (Business As Usual) prima del 2030. Secondo alcuni molto prima.

Siamo nelle feste fra Natale e capodanno e voglio essere ottimista, perciò ho evitato di parlare di eventuali incidenti di percorso: guerre nucleari scatenate da paesi disperati, vere grandi epidemie, eventi climatici o ecologici eccezionali.

Un messaggio di speranza insomma. Buon 2020 a tutti e non credete troppo alle profezie numerologiche sul fatto che siccome l’anno prossimo è il venti-venti deve essere un anno eccezionale. Abbiamo di meglio che la numerologia per pensare e progettare il nostro futuro.

19 risposte a “Verso il 2020 senza illusioni

  1. Bellissima sintesi della situazione.
    Sulle crisi finanziarie non so, temo che il sistema capitalistico oggi non si illuda più di avere la possibilità di “restituire il debito”. Ormai è sufficiente che si paghi il solo tasso di interesse. In fondo i ricchi non sanno cosa farsene del denaro e per questo motivo lo “prestano”… Immagino che vivere di interessi sia ancora di grande soddisfazione per i più abbienti.
    Rispetto al come sarà la parte decrescente delle curve sono abbastanza curioso. L’uomo si rassegnerà alla decrescita?

    • Gianni Gatti – Non ho le sue competenze ma so ascoltare chi descrive la realtà con un occhio fra ambiente energia e finanza. Utile la disamina di Luca Pardi . Non poteva che essere vista dentro una realtà globale perchè anche se molte sono le differenze dei territori nazionali hanno aspetti comuni. In questa ottica mi pare troppo ideologica l’asserzione ottimistica. Mi spiego : mentre Luca parla di piccole risorse di energie sostenibili e concordo come unica soluzione meno “costosa ” per uno sviluppo sociale serve ridefinire quale sviluppo. Non riesco a vederlo se guardo il capitalismo lanciato nella globalizzazione, dove mercato e fiscalità sono un tutt’uno senza speranza. La parte, cosidetta positiva della opzione di sinistra è anch’essa di difficile realizzazione. Può avere una speranza, a mio giudizio, con una ovvia condizione : le singole nazioni come l’Italia devono con il tempo risolvere il tema di fondo non scontato del cosa serve produrre, dove e come ?
      In una nazione che ha il 75 % delle piccole- medie imprese che lavora e produce per l’interno mentre chi ha la massa critica fondamentale delle merci prodotte/lavorate/servite è una netta minoranza ma di peso.
      Oggi in sostanza si lavora per quella minoranza. Infrastrutture, porti, aeroporti, strade e burocrazia di gestione, ecc sono pensate (a parte la corruzione e lo spreco mafioso) in questa logica . Per un mercato mondiale dove lo spostamento delle merci è essenziale per l’automantenimento. Ma è indispensabile allo stato sociale ? Quindi piccoli esempi di impianti energetici assieme all’aumento dell’efficienza energetica degli immobili sì, potrebbero assolutamente essere auspicabili. Ma il concetto delle tre r (riduco, riciclo, riuso) vale appunto in una logica di territorio per stabilire cosa serve, quali servizi ? Per fare un es : per la demolizioni di grandi strutture di navi servono porti come in Bangladesh dove ogni sicurezza e conoscenza scientifica sono abolite a favore dello smaltimento con manodopera precaria a basso costo e senza garanzie . Ma questo in un mondo in cui le merci viaggiano veloci e chiedono enormi navi energivore per un mercato che sposta produttori, consumatori e trasforma il consumismo in una dannazione sociale. Cosa ci serve questo mondo ? La sua esistenza è la prova provata che non ci serve , assieme alla sua componente indispensabile finanziaria di gestione. Quindi mi pare serve cambiare paradigma, pur tenendo a mente quanto scritto dal professore

  2. Complimenti Luca, un articolo bellissimo, anche se poco consolantee, che tocca con estrema completezza tutti i temi del nostro futuro prossimo (quello ulteriore non possiamo neppure immaginare come sarà).

