Agricoltura italiana: limiti produttivi e caos climatico

Gli effetti della crisi climatica sono già fin troppo evidenti sulle produzioni agricole, ma non se ne parla diffusamente.

Di Silvano Molfese

La foto del campo di mais completamente secco è simbolica, a mio avviso, delle conseguenze che l’emergenza climatica ha sulle produzioni agricole per il galoppante accumulo di gas serra di origine antropica. Nel 2003, un articolo sulla rivista Nimbus segnalava il drammatico calo produttivo di una zona vocata alla maiscoltura.

Per parlare sinteticamente dei limiti produttivi in agricoltura e del caos climatico in atto considero come pianta rappresentativa delle coltivazioni agrarie e dei seminativi in particolare, il mais che al momento viene utilizzato prevalentemente per l’alimentazione del bestiame. [1]

Agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso in Italia, con quella che è stata definita “rivoluzione verde”, iniziarono ad aumentare le rese del granturco. L’insieme delle nuove tecniche, inizialmente, ha dato un forte impulso alle produzioni unitarie di questa coltura.

Figura n.1 – Italia: rese del mais (q.li/ha) dal 1961 al 2018 (su dati ISTAT [2])

 

Dal grafico, figura n.1, si può vedere che nel 1961, in media, si ottenevano circa 33 quintali per ettaro di mais e, nel complesso, la produzione nazionale ammontava a circa 39,4 milioni di quintali (tabella n.1). Nel 1986, venticinque anni dopo, le produzioni unitarie erano più che raddoppiate e furono raccolti 64 milioni di quintali di mais. In questo arco temporale gli incrementi delle rese sono stati abbastanza costanti e le superfici investite a mais diminuivano di circa 350 mila ettari.

Se scegliamo un arco temporale staccato di sette anni dal precedente intervallo produttivo, partendo dal 1993, possiamo evidenziare l’evoluzione recente delle rese unitarie.

E’ in questo periodo che la produzione nazionale di mais ha raggiunto il suo picco produttivo, esattamente nel 2004, con ben 113 milioni di quintali di granella(tabella 1). Inoltre le rese del mais aumentano quasi del 21%, anche se di meno rispetto al precedente periodo e nel 2014 si è arrivati a ben 106 quintali per ettaro! Sono traguardi veramente inimmaginabili per chi coltivava mais un secolo fa. Da questo grafico, a colpo d’ occhio, risulta anche il raggiungimento dei limiti produttivi della coltura: le rese più frequenti oscillano tra gli ottanta ed i cento quintali per ettaro.

Le superfici seminate a mais si sono ridotte notevolmente nel periodo 1993-2018: in forte calo, seppure con significative oscillazioni, sicché nel 2018, pur ottenendo rese unitarie decisamente elevate, la produzione totale nazionale risultò inferiore a quella raccolta nel 1986.

A questi dati ottimistici fanno da contraltare i cali produttivi verificatisi tutti nel secondo periodo proprio a partire dall’inizio di questo secolo: vistoso quello del 2003, seguito dalle riduzioni delle rese nel 2012 e nel 2017.

Nel 2003 le rese calarono di oltre il 21% rispetto all’anno precedente, sicché la produzione maidicola nazionale crollò di ben 18,5 milioni di quintali (tabelle n. 1 e n. 2).

 

Anno

q.li/ha

Produz. Totale in q.li (000)

Anno

q.li/ha

Produz. Totale in q.li (000)