    Trovo significativo che il tema centrale di questo futuro sarà una inevitabile (e notevole) riduzione della popolazione mondiale, che considero il presupposto irrinunciabile di qualunque altro obbiettivo.
    Se potessimo gestirla, questa riduzione, renderla non dico dolce ma almeno condivisa, sarebbe tutta un’altra storia.
    Ma pare che “con le buone” non ci si riesca proprio, per cui dovremo arrivarci “con le cattive”.

  3. Complimenti Luca. Ottimo lavoro, veramente competente, chiaro per tutti quelli che vogliono capire, efficace anche per quelli che non lo vorrrebbero. In merito al come potremmo arrivare ad un giusto equilibrio, con meno 90% dell’attuale popolazione, cosa già auspicata da https://en.wikiquote.org/wiki/Henry_Kissinger il quale per altro ha sempre sostenuto però anche che …. ” Intellectuals are cynical and cynics have never built a cathedral. ” …. io credo che dovremo inventarci tutto quanto innovazione e termodinamica consentono, per arrivarci “con le buone”, perchè altrimenti “con le cattive” anche se comunque sarà solo una fase transitoria, non avrà nulla a che fare con il destino dell’Umanità. AUGURI DI BUON ANNO a tutti gli aspisti soci e simpatizzanti. Giovanni

  4. è chiaro che il BAU si fermerà solo per motivi energetici. Quelli ambientali, ecologici, politici, finanziari lasciano il tempo che trovano. Personalmente a 67 anni mi aspetto di veder cominciare il “lusco ed il brusco”, ossia i tempi dei problemi, se campo abbastanza. Mi dispiace per quelli che rimarranno, ma mi pare che la stragrande maggioranza delle persone siano negazionisti convinti, quindi mal voluto, non è mai troppo.

    • Mi sembra chiaro quello che ho scritto. Al diventare viscoso il flusso energetico e materiale dalla natura al sistema economico, la crescita inizia a traballare e il sistema finanziario crolla. Rallentamento del flusso- rallentamento della crescita- crisi finanziaria o serie di crisi finanziarie. Mi sembra che la sequenza causale sia esplicitata.

      • è lapalissiano che le crisi finanziarie cominceranno quando non sarà più possibile avere sufficiente energia per il BAU. Una qualche scusa per ridurre i consumi dovranno trovarla. Con tutte le atomiche che ci sono in giro non penso sceglieranno l’antica continuazione della politica con altri mezzi.

  5. Ottimo articolo, quasi del tutto condivisibile. Io sono più pessimista e quindi guardo al quadro di lotta tra egemoni globali che diventerà sempre più ossessivamente presente nelle nostre vite, due Nazioni non democratiche anche se si vendono una come fonte della Libertà, USA e l’altra come fonte del Comunismo, Cina. Concordo totalmente che ci sarà un crollo della popolazione mondiale, probabilmente come somma di crisi ambientali e crisi finanziarie. E magari qualche simpatica guerra nucleare indotta dalla lotta per la supremazia globale dei due citati egemoni autoritari.

  6. Caro Luca
    Grazie per il chiaro ed esaustivo lavoro di sintesi che, mi pare, tocchi tutti temi, ambientali sociali economici, nodali e critici del nostro tempo.
    Purtroppo questi problemi e la loro lucida argomentazione non trovano spazio nel dibattito pubblico , non in quello più informato e “colto” ne tantomeno in ambito più ampio. Non potrebbe del resto essere diversamente :
    la consapevolezza della reale situazione nella quale ci troviamo e a cui andremo incontro , incrinerebbe la base cognitiva, coltivata e diffusa, sulla quale si regge il BAU.
    Cionondimeno ritengo doveroso per ognuno di noi, quattro gatti che seguiamo il blog, diffondere queste idee .
    Sapere aude !
    Buon 2020

  7. Mi unisco anche io al coro di lodi per l’articolo di Pardi, per la sintesi e la fredda realtà dei contenuti. Grazie Luca !!
    Si finisce di leggere l’articolo con la depressione che assale un lettore appena sensibile…..
    L’unica cosa che posso dire per preparazione al futuro e’: imparare ad usare un’arma.
    Buon 2020

    • Caro Arturo,
      non sono d’accordo. Penso sia molto più importante imparare a fare qualcosa di indispensabile per tutti. Chi sa fare avrà più opportunità di passare oltre. Imparare ad usare un’arma è facile ma ci sarà sempre chi è meglio armato di te. Viceversa anche se non sei solo a saper fare qualcosa di importante o indispensabile potrai metterti insieme ad altri e sfruttare la socialità umana (che è un fatto appurato a dispetto delle idiozie tatcheriane) per andare avanti. Io credo che si debba insegnare ai nostri figli a seguire il loro istinto nel fare. Forse sarà indispensabile anche suonare un violino e magari non lo sarà più saper aggiustare un motorino. Sicuramente sarà importante conoscere la terra e sapere come produrre cibo, raccogliere l’acqua che passa, produrre e immagazzinare energia, curare le malattie curabili. Insomma ci sono cose più costruttive che sparare, credo.

  8. Caro Lumen,

    grazie della segnalazione dell’articolo di Pardi che avevo perso di vista da tempo. L’ho letto con grande interesse e condivido le sue apprensioni, pur non essendo uno scienziato come lui. Trovo strane – diciamo così – le resistenze di Pardo prima a leggere l’articolo apparentemente troppo lungo (invece richiede appena 10-15 minuti per leggerlo tutto e con calma), poi anche le sue obiezioni, a cominciare dalla supercazzola della fusione fredda che risolverebbe per sempre tutti i problemi energetici dell’umanità.
    Intanto l’umanità continua a crescere al ritmo di ca. 80 milioni l’anno e di circa un miliardo ogni 12 anni. Un miliardo! Ho l’impressione che nemmeno Pardo afferri il concetto di miliardo. Quasi una nuova Cina o India ogni dodici anni – e tutti aspirano – giustamente perbacco – a una vita decente e magari a qualcosa di più. Sicuramente il tasso di natalità è destinato a calare anche in Africa e in Asia, ma a quel punto saremo – se ci arriviamo – ben oltre i dodici miliardi (inizialmente si parlava di 9 miliardi per fine secolo, poi la previsione è stata di 9 miliardi già entro il 2050, e anche questa cifra sarà superata, saremo probabilmente già 10 miliardi per questa data). L’Africa è passata dai 200 milioni del dopoguerra ai 1,2 miliardi attuali che diventaranno 2 entro il 2050 e 4 entro il 2100 …
    Comunque la questione continua a non interessare i padroni del vapore ovvero le élite. Più siamo, più si consuma, più l’economia cresce. Draghi: la crescita demografica è il presupposto della crescita economica. Buona notte! E diventerà forse persino presidente della repubblica.
    Io sto con Pardi (e con te).

  9. Post bellissimo, caustico e sentimentale al contempo..con un goccio di speranza finale..da far leggere ovunque, in particolar modo a decisori e università..perchè sapere è la prima cura.
    Dovessi consigliare un giovane oggi? Imparare a riparare gli oggetti..specie quelli elettronici..non buttare ma riparare..lavoro del futuro oltre a quelli legati alla terra.
    Auguri per un sereno, per quanto possibile, 2020!

  10. Articolo strepitoso nel suo realismo. Concordo in tutto e per tutto, anche in quello che l’autore non ha scritto per una forma di ottimismo legato alle festività. Ma ci sta tutto anche il non scritto.
    Posso solo dire che tra le mie conoscenze di Facebook c’è un biologo del CNR che si sta attivamente occupando di realizzazione di comunità resilienti, secondo me l’unica via possibile per sopravvivere alla “fase di transizione” prossima ventura. Gran parte dei 2 miliardi o meno di sopravvissuti potrebbero essere i componenti (o i discendenti) delle suddette comunità.
    Un saluto a Luca Pardi.

  11. Pingback: Verso il 2020 senza illusioni – PAROLE LIBERE

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