1961

32,9

39.360

1990

76,4

58.639

1962

29,1

32.633

1991

72,6

62.378

1963

32,9

36.919

1992

86,6

73.941

1964

36,9

39.573

1993

86,6

80.289

1965

32,3

33.169

1994

82,2

74.834

1966

35,5

35.095

1995

89,7

84.403

1967

38,0

38.596

1996

93,3

95.475

1968

41,3

39.908

1997

96,3

100.047

1969

45,2

45.193

1998

93,3

90.546

1970

46,3

47.543

1999

97,4

100.176

1971

48,5

45.284

2000

95,3

101.375

1972

53,8

47.894

2001

95,2

105.537

1973

56,1

49.946

2002

94,9

105.544

1974

55,9

49.792

2003

74,8

87.023

1975

58,6

52.588

2004

95,0

113.669

1976

58,4

51.957

2005

93,7

104.279

1977

65,0

63.880

2006

86,9

96.264

1978

66,4

61.620

2007

93,2

98.093

1979

66,1

61.974

2008

98,8

97.894

1980

67,7

63.767

2009

89,6

82.066

1981

72,8

71.966

2010

91,6

84.959

1982

67,5

67.927

2011

98,0

97.526

1983

68,2

66.989

2012

80,3

78.601

1984

69,4

66.722

2013

87,0

78.996

1985

69,1

63.179

2014

106,3

92.500

1986

75,4

64.011

2015

100,6

65.971

1987

75,0

57.637

2016

103,5

68.395

1988

74,7

62.889

2017

93,5

60.352

1989

79,1

63.595

2018

104,6

61.790

Tabella n. 1- Italia: produzioni di mais dal 1961 al 2018. Fonte: ISTAT [2].

 

Tabella n. 2 – Italia: precipitazioni meno evapotraspirazione (in mm), e rese del mais dal 2008 al 2017. Fonte: Ministero delle Politiche agricole alimentari

 

Sulle produzioni agricole mondiali incombe il caos climatico prodotto dal riscaldamento globale [3]. Le modifiche dei principali fattori che caratterizzano il clima quali effetti avranno sui raccolti? Per esempio cambiando l’intensità e la frequenza delle precipitazioni (pioggia, grandine e neve), di quanto si ridurranno le produzioni agricole?

Una prima risposta ci viene dalla tabella 2: si osserva un netto deficit delle precipitazioni annuali rispetto all’evotraspirazione, non certo un effetto positivo per un coltura così esigente d’acqua come il mais.

Sappiamo che sono più frequenti gli eventi estremi. Ad esempio proprio il 2003 e il 2012 sono stati anni funestati da siccità che, paradossalmente, hanno spinto le grandi aziende di chimica e alcune associazioni di categoria a promuovere un maggior uso di agrofarmaci neonicotinoidi, i principali imputati della moria di api di questi ultimi anni. Un esempio perfetto di fallimento nazionale nel riconoscere le cause e nel proporre le soluzioni.

Gli eventi estremi possono essere però di segno diametralmente opposto a quelli siccitosi: proprio la primavera 2019 è stata particolarmente fredda e piovosa a causa dell’indebolimento delle correnti a getto provocate dall’amplificazione artica, e le colture italiane ne hanno naturalmente sofferto.

In queste condizioni, per garantire la sicurezza alimentare della popolazione, potremmo pensare di aumentare le superfici coltivate visto che in pratica siamo vicini ai limiti produttivi delle colture agricole.

Intanto bisogna premettere che le produzioni unitarie così elevate sono state ottenute sui terreni migliori e con tecniche che minimizzano i costi di produzione; pertanto, recuperando terreni incolti in seguito all’abbandono degli ultimi decenni, dovremmo attenderci rese più basse ed un aumento dei costi di produzione coltivando suoli meno fertili.

Se per le avversità climatiche le attuali rese dovessero ridursi di un decimo, per ottenere le stesse produzioni, sarà necessario aumentare almeno dell’11% le superfici: nel caso dei seminativi ci vorrebbe almeno un anno; per una parte delle colture legnose ci vuole almeno un lustro in condizioni ottimali per altre i tempi sono più lunghi.

In pratica quanta terra potrà essere coltivata e quali aree saranno rimesse a coltura?

Per semplificare il ragionamento limitiamoci ai seminativi che nel 2018 ricoprivano una superficie di quasi 6,2 milioni di ettari [2]; per aumentare questa superficie dell’11% si dovrebbero coltivare circa 6,9 milioni di ha ovvero 0,7 milioni di ettari in più, circa la metà della superficie della Campania; se invece il calo delle produzioni unitarie fosse di un quinto dovremmo aumentare di un quarto la superficie a seminativi per ottenere la stessa produzione, in questo secondo caso è come aggiungere un’area estesa quanto la Calabria, 1,5 milioni di ettari!

Per i seminativi considero, tra le tante difficoltà organizzative, un solo elemento come esempio: seminare 1,5 milioni di ettari a mais vorrebbe dire spendere 330 milioni di € solo per l’acquisto della semente; se invece dovessimo seminare solo frumento sarebbero necessari circa tre milioni di quintali di seme.

Ovviamente l’espansione delle colture agrarie sarà a scapito di superfici incolte e abbandonate ovvero aree seminaturali (secondo la classificazione del Corine Land Cover): queste, inclusi i boschi, si estendono su quasi 12,5 milioni di ettari al 2018. [4]. Il milione e mezzo di ettari rappresenta circa il 12% delle predette aree boschive e seminaturali e tutto sommato, ripristinando le coltivazioni con i dovuti accorgimenti, non dovrebbero esserci dannosi impatti ambientali oltre a liberare in atmosfera il carbonio contenuto nella vegetazione e parte di quello nel suolo. Se le rese dovessero diminuire del 40% , ipotesi possibile anche se al momento sembra lontana, sarà sufficiente aggiungere 4,1 milioni di ettari per ottenere lo stesso livello produttivo?

Si dovrà tener conto anche di un altro aspetto: le coste italiane hanno una lunghezza di quasi 9.000 km e l’innalzamento del livello del mare favorirà l’infiltrazione dell’acqua marina lungo la costa e le aste fluviali. A ciò si aggiunge la riduzione della nevosità su tutta la catena montuosa italiana e quindi degli ordinari deflussi primaverili-estivi di acqua dolce. Con estati più calde e siccitose aumenterà l’evapotraspirazione e, di conseguenza, la risalita dei sali per capillarità dalla falda freatica.

Pertanto una parte dei terreni lungo le coste sarà sempre più interessata dalla salinizzazione dei suoli: un fenomeno ben noto agli addetti ai lavori, dalle conseguenze sulle produzioni e sulla fertilità del terreno tanto silenziose quanto devastanti. [5]

Inoltre secondo l’ISPRA in Italia fino al 2018 si sono persi per il consumo di suolo 2,3 milioni di ettari, superficie più o meno equivalente all’intera Toscana e nonostante ciò, l’impermeabilizzazione del suolo continua ad avanzare al ritmo di 14 ettari al giorno [6].

Gli effetti della crisi climatica sono già fin troppo evidenti sulle produzioni agricole ma non se ne parla diffusamente. Altra cosa di cui si parla poco è il sistema economico adottato. I gas serra sono gli agenti causali del cambiamento climatico ed i negazionisti nostrani, soprannominati da Ugo Bardi “le mummie del clima”, lo sanno bene: la riduzione consistente di gas serra può avvenire …

“…soltanto con una riorganizzazione radicale dei nostri sistemi economici e politici, con modalità antitetiche rispetto al sistema di libero mercato in cui il capitalismo crede”. [7]

Note

[1] – Forse potremmo dire che il mais è emblematico dell’agricoltura industrializzata in quanto utilizza: la semina di precisione ed in questo modo si riduce la competizione intraspecifica; erbicidi e i fertilizzanti di sintesi per concimare; la raccolta meccanica per migliorare la tempestività d’intervento,  portando il raccolto in magazzino più velocemente ec evitando così perdite di prodotto per condizioni climatiche avverse; l’irrigazione che ha dato un forte e decisivo contributo agli elevati livelli produttivi (l’introduzione di pompe, trattori e tubazioni di vario genere, hanno permesso di estendere le superfici irrigabili).

(Forse qualcuno ritiene in futuro di poter aumentare le rese con nuove tecniche: essere vaghi, senza dire esattamente quali saranno gli strumenti da impiegare per migliorare le rese, è quantomeno superficiale.)

[2] I dati per la figura n. 1 e la tabella n. 1 sono presi dalle serie storiche ISTAT, acquisite tramite le seguenti pagine WEB visitate in data 29/12/2019

http://seriestoriche.istat.it/fileadmin/documenti/Tavola_13.6.xls

http://seriestoriche.istat.it/fileadmin/documenti/Tavola_13.9.xls

http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCSP_COLTIVAZIONI#

[3] IPCC, Climate Change and Land – special report, 2019

[4] ISPRA, Annuario dei Dati ambientali, Uso del Suolo, 2019

[5] Si veda la bibliografia contenuta a pag 41 delle linee guida dei “Criteri tecnici per l’analisi dello stato quantitativo e il monitoraggio dei corpi idrici sotterranei” emanata dall’SNPA (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) il 15/5/2017.

[6] ISPRA, Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici, edizione 2019

[7] Bartosiewicz P., Miley M., 2014 – Una rivoluzione fin troppo educata: perché la legislazione USA sul clima è ferma. State of the World 2014. Edizioni Ambiente, 140-153. (Frase di Naomi Klein riportata dalle Autrici.)

7 risposte a “Agricoltura italiana: limiti produttivi e caos climatico

  1. Dubbi/Riflessioni:

    1. Bisognerebbe trovare il modo di valutare anche il costo (danno) dell’incertezza: con il “caos” climatico è difficile prevedere le rese e quindi quanto terreno occorre coltivare per ottenere la quantità richiesta dal mercato.

    2. Bisognerebbe trovare il modo di valutare anche il costo (danno) della discontinuità delle precipitazioni:
    Esempio: durante 2018 nel mio paesino abbiamo subito prima un siccità (fino ad aprile), poi un alluvione (maggio) e poi ancora siccità.
    Limitarsi a quantificare la pioggia caduta in un anno non mi sembra indicativo.

    3. Aumentare le aree coltivate implica aumentare il lavoro e quindi l’energia (gasolio) consumata. (con tutto quello che ne consegue)

  2. Non è solo una questione di terreni: l’agricoltura industriale che garantisce rese così alte dipende dai combustibili fossili, in esaurimento (non serve che lo sottolinei proprio qui), dall’acqua delle falde, idem, ed erode e compatta i terreni.
    “tutto sommato, ripristinando le coltivazioni con i dovuti accorgimenti, non dovrebbero esserci dannosi impatti ambientali oltre a liberare in atmosfera il carbonio contenuto nella vegetazione e parte di quello nel suolo”. Bè, questo se non si considera il diritto delle specie selvatiche del bosco semplicemente di esistere, e l’impatto delle foreste non solo nell’assorbimento del carbonio ma anche nella stabilizzazione dei terreni e soprattutto nella traspirazione e nelle precipitazioni.
    La Terra non può essere misurata solo per determinare come spremerla il più possibile per sfamare gli esseri umani. Quando si pensa di convertire terreni cosiddetti incolti o inselvatichiti a coltura si distrugge l’habitat di moltissime specie. L’economia non è l’unico metro per valutare la giustezza di una decisione.
    La mia previsione è che abbandoneremo le monocolture, torneremo al pascolo e applicheremo i principi della permacultura. Almeno, è quello che spero e che nel mio piccolo sto provando a fare io. Le rese saranno inferiori, ma non si distrugge, anzi si rigenera.

  3. Alle considerazioni fatte dai commentatori, che ringrazio per l’attenzione, rispondo sinteticamente.
    L’Italia ha un territorio molto variegato per suolo, clima e orografia: la nota è stata un sassolino nello stagno altrimenti avrei dovuto scrivere molto di più.

    Coltivare con i dovuti accorgimenti per me significa ridurre la profondità di lavorazione dei terreni, reintrodurre le alberature lungo i campi e le consociazioni agrarie: in pratica ripristinare per quanto possibile il paesaggio agrario dei primi anni ’60 , non perché è figo e fa moda verde, ma per convenienti motivi pratici tra cui la resilienza del sistema produttivo agricolo che aumenta con la biodiversità.

    Ovviamente con rese minori, dovendo estendere le coltivazioni per ottenere le stesse produzioni, consumeremo più gasolio e quindi dovremo fare delle scelte: aumentare il numero di auto in circolazione o pensare a sfamarci?

    Per quanto riguarda i mezzi agricoli il parco trattori è largamente sovradimensionato e non sarà assolutamente necessario incrementarlo.
    Silvano Molfese

  4. Resta la questione del lasciare spazio anche ad altre specie, e non parlo solo degli uccellini a bordo dei campi, per quanto importanti anche loro.
    Anziché riportare all’agricoltura le aree incolte, ricche di biodiversità, bisognerebbe fermare il consumo di suolo e convincere le persone a coltivare le aree verdi a disposizione nelle loro abitazioni, magari con un orto o qualche gallina, anziché sprecarle con inutili prati all’inglese che richiedono sfalcio, irrigazione, erbicidi, eccetera, sprecando risorse per niente dove si potrebbe produrre cibo.
    Bisognerebbe ridurre gli sprechi alimentari (soprattutto quelli assurdi delle mense pubbliche), ma anche riflettere su quanta produzione agricola finisce in utilizzi non indispensabili quali la produzione di energia (mais che diventa subito biogas), biocombustibili, abiti buttati via subito, bioplastiche che poi neanche si degradano, alcolici da esportazione, cibo per animali da compagnia (cani, gatti, uccelli vari, persino asini, caprette, cavalli…)
    E a proposito di questi, io sono una grande sostenitrice al ritorno della trazione animale in agricoltura. Sembra assurdo ma in America si fa già, anche in zone d’Europa quali la Germania o il sud Italia per l’esbosco, in piccole aziende al nord… nel mio piccolo ho due asini per il trasporto: sono molto lenti, ma in montagna vanno letteralmente dappertutto, emettono concime anziché gas serra ed è molto più gratificante avere un cervello pensante al proprio fianco che un motore.

  5. Aggiungo che per effettuare la transizione sarebbe indispensabile fermare tutti i vari contributi pubblici al carburante usato in agricoltura, all’acquisto di macchinari, e in genere all’agricoltura industriale. Personalmente sono per l’abolizione dei contributi in toto, ma sarebbe già tanto cominciare togliendo questi. A quel punto l’agricoltura sostenibile inizierebbe già ad essere molto più competitiva.

  6. Le questioni poste da Gaia Baracetti sarebbero stimolanti per scrivere almeno 4-5 corposi articoli.
    In Italia adesso siamo 60 milioni di bocche da sfamare: attualmente, se ricordo bene, importiamo almeno 1/3 dei cereali.
    Questo significa che da qualche altra parte ci sono aree passate all’ agricoltura.

    Se aggiungessimo 4 milioni di ettari di seminativi, arriveremmo
    complessivamente a poco più di 10 milioni di ettari sempre di seminativi:
    sono qualcosa in più delle superfici cosi coltivate nel 1980 (9,4 milioni di ha)
    ma ben meno di quelli coltivati nel lontano 1951 (13,1 milioni di ha).

    Negli USA le comunità di Amish hanno continuato ad usare la trazione animale e comunque ci vuole circa 1 ettaro per cibare un cavallo di taglia media.
    Si dovrebbero tagliare tutti i contributi alle energie fossili perché il riscaldamento globale sta galoppando troppo pericolosamente.
    Sfonda una porta aperta per quanto riguarda gli sprechi alimentari e non.

    Silvano Molfese

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